Buon 140° anniversario, Italia?

di Barbara Leva

Seguendo una linea tematica di grande successo popolare, mi inserisco nel dibattito ruspante sui festeggiamenti dell’Unità di Italia. Nel 2011 l’Italia compirebbe infatti 150 anni. Uso il condizionale perché se non mi sbaglio è solo nel 1870 che Roma entra a far parte dello stato unito, e solo a seguito delle guerre mondiali si assestano i confini del Trentino – Alto Adige e del Friuli – Venezia Giulia. Senza scendere nel merito della questione della delimitazione territoriale del Nord, laddove l’italiano è una lingua semi sconosciuta e il sentimento patriottico molto forte, nel senso di simpatia per gli stati confinanti, vorrei sottolineare la questione (della) capitale.

Roma infatti, già capitale dell’Impero Romano e poi dello Stato della Chiesa, è sempre stata vista dagli occupanti della penisola in quanto sede del potere temporale, che solo da questo luogo riesce a irradiarsi nel circostante. Inoltre, proprio in virtù della memoria storica ivi contenuta e della sua posizione geografica, l’inclusione di Roma è necessaria affinché l’Italia si possa considerare tale. Roma infatti è capitale di Italia non perché sede delle strutture politiche, ma per la sua storia infinita, fondamentale per ogni sviluppo futuro.

Lo stesso Mussolini aveva ben capito che l’unico modo per rendere possibile un governo italiano era porre la sede a Roma, città simbolo dell’Italia tutta. Come i padri fondatori capirono quando, appunto nel 1870, sfondarono Porta Pia per conquistarla e dare senso all’Unità. Che poi più che di Unità si tratti di una specie di manifestazione di ‘mal comune mezzo gaudio’ tutta italiana è un altro discorso; che l’Italia sia tale perché tutti gli Stati italiani si ribellarono all’occupazione straniera o all’assolutismo per la loro libertà non corrisponde infatti alla volontà di unirsi in una nazione unica. Fatto impossibile da attuare, frutto di un tentativo di imitazione di quanto succedeva all’estero, e per la sua illogicità rimasto su carta e lontano dallo spirito dei cittadini: perché una nazione sia tale bisogna che il popolo abbia sentimento nazionalista, sentimento da noi assente. Siamo sempre stati campanilisti e continueremo ad esserlo, l’Unità non ha attutito l’odio dei Livornesi verso i Pisani, dei Bresciani per i Bergamaschi e del Nord verso il Sud e il sentimento di superiorità della Toscana verso tutto il resto. Anzi, un’Unità imposta non può che aumentare il disaccordo, ed i fatti lo dimostrano.

Lo stesso Mussolini l’aveva ben capito, come i carolingi e i reali sassoni prima di lui, quando sostenne che l’unico vero impero era quello romano, e che solo l’ispirazione ai suoi principi poteva farsi garante di un ordine rispettabile. Impero che non era totalitario come la democrazia repubblicana d’oggi, ma federale, infinitamente  vasto e infinitamente particolareggiato nella lingua e nel culto. Dotato di strutture amministrative e architettoniche omogenee su un territorio culturalmente frammentato e pertanto pacifico. Composto da etnie diverse accomunate dalla medesima struttura superiore. In quanto impero opposto alla Repubblica Democratica di oggi che vuole imporre se stessa e i suoi dettami a una popolazione privata del suo dato peculiare, dal dialetto alla cucina. Infatti, se nell’Impero l’elemento della tradizione trovava salvaguardia, nella Repubblica Democratica viene dotato della nomea di razzista.

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