Emancipazione femminile

di Barbara Leva

L’esito del recente voto di fiducia sarebbe potuto essere dipeso dalla gravidanza di due/tre parlamentari donne. Quasi come se un voto fosse poi così importante; sicuramente per la carriera del soggetto in questione rischia di esserlo, quasi a sostenere il pensiero comune che i politici non vogliono altro che governare a pro loro più che di un paese. Io da cittadina qualsiasi che ha in disistima la classe politica tutta, me ne frego di quel voto consapevole che la vita mia e di chiunque altro non sarà vittima di alcun sconvolgimento.

Chiusa parentesi, riferisco una sensazione, circa le donne. Che pur di schiacciare un pulsante, uno tra tanti se non troppi, si scocciano di dover permettere il corso della vita. Ma anche donne che hanno l’opportunità di contenere in sé un essere vivente, funzione primaria che l’uomo tanto le invidia e che fa di essa un essere divino. Ma, invece che godersi l’attimo, pretende di vivere come nulla fosse. Vuole lavorare, essere uomo.

Non che la donna non debba lavorare. Ma deve svolgere il suo compito nel mondo, affiancato da ulteriori occupazioni in mancanza della prima. Che poi io sia assolutamente convinta che in certe fasi della vita la donna debba scegliere tra figli o carriera e i primi debbano prevalere tanto più se già li stai facendo lievitare e non sono solo un progetto futuro, è un’opinione che nulla toglie alla convinzione circa le capacità della donna di affermarsi come non proprio tutti gli uomini sanno fare. Ma bisogna decretare che le due funzioni siano in contrasto: o lavori o crei persone, se è impossibile fare entrambe le cose quando si tratti di entrare in Parlamento e allungare un dito, come si può pretendere che ciò avvenga ad esempio in una fabbrica o in un negozio?

Qui un po’ cambio discorso, però poco, perché se infatti ritengo che il compito produttivo imposto dalla natura rimanga il principale, non nego al contempo la libertà di non sottostare agli obblighi fisiologici e scegliere di concentrarsi su altro. Ad esempio, appunto il lavoro in quanto strumento non per vivere ma per guadagnare.

Sento e risento lamentele uscire dalle bocche e dalle penne di donne e uomini circa l’incapacità della donna di raggiungere il livello di dignità maschile nel mondo del lavoro. A parte che in questo contesto dignità è un termine che non solo mi sembra forzato ma schifosamente inadeguato, penso che il concetto di fondo, ossia la donna non è in grado di farcela perché è discriminata, sia una grandissima baggianata.

Le donne sono ovunque; alla direzione di giornali, telegiornali, sono giornaliste della carta e dei media, sono in politica e non al circolo del quartiere, sono nelle aule del Parlamento, sono architetti e ingegneri, musiciste e scrittrici e poetesse, sono nell’imprenditoria e alla dirigenza di industrie. Sono ai banconi dei bar e alla cassa dei supermercati, e sono nelle università, in numero decisamente maggiore rispetto al sesso opposto.

La donna fa questo perché è bella o lasciva o perché proprio la dà. Lo si dice e lo si dica, lo dicono gli uomini; perché gli uomini fanno fatica, a scuola e nella competizione, infatti l’uomo è competitivo ma non è in grado di relazionarsi, non ha la sensibilità necessaria per comprendere i rapporti umani che si creano sul lavoro e non ha la determinazione fondamentale per riuscire. L’uomo vuole raggiungere il successo facendo la fatica minima per apparire come il migliore, la donna vuole fare e dimostrare a se stessa e il successo la raggiunge. Poi a volte capita che nonostante il successo raggiunto la donna incontri dentro di sé la vita e decida di ritirarsi, svolgendo il ruolo di primo fattore della vita a venire, lasciando all’uomo l’onore di proseguire nell’affermazione della sua dignità per mezzo della fatica del lavoro. Ciò non significa proprio che la donna non sia all’altezza del compito, ma solo che ha un compito di altezza maggiore da svolgere.

Ma ciò succede a volte, perché oggi la donna è così uomo da preferire il denaro alla natura, finché non ne ha accumulato abbastanza da permettersi di beffare la natura e dare la vita anche quando le sarebbe impossibile. Non concordo, perché sono giovane e inesperta e ho un utero perfettamente funzionante. Però questo andare oltre per quanto forse eticamente scorretto mi lascia convinta del potere della donna, superiore alla natura stessa.

foto di Ellen Von Unwerth

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