NON PIU’ VASSALLI MA PROTAGONISTI. CARA DESTRA, BASTA VIVACCHIARE!
Il dibattito sullo stato della Nazione non può più essere confinato alle sterili schermaglie tra destra e sinistra. L’Italia si trova di fronte a un fallimento sistemico del modello liberal-democratico post-ideologico che, oggettivamente, negli ultimi tre decenni ha eroso le fondamenta economiche, sociali e culturali del Paese. Sebbene sia innegabile che la deriva progressista e globalista dell’ultimo decennio abbia accelerato i danni, il problema è strutturale e impone un’azione più.
I numeri non mentono e disegnano un quadro drammatico che va oltre le narrazioni politiche: l’Italia registra maggiori livelli di povertà assoluta rispetto a venti anni fa, con milioni di individui costretti a rinunciare a beni essenziali. La povertà non è più solo un problema del Mezzogiorno, ma si allarga a macchia d’olio nel Nord produttivo.
Quello che un tempo era un baluardo di sicurezza e un modello in Europa (soprattutto con il Sistema Sanitario Nazionale delle origini), è ora un servizio che funziona malissimo al Centro-Sud, con tassi inaccettabili di migrazione sanitaria, e peggiora velocemente anche al Nord, sotto la pressione di tagli e di una gestione burocratica.
La vera emergenza è la progressiva scomparsa del ceto medio. La pressione fiscale, l’inflazione e la stagnazione dei salari hanno ridotto la capacità di spesa e di risparmio, trasformando i lavoratori onesti in una nuova classe di poveri funzionali.
La caduta culturale
Basta un rapido confronto con il passato recente per misurare l’entità del tracollo. C’era un tempo in cui il Paese si vantava della sua eccellenza nella formazione degli studenti, grazie a un sistema come quello delineato dalla Riforma Gentile, basato sulla selezione verticale e non sulla quantità per l’accesso all’Università. La cultura era un fattore primario, producendo scrittori e poeti di calibro mondiale.
Il declino è iniziato, quasi beffardamente, dopo Tangentopoli e la fine delle grandi ideologie. La nuova classe dirigente, ossessionata dalla gestione finanziaria spicciola e dall’arricchimento personale, si è dimostrata più abile a fare da amministratore condominiale che da statista. Il risultato è un Paese in estremo declino.
Presidente Meloni, non è sufficiente una gestione ordinaria.
È imperativo che il Governo osi di più e sia radicalmente convinto delle proprie posizioni:
Stop alla rincorsa del politically correct: rincorrere i dettami ideologici del PPE (Partito Popolare Europeo) è un errore strategico e politico. Queste forze, che spesso agiscono come intrallazzatori con la sinistra a livello UE, sono corresponsabili del disastro economico e sociale in cui viviamo. Il coraggio deve significare prendere le distanze da chi, a Bruxelles, ha creato il quadro normativo asfissiante che strozza le imprese italiane.
3 anni di guerra in Ucraina hanno portato a uno spreco di risorse e a una rottura dei canali diplomatici con la Russia, essenziali per la nostra economia. La domanda è chiara: per cosa? Per essere l’agnello sacrificale degli interessi geostrategici degli USA? Per fare gli “amici” di una fazione politica americana (i repubblicani di Trump) che segue esclusivamente i propri interessi? Basta magheggi: l’Italia deve essere forte e un esempio, non un vassallo.
Le prime mosse legislative mostrano timidezza: la riforma della scuola che sembra un mero bacino alla sinistra e, peggio ancora, leggi come quella sul consenso al rapporto sessuale che sembrano l’esaltazione delle stupidaggini promosse dalla retorica radicale.
Serve un cambio di rotta immediato e deciso, verso una presa di posizione forte contro il modernismo che, attraverso l’eccessiva deregolamentazione, la liquidità culturale e l’assenza di selezione meritocratica, sta rendendo i cittadini più poveri e stupidi.
Il modello da seguire è quello di una sovranità decisa e attenta al bene comune, come mostrato da alcune nazioni dell’Est Europa, tipo l’Ungheria di Orban, che mettono la difesa della famiglia, della cultura nazionale e degli interessi nazionali al di sopra delle direttive globaliste.
Fabrizio Fratus

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