DAL VEDANTA ALLA FISICA QUANTISTICA. IL FUNERALE DEL MATERIALISMO
L’Intelletto oltre la Ragione: Quando Vedānta, Dhammapada e Fisica Quantistica Dicono la Stessa Cosa? René Guénon, nel suo capolavoro L’uomo e il suo divenire secondo il Vedānta (1925), compie un gesto radicale: smonta la pretesa cartesiana che l’uomo cominci dal “penso, dunque sono”. Per Guénon il pensiero discorsivo è solo lo strato più superficiale della coscienza. Sopra di esso c’è l’Intelletto (Buddhi), facoltà non individuale ma trascendente, che non “pensa” l’Infinito, ma lo conosce direttamente perché ne è parte. L’uomo, in questa prospettiva advaita, non è un soggetto separato che guarda un oggetto chiamato Dio o Assoluto: è già, nel suo nucleo metafisico (Ātmā), quell’Assoluto stesso. Il Manifesto e il Non-Manifestato non sono successivi, sono simultanei. Il mondo appare, ma non è mai separato dalla sua Sorgente.
Questa stessa intuizione ritorna, con altro linguaggio, nel Dhammapada, il testo più antico e più citato del canone pāli. Il primo verso è spietato nella sua chiarezza:
«Tutte le cose sono precedute dalla mente, dalla mente sono dominate, dalla mente sono create. Se uno parla o agisce con mente impura, la sofferenza lo segue come la ruota segue il piede del bue. Se uno parla o agisce con mente pura, la felicità lo segue come l’ombra che mai lo abbandona.» (Dhammapada 1-2, traduzione propria dal pāli)
Qui non c’è spazio per l’illusione di un mondo “oggettivo” che esisterebbe indipendentemente dalla qualità della coscienza che lo percepisce. Una mente non purificata genera un saṃsāra distorto, una realtà falsa, un incubo collettivo che scambiamo per reale. Una mente purificata, invece, vede il Dhamma così com’è: vuoto di sostanza propria, luminoso, non-duale.
Fin qui la Tradizione. Ora arriva il colpo di scena: la fisica del Novecento, senza aver mai letto né Guénon né il Buddha, arriva esattamente alle stesse conclusioni, ma con equazioni invece che con sūtra.
L’esperimento della doppia fenditura (dal 1927 in poi, confermata migliaia di volte) dimostra che una particella si comporta da onda o da particella a seconda che venga osservata o meno. Quando non è osservata, esiste in sovrapposizione di stati (onda). Quando è osservata, “collassa” in una posizione definita (particella). La realtà fisica, quindi, non è fissata prima dell’atto di misurazione.
John von Neumann (1932) e, più tardi, Eugene Wigner (1961), conclusero formalmente che la catena di misurazione quantistica termina solo nella coscienza dell’osservatore. Senza coscienza, il sistema rimane in sovrapposizione indefinita. Henry Stapp (fisico di Berkeley, ex collaboratore di Heisenberg) ha dedicato l’intera carriera a dimostrare che la meccanica quantistica ortodossa implica necessariamente un ruolo attivo della coscienza nella costituzione degli eventi fisici (vedi i suoi lavori del 2004-2017).
Il teorema di Bell (1964) e gli esperimenti che lo hanno confermato (Aspect 1982, Zeilinger 2010-2023, premi Nobel 2022) mostrano che non esistono variabili locali nascoste: due particelle entangled restano istantaneamente correlate anche a distanze di migliaia di chilometri. La separazione spaziale è apparente. La non-località è un fatto sperimentale, non un’interpretazione.
Tutti questi risultati convergono su un punto che Guénon e il Dhammapada avevano già enunciato secoli o millenni prima: la realtà fenomenica non possiede una consistenza indipendente dalla coscienza che la percepisce. Il “Manifesto” è condizionato dal modo in cui l’Intelletto (o la mente purificata) lo contempla. Quando la mente è contratta nell’ego individuale, produce la illusoria solidità del mondo materiale e la sofferenza che ne consegue. Quando è espansa fino alla sua condizione naturale non-duale, il mondo appare come è sempre stato: un gioco (līlā) dell’Unica Sostanza senza seconda.
La fisica quantistica non dimostra metafisicamente il Vedānta o il Buddhismo – non ne ha i mezzi – ma rimuove l’ultimo alibi del materialismo: non può più dire che la coscienza sia un epifenomeno tardivo di un universo fatto di “cose in sé”. Al contrario: l’universo fisico, così come lo misuriamo, emerge solo nell’incontro con la coscienza.
L’Homo religiosus della Tradizione aveva quindi ragione su tutta la linea. Non era superstizione. Era conoscenza diretta di ciò che la scienza, dopo tremila anni di cammino alla cieca, sta finalmente cominciando a balbettare con le sue formule.
La mente pura non “crea” il mondo nel senso magico o solipsistico che temono i razionalisti. Lo riconosce per quello che è: non-nato, non-duale, luminoso. E in quel riconoscimento, l’uomo cessa di essere un frammento sperduto nel cosmo e ridiventa ciò che non ha mai cessato di essere: l’Infinito che si contempla.
Paolo Guidone

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