LIBIA: UNA VERA E PROPRIA SPADA DI DAMOCLE

Mentre tutto il mondo occidentale guarda all’Ucraina come al nuovo ago della bilancia, quasi tutti gli osservatori sembrano essersi dimenticati la “spada di Damocle” rappresentata dalla Libia.

Il 31 luglio scadrà il mandato della missione Onu nel paese e, nonostante questa iniziativa abbia consentito alla popolazione di godere di un relativo periodo di distensione, i segnali che potrebbero innescare futuri nuovi conflitti latenti non sono certo mancati.

Le Nazioni Unite, ad oggi, hanno fallito nel loro intento: quello di portare ad una convergenza politica e scompaginare le fratture insanabili tra rappresentanti e relative classi sociali. La situazione legata al conflitto russo ha notevolmente complicato l’impresa: la Wagner ha avuto maggiore possibilità di “movimento”, trovandosi meno costretta a seguire schemi (spesso mal celati) di alleanze, la Turchia ha potuto spendere la propria rappresentatività come ha sempre saputo fare nelle aree contrassegnate da divergenze difficilmente sanabili.

La situazione del paese poteva sembrare “normalizzata” fino a quando non è stata palese, a dicembre, l’impossibilità di svolgere le elezioni presidenziali. Non sono nati aperti conflitti militari, ma da allora la popolazione si è sempre più divisa seguendo il proprio candidato di riferimento. Costoro, nella disperata ricerca di autorevolezza, hanno “bussato” alle più svariate porte: notizie non ufficiali menzionano richieste di aiuto a Russia, Turchia ed Egitto – i tre paesi più “citati”, ma non certo gli unici – oltre a Qatar, Emirati Arabi Uniti, Algeria, Francia. Questi ultimi quattro stati hanno però dato segnali di voler intraprendere la via diplomatica.

Abdul Habib Dbeibeh, teorico presidente “ad interim”, ha più volta dimostrato di non accettare la transitorietà del suo mandato e questo lo ha spinto a cercare di consolidare in ogni modo il suo potere a Tripoli. Fathi Bashaga, sostenuto da una dubbia maggioranza parlamentare, quasi “auto-proclamatosi” Primo Ministro, si è imposto dando vita ad una sorta di governo parallelo, forte anche della propria capacità rappresentativa legata a Misurata; questa iniziativa non è ovviamente sostenuta dall’Onu, ma riconosciuta dalla Russia che, rotti gli indugi, la appoggia pubblicamente. Negli ultimi mesi i due hanno tentato prove di forza reciproche, cercando di scardinare mediaticamente il regno dell’avversario, fortunatamente senza arrivare a scontri sanguinosi.

In questo precario palcoscenico non bisogna dimenticare Khalifa Haftar, uomo forte di Bengasi, che si pensava erroneamente potesse essere la figura pacificatrice libica. Haftar ha tentato in passato di assicurarsi potere a Tripoli con le armi, Bashaga ha provato con la politica ma entrambi sembrano aver fallito.

A tingere di colori foschi questo variegato ed incerto quadro politico c’è un’altra sconcertante realtà: negli ultimi mesi, nel sud del paese, Haftar ha fronteggiato cellule dell’Isis nel tentativo di riprendere il controllo del territorio. Gli uomini del Califfato, contrariamente a quanto ipotizzato, non sono mai stati spodestati e hanno unicamente continuato a cercare di rigenerarsi prima di imporsi nuovamente nello scacchiere. Ahmed al-Mismari portavoce del comando generale dell’Esercito nazionale libico/Forze armate libico arabe (Lna/Laaf) ha dichiarato l’avvio di importanti operazioni volte alla protezione dei confini con il Ciad.

Purtroppo riuscire a controllare il sud della Libia è impresa ardua da compiere, complicata dalla presenza di attori stranieri che hanno trovato convergenza in tale territorio al fine di ricreare una valida base logistica. Risuonano ancora nelle orecchie di molti le parole di Mu’ammar Gheddafi del 2011: “Il Mediterraneo diventerà un mare di caos” ed ancora “La scelta è tra me o Al Qaeda”. L’infausta profezia del rais è tristemente riscontrabile nella realtà odierna.

Arianne Ghersi

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