LA FINE DI UN’ ERA. O L’ INIZIO DELLA FINE?

epaselect epa09798987 General view of damages after the shelling of buildings in downtown Kharkiv, Ukraine, 03 March 2022. Russian troops entered Ukraine on 24 February prompting the country's president to declare martial law. EPA/SERGEY KOZLOV

Del mondo che noi tutti abbiamo conosciuto fino alla notte del 23 febbraio, ormai, non rimane più nulla. Nel giro di poco più di una settimana, tutto è cambiato irrimediabilmente. La mattina del 24, infatti, dopo una pioggia di missili indirizzata alle principali infrastrutture militari ucraine, le unità motorizzate della Federazione Russa hanno varcato il confine ucraino, penetrando rapidamente nel sud del Paese ed avvicinandosi pericolosamente alla capitale Kiev, all’abitato di Cherson e alla storica – soprattutto per le vicende dell’ultimo conflitto mondiale – Kharkiv. L’attacco – sempre descritto dai media e dalle istituzioni russe con il termine “operazione speciale” – vede la partecipazione di diverse migliaia di uomini, qualche migliaio tra mezzi corazzati e blindati, e decine di velivoli ed elicotteri. Questi ultimi, tuttavia, hanno visto un impiego ancora limitato sul campo, soprattutto a causa delle gravi perdite subite nel corso della prima giornata a nord di Kiev e per la presenza ancora consistente della forza di difesa antiaerea ucraina.

E’ noto agli occhi di tutti, ovviamente, che questa invasione abbia avviato una serie di rapidissimi cambiamenti che, nel giro di pochi giorni, hanno stravolto il mondo. Quello che prima era un continente iperconnesso – dall’ambito bancario alla semplice interazione tra istituti universitari – ora si trova fortemente diviso, in maniera quasi irrecuperabile. A molti, forse, torneranno in mente i tempi della guerra fredda, della Cortina di Ferro e dell’incombente minaccia di un olocausto nucleare. Tempi non così lontani dal nostro presente, che spesso vivono anche nell’immaginazione dei più giovani grazie alle monumentali tracce lasciate nel cinema, nella musica e nella letteratura. La realtà attuale, tuttavia, pare essere ancora più drammatica e pericolosa. Per la prima volta, infatti, due potenze nucleari, quali la NATO e la Federazione Russa, si trovano faccia a faccia, più o meno direttamente coinvolti in un sanguinosissimo e devastante conflitto nel cuore dell’Europa orientale. Agli occhi della leadership della Federazione, l’avventura ucraina rappresenta l’ultimo tentativo possibile per prevenire l’ingresso di Kiev nel Patto Atlantico ed il dispiegamento di asset militari su suolo ucraino. In passato, infatti, Putin ed i vertici avevano ripetuto numerose volte l’impossibilità di accettare che, in tempi più o meno vicini, venissero posizionati strumenti missilistici NATO a pochi minuti di volo da Mosca. Dall’altra parte, invece, Stati Uniti ed Unione Europea si sono a lungo dichiarati disposti a far di tutto pur di concedere la tanto desiderata protezione all’Ucraina. Per otto anni, in effetti, le Forze Armate Ucraine ed il governo di Kiev sono stati supportati economicamente e militarmente dal blocco occidentale, soprattutto nell’ottica del conflitto esistente nel Donbass. Tuttavia, nel mezzo dell’invasione, pare ovvio che l’adesione alla NATO sia ormai un sogno irraggiungibile, mentre l’adesione all’UE – la cui procedura è appena stata avviata – non risulta possibile nel breve termine.

Al netto delle differenti ragioni e motivazioni dei due contendenti, rimane il problema della realtà attuale. La guerra, la cui violenta devastazione ha già chiamato a sé la vita di qualche migliaio di persone, tra militari e civili, non sembra intenzionata a fermarsi. Ad oggi, le unità russe che hanno invaso l’Ucraina passando dalla Crimea, sono state capaci di occupare una buona fetta del sud del Paese. L’abitato di Cherson, che si trova a metà strada tra la Crimea ed il porto strategico di Odessa, è ormai pienamente in mano russa. Le unità presenti nel Donbass, invece, sono state capaci di ricongiungersi con le avanguardie russe, sempre provenienti dalla Crimea, e così la città portuale di Mariupol è stata cinta d’assedio. Città che, tra l’altro, conta tra i propri difensori numerose unità del battaglione Azov – un’unità di stampo ultranazionalista – la cui avversione per i russi ed i combattenti russofoni del Donbass (ovviamente ricambiata dalle forze della Federazione e dai ceceni di Kadyrov) ha generato spesso numerose proteste internazionali e scandali.

Il fronte settentrionale, invece, vede una situazione molto più stabile. Il fronte, che conta tra i punti più caldi tutta l’area a nord di Kiev e l’area di Kharkiv, risulta molto più semplice da difendere per gli ucraini. La presenza di numerosi centri abitati ed una serie di errori tattici da parte delle unità russe, hanno generato una situazione di apparente stallo. Qui, infatti, l’avanza russa pare assai rallentata e ogni metro di terra si paga a caro prezzo. Le perdite di mezzi e uomini, soprattutto paracadutisti ed unità speciali, sono state piuttosto pesanti, così come testimoniato dalle innumerevoli prove fotografiche ampiamente disponibili al pubblico. Fatto che, alla fine, ha lasciato sbigottiti numerosi analisti del settore, soprattutto vista la disparità di risorse tra i due contendenti. Ma nonostante le numerose perdite, ogni giorno si registra qualche progresso da parte dei russi. Al momento, sembra che i comandi stiano puntando sull’accerchiamento delle principali città dell’area – che non a caso rappresentano anche i principali centri di resistenza ucraini – al fine di isolarle e proseguire, più o meno agevolmente, verso l’interno del Paese e le rive del fiume Dniepr.

La battaglia per l’Ucraina, però, non si combatte esclusivamente sul campo. Le vie diplomatiche, ormai, sembrano giunte al capolinea e, a parte qualche tentativo di interazione tra Biden, Putin e Macron, poco sembra fattibile. Al fine di scongiurare pericolosi incidenti, sembra che sia stata sviluppata una linea di contatto diretta tra il Cremlino e la Casa Bianca, proprio come avveniva nel corso della Guerra Fredda, la cui esistenza rappresenta già una piccola speranza prima che si arrivi ad un punto di non ritorno. Infatti, nei giorni scorsi, le forze nucleari e missilistiche della Federazione Russa avevano ricevuto l’ordine di mettersi in stato di allerta, vista l’imprevedibilità della situazione ed il fastidio proveniente dalle massicce sanzioni occidentali. Sanzioni che, per quanto possano sembrare poca cosa, soprattutto agli occhi del presidente ucraino Zelensky, che più volte ha domandato una maggiore partecipazione della NATO, sono l’unica arma da contrapporre alle forze di invasione. E’ facilmente intuibile, infatti, che l’imposizione di una no fly zone sui cieli dell’Ucraina o, addirittura, l’ingresso di truppe NATO nel Paese porterebbe alla catastrofe. Tuttavia, mentre i rapporti diplomatici tra i due blocchi sembrano inefficaci, qualcosa stanno facendo i due contendenti. Nel corso di tre incontri, avvenuti nei giorni scorsi tra le delegazioni di Russia ed Ucraina, sembra che si stiano gettando alcuni paletti per migliorare la situazione e porre fine alle ostilità. Una tattica che, se ripetuta nel lungo termine, è già stata adoperata dalla Federazione in terra di Siria, quando ogni offensiva militare era seguita poi da una serie di colloqui diplomatici con la controparte turca, ovvero il punto di riferimento di innumerevoli gruppi islamisti lì presenti.

Per quanto sia ancora impossibile comprendere quali saranno le conseguenze nel breve e medio periodo di questa tremenda crisi, pare ovvio che tutto sia destinato a cambiare. Difficilmente, nel giro di qualche decennio, si riusciranno a ricostituire i rapporti che esistevano in precedenza, non solo tra governi, ma anche tra i popoli. Nonostante l’invasione russa non sia vista di buon occhio nemmeno in casa propria, le sanzioni e la cessazione dei rapporti tra UE, NATO e mondo russofono, rischiano di creare solchi incolmabili. Per la prima volta nella storia recente, infatti, si sta delineando un solco tra popoli europei a causa di obiettivi di interesse strategico. Per la prima volta dalla fine del sanguinoso conflitto balcanico, i fucili d’assalto si sono sostituiti alla parola e alla diplomazia, con tutte le possibili conseguenze del caso. Il futuro, ormai, pare essere caratterizzato sempre più dal ricorso alla politica di potenza e ad un’impostazione competitiva (sotto ogni aspetto) della vita di ogni nazione nel contesto internazionale. Tutti elementi che, in un modo o nell’altro, fanno da spartiacque col mondo di ieri. A questo punto, però, vengono spontanee due domande. La prima ha a che fare con la classe politica europea, ormai indebolita da decenni di calma e stabilità. Sarà in grado, l’Europa – e non solo l’UE – di formare una nuova classe dirigente capace di guidare il continente in un nuovo mondo? L’altra domanda, invece, riguarda maggiormente il nostro Paese, ormai indebolito e condannato ad una lenta, ma inesorabile, decadenza. Saremo capaci, tutti noi, di abbandonare le differenze che da tempo ci affliggono, così da affrontare insieme le sfide che si pongono davanti al nostro avvenire?

Andrea De Poli

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