LA GIORDANIA AL CENTRO DI TRAME GEOPOLITICHE?

Durante il fine settimana riservato alle celebrazioni cattoliche legate alla Pasqua,  la Giordania è stata teatro di un presunto colpo di stato ad opera del fratello del re in carica.

Le notizie che si sono susseguite nei media internazionali non hanno chiarito quanto avvenuto: alcuni hanno banalizzato l’avvenimento, come lo stato hashemita desiderava, imponendo una narrazione simile a quella di una telenovela di scarsa qualità in cui un fratello geloso avrebbe ordito trame a discapito del regnante; altri, invece, hanno ricamato una trama caleidoscopica eccessiva anche per gli sceneggiatori delle peggiori serie tv di spionaggio.

Quanto può essere preventivamente descritto con chiarezza sono gli aspetti preliminari della vicenda. La Giordania gode di una certa fiducia da parte della comunità internazionale e il re Abdallah II è spesso definito come filo-occidentale. Questa apparente oasi di pace, però, è messa a dura prova dagli equilibri caotici del Medioriente. La Giordania è rifugio privilegiato, come in parte avviene in Libano, di intere comunità di palestinesi che si sono ritrovate ad abbandonare le terre di origine e, comprensibilmente, si può desumere che questo tipo di immigrazione sia compiuta da persone povere che necessitano di assistenza economica e sociale da parte dello stato che li accoglie. Può sembrare un fatto irrilevante ad un osservatore poco attento, ma bisogna assolutamente tener conto che la Giordania è forse il paese meno ricco della zona in quanto il territorio è sostanzialmente privo di combustibili fossili da cui attingere ricavi: le esportazioni di bromo, fertilizzanti, fosfati di roccia, e potassio sono  destinate ad aumentare nei prossimi anni grazie al completamento del polo di esportazione del porto di Aqaba e i giacimenti di uranio (scoperti nel 2010) devono ancora essere messi a profitto.

Quanto appena descritto è solo uno dei fattori che pone la Giordania in una condizione di svantaggio ed in questo quadro complicato si inserisce prepotentemente l’Arabia Saudita. Quest’ultima, infatti, sembra fosse favorevole ad un cambio strategico della gerarchia giordana: il principe Hamza (ex erede al trono) ha sicuramente caratteristiche più adatte agli occhi della casata dei Saud e, a conferma di ciò, si staglia il profilo e la collaborazione dell’ex consulente reale hashemita Bassem Awadullah, oggi consigliere personale del principe ereditario Mohammed bin Salman.

Il tentato colpo di stato, a mio avviso, non può essere iscritto unicamente nelle cronache inerenti ai dissidi familiari perché è fondamentale ricordare quanta importanza strategica stiano assumendo gli accordi di Abramo, voluti e incoraggiati da Trump affinché venga riconosciuta la legittimità dello stato di Israele. Al momento dell’organizzazione dei primi tavoli di confronto tra i vari paesi che osteggiavano lo stato ebraico è risultato evidente che gli Usa avrebbero dovuto concedere riconoscimenti e vantaggi politici agli stati coinvolti nei trattati. Un piccolo esempio, seppur non inerente all’area ora in esame, è il Marocco che riceve la legittimazione internazionale riguardo alla possibilità di sfruttare ed amministrare la zona del Sahara, originariamente abitata dal popolo saharawi, nonostante questa sia formalmente ed umanamente una violazione territoriale.

In riferimento ai suddetti accordi sembra che la Casa dei Saud abbia reclamato la custodia dei luoghi santi musulmani a Gerusalemme, in particolare la moschea di Al-Aqsa. Re Abdallah II, che rivendica la discendenze diretta dal Profeta Muhammad, ricopre un ruolo di primo piano nel mondo arabo e in quello mussulmano finanziando tramite il suo governo una fondazione (Waqf) che già gestisce la Spianata delle Moschee/Spianata del Tempio. Quanto avvenuto, quindi, nei giorni scorsi potrebbe essere un segnale per il regno hashemita affinché ceda quanto rivendicato dall’Arabia Saudita. Allo stesso tempo, però, non si può escludere che quanto ordito non sia una manovra ancora più melliflua volta a mettere in crisi la Giordania: è importante ricordare la posizione filo-occidentale capace di convivere con un simbolo importante come Rania, la moglie del re. In Italia si conoscono poco le attività svolte dalla regina, ma in patria è famosa per gli sforzi profusi verso gli immigrati palestinesi, suoi connazionali, e l’impegno incessante verso i poveri e le donne, con la creazione di borse di studio e progetti finalizzati alla valorizzazione delle minoranze.

Sicuramente re Abdallah II ha già dimostrato di aver preso molto seriamente la minaccia, tanto che il fratellastro gli ha prontamente giurato fedeltà ma, se quanto da me ipotizzato si rivelasse reale, si rischia concretamente di “perdere” un paese dalle bellezze suggestive e veder nascere una roccaforte che permetterebbe alle autorità della zona di sostenere di non aver un ruolo, “lavando” così l’immagine di molti paesi, ma senza in realtà consentire la creazione di una pace duratura tra Israele e Palestina.

Arianne Ghersi

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