LIBERTA’ E COMUNITA’: UNA RIFLESSIONE – prima parte

Tutti noi siamo cresciuti con una serie di dogmi ritenuti irrinunciabili: la libertà personale, i diritti dei cittadini , i limiti di un potere politico rispetto alla persona umana.
Sarebbe lungo spiegare quali incongruenze, sovente, si siano concentrate dietro a questa dogmatica civile e quali evoluzioni abbiano subito i concetti summenzionati.
I cittadini sono diventati persone e quindi dai diritti dell’uomo e del cittadino si è passati alla generica espressione dei “diritti umani” con un dibattito sempre più arzigogolato, sempre più sottile, sempre più dettagliato.
In nome dei diritti umani una serie di eventi sono accaduti, una serie di motivazioni sono state addotte anche a fronte di guerre discutibili, spietate, disastrose quando non vere e proprie aggressioni alla sovranità nazionale di stati terzi, spesso e volentieri minori .

Ma adesso non è sede per approfondire l’aspetto della politica o della geopolitica.
Urge però definire bene di cosa si stia parlando quando si voglia discutere di “libertà”, che si voglia o meno correlare questo termine con un contesto politico o meno.

Secondo la titolata enciclopedia Treccani si parla di libertà in modo molto preciso: “Dal punto di vista giuridico, per l. si intende in linea di massima il diritto di ogni individuo di disporre liberamente della propria persona”.

Nel mondo antico l’uomo libero era il cittadino, il civis e ciò differenziava in modo molto chiaro quest’ultimo dal suddito, dal subiectus, quindi; tale termine indicava o veniva attribuito a soggetti privi della propria libertà per motivi servili o per ragioni di sudditanza nel caso di governi dispotici.
Una delle riflessioni del mondo ellenico circa la propria libertà da difendere rispetto a minacce come quella dell’Impero Persiano fu proprio quella relativa alla natura della vita delle Poleis rispetto alla ridotta identità del suddito dell’Impero orientale con cui i Greci ebbero a combattere duramente.

Non diversamente un capitolo della cosìdetta “barbarologia”, dottrina di studio di epoca romana circa la barbarie, riguardava proprio il Diritto di Cittadinanza rispetto ad altri sistemi politici con una particolare attenzione, in negativo, verso la barbarie orientale ed il suo ricorrente sistema dispotico.
E’ ben noto che ad un certo punto della storia della politica e del diritto sono emerse le questioni relative alla limitazione della libertà dei cittadini e quindi della titolarità di un potere istituzionale di limitare la libertà non di un singolo cittadino o di un gruppo di cittadini ma di tutto il corpo nazionale e quindi la cittadinanza nel suo complesso di interessi, di abilità, di prerogative.
Non molti hanno mai avuto il coraggio di contrastare il potere di uno Stato nei confronti di alcuni cittadini rei di aver commesso violazioni, infrazioni, crimini etc.
In verità uno Stato vive la sua libertà proprio limitando la libertà perché essa non diventi Caos e quindi un fattore di rischio per la libertà medesima.

Altro è, però, un sistema che preveda un’azione di sigillazione di tutta la sua cittadinanza all’interno delle proprie abitazioni per ragioni emergenziali.

In buona sostanza è ciò che è successo adesso, in questo periodo storico che stiamo vivendo, nel corso dell’epidemia/pandemia di Coronavirus del 2020, con una inedita e assolutamente rigida applicazione di misure di prevenzione sanitaria definite “lockdown” con la lingua dei mercati; tali misure sono state decise dal Governo Italiano al di là di ogni specifica discussione in Parlamento ma con una serie di decreti della Presidenza del Consiglio, poi convertiti dal Governo con un procedimento indubbiamente costituzionale ma che ha visto parecchi intoppi e dubbi di costituzionalità1.

Tali misure, indiscusse ed indiscutibili dai più, sono state ben accettate e sostenute, quanto meno ab initio, per ragioni ben specifiche relative all’epidemia ed alla giustificata paura di essa ed anche a causa delle scene di disgrazia e di lutti giunte da alcune zone dell’Italia del Nord.

In sostanza tutti d’accordo ma possiamo ben dire che questo stato di sospensione della libertà dei cittadini e di una serie di articoli della Costituzione abbia sollevato una serie di questioni non solo legali ma etiche.

In buona sostanza una intera popolazione è diventata oggetto di controlli serrati e limitazioni di una serie di tipiche libertà dei cittadini i quali, rapidamente , sono stati trasformati in “idioti”.
Ma cos’è un idiota? Un soggetto limitato mentalmente? Non esattamente; analizzando l’origine della parola troveremo una origine antica, dalla lingua greca.

L’ idiótes era il cittadino privato,senza ruoli politici pubblici e che non si occupava di politica, non solo per sua volontà ma per ragioni oggettive legate al suo censo o alla sua incapacità sul piano delle competenze e dei meriti.
L’idiota era quello che viveva “per i fatti suoi”, come si direbbe oggi.

In genere era considerata una condizione non invidiabile secondo l’etica antica che definiva la dignitas di una persona dalla misura della sua partecipazione nella vita di una comunità umana.
Quando un cittadino diventava escluso dalla dimensione socio-politica, quindi, diventava un “idiota” per definizione. In seguito il termine, evidentemente non più solo considerato un affare privato ed una limitazione personale, diventava un simbolo di stupidità patologica del cittadino medesimo e poi di una persona al di là di ogni attribuzione.

Questo perché un cittadino escluso dalla vita politica e dalla sua libertà di partecipazione era inaudito; proviamo a pensare che cosa sarebbe una vita di un cittadino che non può uscire di casa, circolare, incontrare e riunirsi, andare a condurre i suoi affari privati e pubblici.
Oggi come allora si elaborò molto chiaramente un concetto di libertà molto complesso che non metteva in dubbio i concetti superiori di Autorità e Gerarchia ma che assumeva come “ovvio” che un cittadino libero e capace di autodeterminarsi dovesse avere una sfera di capacità dalla politica all’intrapresa economica.
Quando tutta la cittadinanza viene limitata in queste attribuzioni allora, per la Tradizione, significa che non esiste più una comunità di cittadini ma una massa di “subiecti”,di sudditi.
Non per nulla anche in epoca imperiale romana non fu mai messa in discussione l’idea di Res Publica, come anche il Senato ed altre istituzioni rappresentative. Tra le Poleis greche il dibattito politico su quale sistema fosse migliore rimase sempre vivace e non esente da polemiche. La codificazione legislativa fu uno strumento tipico delle città greche per regolare rapporti umani, politici ed economici tra le varie componenti del potere locale.

Aristotele e Platone insistono molto sulla degenerazione della Tirannide , termine tipicamente negativo ma nato in modo diverso e non usato in accezione di condanna ma di semplice potere autoritario accentratore quanto, sovente, illuminato ed equilibrato.
Per questo dobbiamo riflettere in modo molto serio sul periodo che stiamo vivendo poiché si sta creando una situazione che, se non elaborata giuridicamente e non controbilanciata da una riflessione, appunto, politica, rischia di diventare un passaggio per aspetti ben peggiori che potrebbero inquinare la vita pubblica e l’essenza stessa dell’essere cittadini e l’identità di una nazione.

Stefano Cordari

1 https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-sei-decreti-convertire-governo-aggira-l-ingorgo-un-maxi-accorpamento-ADKhGmH

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