TANTO TEMPO FA, IN UNA GALASSIA LONTANA LONTANA..

Correva l’ autunno del 2019 quando la megalopoli di Whuan in Cina fu teatro di una serie di eventi che portarono poi ad uno squassamento a livello mondiale. Quella che i contemporanei di allora chiamarono la pandemia di coronavirus ebbe un inizio misterioso. Da quello che poche ma affidabili testimonianze poterono mostrare, un’epidemia di un coronavirus sconosciuto, probabilmente generato da una mutazione di un suo simile che albergava nei pipistrelli, imperversò nelle parti più povere della città, uscendo dai mercati all’aperto e via via contagiando un sempre maggior numero di persone. Le sue caratteristiche erano quelle di un virus letale ( tipo virus ebola per intenderci) ad alta contagiosità ma a bassa diffusione per l’altissima e rapida morbilità e mortalità degli infetti. La reazione delle autorità cinesi fu immediata: non un uomo, non un mezzo, non una mail doveva uscire da Whuan. E’ evidente che il sigillo che chiuse la città aveva non solo lo scopo di contenere il contagio ma anche di non mostrare al mondo quanto stava avvenendo, pena la rovina commerciale di tutta la Cina. Nel frattempo i laboratori ultra specializzati in virologia che avevano sede proprio a Whuan si misero all’opera per realizzare nel più breve tempo possibile un vaccino.

A tanti anni di distanza, ci sembra impossibile la realizzazione di un’operazione di questo tipo, ma non bisogna dimenticare che fu fatta in laboratori che già lavoravano sull’induzione di mutazioni del genoma dei coronavirus e che furono saltati, nella situazione di emergenza, tutti i test di efficacia e sicurezza del vaccino, che sono quelli che usualmente richiedevano più tempo per la sua messa a punto. Tuttavia le cose non andarono come le autorità cinesi avrebbero sperato. Il virus vivente attenuato inoculato nelle persone risultò senza apprezzabile virulenza ma rimase contagioso, nel senso che il vaccinato lo trasmetteva ad altri, provocando in una piccola ma importante percentuale di casi una reazione iperimmune del soggetto che portava ad una gravissima patologia polmonare con un indice di letalità di circa il 3%. A peggiorare le cose, forse a causa di un abbassamento della guardia nelle misure di sicurezza, alcuni contagiati da vaccino uscirono da Whuan e portarono l’infezione in altre regioni della Cina e nei paesi occidentali. A questo punto i cinesi, visto che comunque l’epidemia vera del nuovo coronavirus era stata spenta, con le misure di sicurezza e con il vaccino, decisero di mostrare al mondo una situazione che permettesse loro di non essere oggetto di rappresaglie economiche e sociali. Misero letteralmente in scena una raffigurazione dei risultati della vaccinazione di massa presentandoli come se fossero quelli dell’epidemia . Sottoposero alla comunità scientifica internazionale ed all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) i dati di una casistica di 80000 soggetti in cui si evidenziava che la mortalità era pressoché assente nei bambini e nei giovani mentre arrivava al 15% nelle fasce di età sopra i 70 anni, prevalentemente maschi (70%) e con patologie cardiovascolari e metaboliche associate.

Nel frattempo il contagio da vaccino era approdato in Italia, prima nazione occidentale ad essere coinvolta. Anche se molto probabilmente si erano verificati casi isolati di infezione già nel gennaio 2020, l’inizio ufficiale di quella che fu definita la pandemia da coronavirus avvenne il 20 di febbraio 2020, quando nell’ospedale di Codogno, cittadina della provincia di Lodi in Lombardia, fu identificato il primo caso italiano di infezione. Quasi contemporaneamente altri casi furono segnalati a Vò Euganeo paese di 3000 anime in provincia di Padova in Veneto. Quello che successe poi, in quel triste scorcio di fine febbraio rimane uno degli enigmi della pandemia. Le strutture sanitarie della Lombardia, vanto del sistema sanitario italiano, apparentemente uno dei migliori d’Europa,scricchiolarono paurosamente, incapaci di contenere il contagio, anzi favorendolo con errori nell’ospedalizzazione dei pazienti, con carenze di misure protettive, e con difetti decisionali che si sarebbero rivelati fatali.

Infatti le autorità italiane, pur allertate già dalla fine di gennaio dell’arrivo dell’epidemia (tant’è che era stato dichiarato lo stato di emergenza), si mostrarono assai irresolute, sottovalutando il problema, quando ancora poteva essere contenuto con semplici misure alle frontiere, e perdendo tempo prezioso nell’approntamento di protocolli e di materiale per l’emergenza. Quello che seguì fu uno dei più bui periodi di storia italiana dopo le 2 guerre mondiali, perché il paese fu scosso da un’ondata di panico alimentata in modo inspiegabile dai media e dalle dichiarazioni contraddittorie delle autorità, le quali, alla fine, presero delle decisioni di una gravità inaudita. Fu decretata dal governo (senza nemmeno passaggi parlamentari) e rincarata dalle autorità regionali e addirittura comunali, una babele di restrizioni delle attività dei cittadini, delle loro libertà e dei loro diritti costituzionali, con distruzione radicale di quel tessuto sociale ed economico (un po’ mescolato tra trasparenza e sommerso) che aveva caratterizzato la passata prosperità italiana. Certo queste decisioni furono prese nel nome di un bene superiore , la salute pubblica, e furono comunque accettate dalla maggioranza dei cittadini, complice anche la costante manipolazione delle informazioni ad essi riportate. Invero anche negli altri paesi occidentali ci furono misure di “lockdown” ma mai così radicali ed integraliste come in Italia e comunque tali da non alterare così profondamente la situazione socio-economica del paese, e ottenere peraltro un controllo dell’epidemia anche superiore a quello italiano.

Oggi noi ci chiediamo come poteva essere gestito il governo della res publica in maniera alternativa. Anche se è facile ragionare con il senno di poi e su ciò che a noi ,a decenni di distanza sembra evidente, viene in ogni caso da chiedersi se già allora vi fossero indizi che avrebbero potuto portare a conclusioni diverse sulla natura dell’epidemia e conseguentemente a decisioni non così gravide di terribili conseguenze future. Analizziamo alcuni dati per come si presentavano all’insorgere dell’epidemia: – il primo punto che balza all’occhio anche di un profano era che, contrariamente ad ogni altro virus conosciuto, il coronavirus non faceva strage di chi non aveva una protezione immunitaria nei suoi confronti, ad esempio i bambini, anche piccolissimi, e gli immunodepressi . Questo fatto implicava che la pericolosità del virus non era immunologicamente correlata. Noi oggi sappiamo che si trattava di un virus attenuato (come da buon vaccino che si rispetti) ma anche allora qualche dubbio avrebbe dovuto far sorgere. – secondariamente si osservò che la grave morbilità e la mortalità erano prevalentemente distribuite in fasce di età oltre i 70 anni,( al 70 % maschi) e con patologie cardiovascolari e metaboliche associate.

Praticamente veniva a definirsi una popolazione a rischio che avrebbe dovuto essere difesa ad oltranza, lasciando magari molte più libertà al resto. Sicuramente il lockdown di una parte ristretta della popolazione sarebbe stato più facile da ottenersi di quello sul totale degli abitanti e avrebbe di certo portato a maggiori benefici in termini di prevenzione e ovviamente molti meno danni socioeconomici. – infine risultò ben presto evidente che la causa prima della patogenesi associata al virus non era la classica lesione e lisi cellulare dell’organo invaso ma una esagerata risposta difensiva al virus stesso, con sede prevalentemente polmonare. Si trattava in altre parole di una reazione iper/auto immune (come del resto siamo abituati a vedere in piccolissime percentuali anche con l’uso di altri vaccini ma in questo caso fu particolarmente eclatante), su base citochinica provocata dalla adesione di antigeni virali a recettori cellulari anomali per cause genetiche o esogene (le famose patologie associate). Questa, che fu già da subito definita una “tempesta flogistica”, dava origine nel polmone ad una serie di alterazioni vascolari con anche formazione di microtrombi, che esitavano in una ridotta perfusione dell’organo con conseguente impossibilità ad ossigenare correttamente il sangue. L’ipossia cosi’ generata era, in modo erroneo, scambiata per una primaria grave difficoltà respiratoria polmonare (distress respiratorio acuto), con conseguenti errori nel trattamento intensivo. Purtroppo le terapie che avrebbero potuto essere efficaci, quali alcuni antiinfiammatori, particolarmente quelli attivi nelle malattie auto immuni, l’eparina e gli inibitori degli enzimi recettoriali cellulari non furono impiegate in modo uniforme sul territorio nazionale e nelle modalità appropriate ma risultarono utilizzate nei primi periodi dell’epidemia solo parcellarmente e tardivamente, inspiegabilmente osteggiate dalle fonti ufficiali. Quando la loro somministrazione si fece in maniera corretta non tardarono a dimostrare la loro grande utilità nel ridurre la gravità della malattia.

Da tutto ciò che abbiamo visto, abbiamo l’impressione che una via alternativa avrebbe potuto esserci nella conduzione dell’epidemia, soprattutto evitando l’ostinazione a non voler riconoscere che la malattia da coronavirus (COVID-19) non poteva essere trattata come le altre infezioni virali per le peculiari caratteristiche presentate, e magari evitando l’ultima tappa di quella fallimentare esperienza e cioè il ricorso al vaccino contro quello che sappiamo essere stato a sua volta un vaccino. Che si dimostrò oltre che inutile, anche dannosa, perché la “tempesta flogistica” dovuta agli antigeni virali, si ripresentò ugualmente.

Milano, 21/02/2050 ( nel trentennale della pandemia da coronavirus )

Aldo Claris Appiani

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