LA MONTAGNA NON È UNA MULTINAZIONALE

Con la montagna non si scherza. E infatti, Nardi e Ballard, non scherzavano affatto quando decisero di scalare il Nanga Parbat. È difficile, va ammesso, spiegare ai portatori di una mentalità borghese e liberale, il rapporto dell’uomo con la montagna. Tuttavia mi riservo di provarci… È anche questa una scalata, dopotutto.

Il contatto profondo con la natura rappresenta una tensione insita nella natura dell’uomo, oggi spesso e volentieri ostacolata dal timore di un’alterazione del proprio equilibrio quotidiano. Non appena, infatti, all’orizzonte viene avvistato l’emergere di un rischio, lo spirito di conservazione prende il sopravvento. Da qui l’inflazionata retorica: “Chi glielo fa fare?”; “Come fanno a non rendersi conto del rischio che corrono?”, o peggio: “Se la vanno a cercare!”.

La società della competitività, appiattitasi sul quieto vivere, ha dimenticato la dimensione spirituale, quella che maggiormente definisce la differenza tra vivere e sopravvivere, e quindi tra innalzarsi e conservare lo status quo. Vogliamo forse credere che la nostra esistenza sulla Terra non sia abbinata ad una missione? O pensiamo che la nostra missione sia banalmente ottenere un mondo senza preoccupazioni?

Fatte queste premesse, arrivo al punto: la montagna non è un fine, è piuttosto un mezzo. Ed anche scalarla è una via per riscoprire l’elevazione, per staccare dalla banalità del mondo moderno e della liquidità degli affetti.

La montagna insegna il silenzio. Disabitua dalla chiacchiera, dalla parola inutile, dalle inutili, esuberanti effusioni. Essa semplifica ed interiorizza. Il segno, l’allusione sono qui più eloquenti di un lungo discorso.
Julius Evola

Un punto di partenza, dunque, che materialmente si traduce in una vetta da raggiungere. Daniele Nardi non era uno sprovveduto. Conosceva bene i rischi ai quali sarebbe andato incontro. Ciò che, di lui, la borghesia non è riuscita a cogliere, è la consapevolezza di una spiritualità da alimentare. Con una scalata appunto. Non una semplice sfida con se stesso o una competizione con qualcuno. Sbaglia chi riduce la scalata al concetto di “challenge”. Si viene abituati a voler competere, a cercare l’approvazione altrui, scalando i ruoli manageriali di qualche multinazionale americana. Questo è ciò che viene considerato “challenge”, la sola sfida con cui le vite vengono alimentate. Perché è il “challenge” il sogno illusorio dell’uomo contemporaneo anestetizzato dal mondialismo. Ma spirito e materia non potranno mai seguire binari paralleli.

È vero, perciò: non si può scherzare con la montagna. Ma, in primis, perché non si può comparare una vetta ad un ufficio dirigenziale di una SpA. E, chi lo fa, è già morto, ancor prima di Nardi e Ballard.

Lorenzo De Bernardi

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