SALVADOR ALLENDE: LA VIA CILENA ALLA DITTATURA

Era un ottimo capo di stato: lo dicono anche Radio Popolare e sua nipote

A trentadue anni trascorsi dal golpe militare che rovesciò in Cile il governo socialista di Salvador Allende Gossens credo possa essere opportuno fare chiarezza su quel ben noto (ma non sempre dovutamente compreso) episodio della storia contemporanea dell’America Latina, sfatando alcuni miti che l’hanno quasi sempre accompagnato.
Data la mole delle questioni delle quali mi sono prefissato di scrivere sarebbe necessario un saggio interamente dedicato a queste, ma considerato lo spazio non potrò fare a meno di illustrare l’argomento nella maniera più sintetica possibile.

Al fine di dare un quadro generale è necessario prendere in considerazioni le elezioni presidenziali cilene del 1970, le quali videro la vittoria di Unidad Popular (coalizione composta da socialisti, comunisti e radicali) di Salvador Allende (36%) sul democristiano Radomiro Tomic (28%) e sul conservatore Jorge Alessandri (35%). Il suo mandato è noto per essere stato concluso con le armi l’11 settembre del 1973 dal colpo di stato guidato dal generale Augusto Pinochet Ugarte, durante il quale Allende si suicidò sparandosi in testa. E’ ipotizzato un coinvolgimento della Cia nel golpe, ma la questione rimane all’oggi controversa.

Ad ogni modo, il neoeletto governo Allende iniziò una politica economica e sociale volta al mettere in pratica quello che il presidente stesso definì la “via cilena al socialismo”, che da un punto di vista economico è stata in tal modo definita dal Ministro dell’Economia Pedro Vuskuvic: “La finalità della nostra manovra, che si conseguirà attraverso l’abolizione della proprietà privata, sarà la distruzione delle basi economiche dell’imperialismo e della classe dominante”.

Allo scopo di comprendere ciò che accadde nel 1973 bisogna aver presente le modalità con cui si arrivò al risultato delle elezioni del ’70: dati gli esiti delle urne, il Congresso Nazionale (parlamento cileno) era costituzionalmente tenuto a scegliere tra i due candidati alle presidenziali che avessero ricevuto il maggior numero di voti. La disputa si profilò quindi tra il conservatore Alessandri e il socialista Allende, con i voti dei deputati democristiani che avrebbero fatto da ago della bilancia. Il PDC (Partido Demòcrata Cristiano de Chile), dopo certe vicissitudini, decise di far confluire i suoi voti sul candidato socialista dopo che questi ebbe firmato uno statuto di garanzie democratiche. A riguardo va ricordato che, secondo l’opera del 1971 The Chilean Revolution: Conversations with Allende del giornalista francese Régis Debray, Allende avrebbe ammesso di aver firmato tale statuto solo tatticamente.

Il 22 agosto 1973, ossia dopo tre anni di governo, vi fu una riunione plenaria dei deputati del Congresso, nella quale dopo un dibattito (penso sia utile riportare a tal riguardo gli interventi del deputato democristiano Claudio Orrego – il paese sta soffrendo attualmente una crisi che non ha paragone nella nostra storia patria, durante centosessanta anni e tanti anni di vita indipendente…. Fino a questo momento la crisi non si risolve; al contrario, si acutizza giorno per giorno. Per questo motivo, noi, oggi, in questo consesso e di fronte al Cile, vogliamo dire che è arrivata l’ora, che è arrivato il momento per dire un’altra volta responsabilmente la nostra verità davanti al paese e davanti alla storia, perché il Congresso non può continuare a tacere la grave situazione che attraversa il Cile e deve avanzare un giudizio globale su di essa, perché la situazione di illegalità riguarda oltraggi reiterati alle risoluzioni del Congresso Nazionale, nonché oltraggi reiterati alle attribuzioni del Potere Giudiziario, ed ancora oltraggi reiterati alle facoltà dell’Organo di controllo generale della Repubblica e oltraggi reiterati ai diritti dei cittadini, ai mezzi di comunicazione dei cileni, e perfino, in alcuni casi, alla libertà delle persone…. Con questo quadro, signor Presidente, non bastano soluzioni parziali. Dentro questo quadro, quando un paese si sgretola, non bastano piccole manovre di politica sovrastrutturale. Qui bisogna risolvere i problemi di fondo – e di quello del Partido Nacional Hermógenes Pérez de Arce – il Potere Esecutivo aveva smesso di rispettare la Costituzione e la Legge, il che ha dato luogo all’illegittimità del mandato e all’esercizio del potere del Presidente della Repubblica) si giunse a quell’Accordo (approvato con 81 voti favorevoli e 47 contrari, ossia circa due terzi dei deputati del Congresso) che faceva cadere sul Governo Allende venti accuse di violazione della Costituzione e di alcune leggi, comprendenti ad esempio la protezione di gruppi armati, l’illegale limitazione dell’emigrazione, la censura sulla stampa e la confisca della proprietà privata, il tutto svolto sistematicamente allo scopo di favorire l’instaurazione di un regime marxista.

Non bisogna credere che tale deriva nel governo di Allende sia stata presa in seguito alla pressione dell’ala estrema della coalizione di Unidad Popular, infatti già in due occasioni precedenti alle elezioni del ‘70 il Partido Socialista de Chile (dalle cui fila proveniva Allende) espresse posizioni oltranziste: nel 1965, al Congresso di Linares, sostenne che la nostra strategia scarta in realtà la via elettorale come metodo per raggiungere il nostro obiettivo di presa del potere…. Il partito ha un obiettivo: per raggiungerlo dovrà usare i metodi ed i mezzi che la lotta rivoluzionaria renda necessari, mentre in quello di Chillàn del 1967 che la violenza rivoluzionaria è inevitabile e legittima…. Costituisce l’unica via che conduce alla presa del potere politico ed economico, e la sua ulteriore difesa e rinvigorimento. Solo distruggendo l’apparato democratico-militare dello Stato borghese può consolidarsi la rivoluzione socialista…. Le forme pacifiche o legali di lotta non conducono per loro stesse al potere. Il Partito Socialista li considera come strumenti limitati di azione incorporati al processo politico che ci porta alla lotta armata. La politica del fronte dei lavoratori si prolunga e si sente contenuta nella politica dell’Organizzazione Latinoamericana di Solidarietà (OLAS), quella che riflette la nuova dimensione continentale, ed armata, che ha acquisito il processo rivoluzionario latinoamericano.

A tal riguardo lo storico Richard Pipes, nel suo scritto Communism. A Brief Story osservò come la Camera sollecitò le Forze armate affinché restaurassero le leggi del paese. Obbedendo a questo mandato, 18 giorni dopo appunto i militari cileni, capeggiati dal generale Augusto Pinochet, rimossero con la forza Allende del suo carico.

Secondo lo storiografo ed amico di Allende Claudio Vèliz le visite nella Cuba castrista del presidente cileno ebbero come effetto un’incidenza fondamentale nel progetto che pretendeva di applicare in Cile. Dopo aver visto Cuba, Allende pensò che poteva accorciare la strada. Ma la verità è che si allontanò dalla tradizione cilena….[…]”.

Patricio Alwyn, futuro presidente del Cile, dichiarò il 19 ottobre 1973 al quotidiano La Prensa: “La verità è che l’azione delle Forze Armate e dei Carabineros non è stata altro che una misura preventiva che anticipò un autogolpe di Stato, che con l’aiuto delle milizie armate dal potere militare di cui disponeva il Governo e con la collaborazione di non meno di diecimila stranieri presenti in questo paese, pretendevano o avrebbero instaurato una dittatura comunista”.

Il settimanale inglese The Economist nell’editoriale intitolato The End of Allende datato 13 settembre 1973 offre un interessante e poco conosciuto quadro di queste vicende, affermando che tra le cause del golpe vi furono gli sforzi degli estremisti di sinistra per promuovere la sovversione dentro le Forze Armate. Il signor Carlos Altamirano, ex segretario generale del partito socialista, ed il signor Óscar Garretón del Movimento di Azione Popolare Unitaria, entrambi leader dell’Unità Popolare di Allende, furono segnalati dall’esercito come gli autori intellettuali del piano di ammutinamento dei marinai in Valparaíso…. Il comune sentire relativo al fatto che il Parlamento fosse già irrilevante aumentò causa la violenza per le strade e per il modo in cui il governo tollerò la nascita di gruppi armati di estrema sinistra che si stavano preparando in maniera aperta per la guerra civile.

Vi è anche espressa la differenza oggettivamente esistente tra i colpi di stato tipici dell’America Latina e quello di Pinochet (d’altronde la vita politica cilena aveva alle spalle una lunga tradizione democratica che difficilmente sarebbe potuta essere interrotta da un coup d’etàt privo della legittimazione di uno stato di necessità, infatti le forze armate intervennero solo quando fu chiaramente stabilito che esisteva un mandato popolare per l’intervento militare. Le Forze Armate dovettero intervenire perché fallirono tutti i mezzi costituzionali per frenare un governo che si comportava in maniera incostituzionale: “Quello che accadde a Santiago non è un colpo tipicamente latinoamericano. Le forze armate tollerarono il Dr. Allende per quasi tre anni. In quel periodo, egli le inventò tutte per affondare il paese nella peggiore crisi sociale ed economica della sua storia moderna. L’espropriazione di terreni ed imprese private provocò un’allarmante caduta nella produzione, e le perdite delle imprese statali, come da cifre ufficiali, superarono i 1.000 milioni di dollari. L’inflazione raggiunse il 350 percento negli ultimi 12 mesi. I piccoli impresari fallirono; i funzionari pubblici e i lavoratori specializzati soffrirono la quasi scomparsa dei loro stipendi causa l’inflazione; le padrone di casa dovevano fare interminabili code per ottenere alimenti essenziali, se li trovavano. La crescente disperazione originò scioperi enormi tra i camionisti iniziati sei settimane fa. Ma il governo di Allende fece di più che distruggere l’economia. Violò la lettera e lo spirito della Costituzione. La forma in cui bypassò duramente il Congresso ed i Tribunali debilitò la fede nelle istituzioni democratiche del paese”.

Il sopracitato editoriale fu tutto sommato previdente nel ritenere che “Chiunque sia il governo che sorga dal colpo militare, non può aspettarsi tempi facili. Anche quelli che soffrirono sotto il governo di Allende sentiranno la tentazione di saldare i conti con gli sconfitti e che “Questo significherà la morte transitoria della democrazia in Cile, il che è deplorevole, ma non deve essere dimenticato chi ha reso tutto questo inevitabile”. Ad analoga conclusione giunse anche Piñera quando ritenne corretto affermare che il Presidente Salvador Allende fu il principale responsabile della sua propria fine, perché commise un suicidio politico dichiarandosi in rivolta contro la Costituzione della Repubblica. Sempre nell’editoriale del The Economist viene sostenuta la completa estraneità degli Usa dal golpe (“Il Generale Pinochet e gli ufficiali che l’accompagnano non sono fanti di nessuno. Il suo golpe fu preparato in casa, ed i tentativi per fare credere che i nordamericani fossero implicati sono assurdi, specialmente per chi conosce la cautela dei nordamericana nelle loro recenti trattative col Cile”), ma la questione rimane controversa e dibattuta.

Pur considerando tutto questo non va però negata, sminuita o dimenticata l’oggettiva brutalità del regime di Pinochet, la repressione messa in atto dalla giunta militare cilena infatti non si limitò a colpire elementi che parteciparono ad attività sovversive o di guerriglia ma falciò anche molti tra coloro che praticavano una semplice opposizione pacifica (caso emblematico fu quello del cantante Victor Jara).

Concludendo credo di poter ritenere, date le circostanze, il golpe cileno del ’73 una tragica necessità. Tragica per le brutalità del regime militare che nacque in seguito a quell’evento, ma necessità in quanto in assenza dell’intervento del generale Pinochet la situazione avrebbe potuto facilmente degenerare o nella guerra civile o in una dittatura di stampo comunista, e a riguardo a quest’ultima possibilità ricorderei ciò che dissero due personaggi che ebbero a che fare durante la loro vita con il totalitarismo marxista: lo scrittore russo Alexander Solzhenytsin, il quale osservò che il comunismo si blocca solo quando trova una muraglia, e il primo presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel, che ricordò come il male deve essere affrontato nella culla e se non c’è nessuna altra maniera per farlo, allora bisogna farlo con l’uso della forza.

La Redazione

 

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