L’arte come strumento rigenerativo dell’immaginario tradizionale

Il vocabolario di parole e immagini con il quale una comunità s’identifica è il mezzo che alimenta l’essenza spirituale

La totalità del reale e le individualità che si sviluppano in esso non sono il risultato di vuota casualità: ogni elemento del cosmo è espressione di un senso particolare che gli viene trasmesso dal fato. Come ogni pianeta ha una propria conformazione fisica e una propria storia, anche l’uomo e le comunità da esso formate si differenziano in diverse forme fisiche e culturali, la differenziazione delle quali contribuisce al mantenimento della prismatica ricchezza del microcosmo umano in un equilibrio policentrico.

Il linguaggio non è una meccanica astrazione, ma è espressione del genius loci: il vocabolario di parole e immagini con il quale una comunità s’identifica nell’uso quotidiano è il mezzo attraverso il quale si perpetua la fiamma che alimenta l’essenza spirituale dei luoghi, forza energetica da non sottovalutare. Come i rami di un albero secolare che si proietta nel futuro continuando ad alimentarsi dell’humus della propria terra, il linguaggio locale è il custode della Tradizione, in esso la stratificazione del tempo si sviluppa sulla struttura originaria che, come svelato dall’etimologia e dallo studio delle immagini archetipe, sempre traspare.

Alle diverse identità linguistiche si oppone l’uomo senza patria, tipica figura dell’attuale mondo globalizzato, il quale non rispetta i linguaggi locali riducendoli a curiosità turistica da vedere attraverso le teche dei musei o da leggere in polverose biblioteche. Attraverso la museificazione, l’uomo senza patria blocca i processi rigenerativi del linguaggio locale, demonizzandolo come retaggio di un passato arretrato, di fatto castrando la vitalità dei popoli per sottometterli ai flussi dell’economia globale. Alla proficua alleanza con lo spirito dei luoghi da esso vissuti, preservata nel linguaggio del genius loci che unisce le comunità agli enti naturali rendendole prospere, si va sostituendo per l’uomo un destino diverso, che parla attraverso il linguaggio globalizzato del valore monetario. Sempre più sottoposto ai flussi di un’economia che riduce in schiavitù, l’uomo può tornare libero ritrovando la vitale scintilla che sempre brilla sotto la pelle dei luoghi ai quali l’intuito ci dice di appartenere, terre che ci hanno partoriti o che ci hanno adottati, con le quali sentiamo di essere in intima connessione nonostante tutto ci voglia distrarre da esse.

Per ambire ad una vita equilibrata che concilia libertà e destino come indicato dal pensiero tradizionale, l’uomo deve tornare a volgere il proprio sguardo su di sè fino a comprendere quanto la vera libertà coincida con l’accettazione della propria identità naturale, la quale non è generata dal caso, dall’oscillazione dei valori di borsa o dalla misura delle proprie performance produttive, ma da un sistema di codici interni al cosmo che si rispecchiano nelle specificità culturali dei popoli. Bisogna riappropriarsi del linguaggio che ci ha generati e che ancora vive nel nostro animo, riesumarlo dai musei e ripulirlo nell’acqua sorgiva che purifica dalla polvere dell’oblio, riconsegnando ad esso ludica giovinezza e potere germinativo con l’invenzione di nuove immagini e nuove parole, disegnate e pronunciate con la freschezza di chi attinge alle fonti della Tradizione senza passare dal museo.

Andrea Lacarpia

(da Arengo Culturale)

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