Vilfredo Pareto, il sociologo delle élites

Vilfredo Pareto nasce nel 1848, l’anno dei grandi movimenti internazionali, dei moti rivoluzionari e del progressivo “trionfo della borghesia” (Eric John Ernest Hobsbawm). Per altro a Parigi, città che in quel momento è fibrillazione. Suo padre, il marchese Raffaele Pareto, ingegnere come suo figlio, era riparato per sfuggire alla giustizia poiché pochi mesi prima a Genova era stato coinvolto in una cospirazione di giovani mazziniani. Sociologo delle elites, avverso alla democrazia parlamentare, celebre per il suo spirito rivoluzionario (simpatizzò nel 1922 per l’esperienza dannunziana a Fiume tanto che gli donarono il “Passaporto per lo Stato Libero di Fiume”) e conservatore (di natura rimaneva un aristocratico attaccato alle tradizioni di famiglia, al titolo marchionale e profondo rispettoso per il sentimento religioso nonostante si definisse “amorale”), Vilfredo Pareto era un attento lettore di Gustave Le Bon e di Georges Sorel, l’uomo che insieme a Charles Maurras diede vita al Cercle Proudhon (Circolo Proudhon). Un’associazione di uomini e di donne libere che riuniva i monarchici, i marxisti revisionisti e i sindacalisti rivoluzionari di Edouard Berth: da una parte il rifiuto della democrazia parlamentare, del marxismo ortodosso, del liberalismo, dei cosiddetti “valori borghesi”, dell’eredità settecentesca, dell’internazionalismo, dall’altra, il culto dell’eroismo, del vitalismo e della violenza intesa sorelianamente.

Pareto descriveva il mondo, la società e la politica. Aveva grandi doti, tra queste quella dell’insegnamento. Un giorno le sue lezioni a Losanna raccolsero nella stessa aula due socialisti ante litteram che preparavano un destino similare: Vladimir Illich Ulianov Lenin e Benito Mussolini. In Italia conobbe solo il Fascismo-movimento (Renzo De Felice) poiché il 19 agosto 1923, a settantacinque anni, si spense a Celigny. Tuttavia come scrive Marcello Veneziani in un saggio introduttivo “lo scarto tra Pareto e il fascismo non è solo quello che corre tra un conservatore liberale molto singolare e un socialismo nazionale altrettanto inedito; ma è la differenza tra lo scienziato che riesce a raffreddare gli umori più vivi e le salse più piccanti della storia nella quale è immerso, ed il movimento politico che si ciba di quegli umori e di quelle salse”. Quella di Pareto non è quindi una vera e propria adesione al movimento fascista, ma un’adesione “con riserva”.

Non era un uomo d’azione, Pareto va esaltato per il pensiero. Come Georges Sorel, revisionò il marxismo scientifico. Il rapporto tra elites e masse non può ridursi a quello di “classi” perché esiste un’interconnessione tra esse, ma soprattutto un intreccio estremamente complesso delle elites. Le classi secondo Pareto non si creano solo sulla base dei rapporti economici, ma anche sulla base di valori condivisi come la religione, i miti, gli interessi territoriali e via discorrendo. Non esiste quindi solo la lotta di classe tra ricchi e poveri, ma quella tra operai e contadini, tra uomini e donne, tra donne e femministe, tra cittadini e paesani: è in realtà un intrecciarsi di micro-conflitti che generano divisioni e aggregazioni, elites e fazioni, sodalizi e avversari.

“La circolazione delle elite” e “la legge delle oscillazioni” diventeranno poco a poco il suo pensiero forte. Pareto elabora una teoria rivoluzionaria: ogni declino o esaurimento delle elites apre la strada ad un’ascesa di nuove elites. “La storia è solo una successione di elites dominanti; la storia è un cimitero di aristocrazie” afferma Vilfredo Pareto nella sua opera principale Trattato di sociologia generale. Il sociologo arriva alle stesse conclusioni dello storico italiano Gaetano Mosca: sono le minoranze a muovere la storia, a produrre mutamenti e pure le rivoluzioni. “Con o senza suffragio universale, è sempre un’oligarchia a governare e a saper dare alla volontà del popolo l’espressione che desidera” afferma solennemente nel suo Trattato.

(di Sebastiano Caputo, tratto da http://www.lintellettualedissidente.it)

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