Ignoranti digitali (oh, però figo il nuovo iOS)

Roma. A giocare al tiro al millennial ogni tanto ci si prende. Negli ultimi mesi la generazione dei nati dopo gli anni 80 (ma ci sono discussioni sulla periodizzazione) è stata accusata di tutto: sono pigri, fannulloni, sdraiati. Si rovinano gli occhi e i pollici davanti ai telefonini. Non sanno cosa sia il vero lavoro, che non c’è – e quando c’è non lo cercano. Hanno alle spalle una generazione di baby boomer che li tiene sotto una campana di vetro per sfogare la propria inadeguatezza educativa. Niente di tutto questo è raccontato dai numeri. Non ci sono statistiche sugli asciugamani lasciati per terra o sugli schermi consumati degli smartphone, siamo costretti a fidarci della parola di chi racconta una generazione che difficilmente è la propria.

Dove invece le statistiche ci sono è il mercato del lavoro, e i numeri sono interessanti. Il caso più éclatante, quello di cui si è occupato il New York Times a inizio mese, è l’Irlanda. Dublino è molto amata dalle grandi multinazionali: le corporate tax sono al 12,5%, il mercato è flessibile e aperto agli investimenti, la forza lavoro parla inglese. A Dublino ha la propria sede europea un buon numero dei giganti della Silicon Valley e delle imprese più innovative del mondo, una manna per l’economia e l’occupazione. Quest’estate, per esempio, PayPal offriva nel suo centro operativo di Dundalk 500 posti di lavoro ben retribuiti, Fujitsu 800. Ma i colloqui sono andati male. PayPal ha scoperto che i ragazzi irlandesi sono scarsi nelle lingue, per Dundalk ha dovuto reclutare lavoratori da 19 paesi esteri. Fujitsu voleva 800 ragazzi con dottorato, ne ha trovati pochissimi, anche lei si è rivolta all’estero. Così i giovani irlandesi, che stanno affrontando una gigantesca crisi occupazionale, si sono scoperti impreparati per i lavori specializzati e ad alto tasso tecnologico che il mercato offre loro.

È un problema in tutta Europa, in Iranda come in Germania. Il mercato si muove verso l’economia digitale, le imprese hanno bisogno di programmatori, fisici e ingegneri informatici, ma i millennial non sono pronti. Non è semplicemente una generazione disfunzionale che non riesce a entrare in un mercato del lavoro egualmente disfunzionale, dove un posto da baby sitter spesso rende di più di uno stage in una multinazionale, è una questione di scelte e vocazioni. Nel 2025, secondo l’Unione europea, quasi la metà dei lavori sarà ad alta specializzazione. Ma i millennial, che pure vivono del cliché del giovane iper scolarizzato e disoccupato (che unito al cliché del giovane iperconnesso e tecnologico dovrebbe costituire il profilo perfetto per i lavori più innovativi), di queste specializzazioni sembrano privi. L’anno prossimo, sempre secondo l’Ue, 900 mila posti di lavoro in Information e Communication Technology resteranno vacanti. Secondo un sondaggio pubblicato lunedì dall’agenzia di consulenza McKinsey, un terzo delle imprese europee ritiene che i giovani lavoratori siano privi delle qualifiche necessarie per sfondare, quasi il 30% nell’ultimo anno ha lasciato vacante almeno una posizione lavorativa perché non ha trovato nessuno capace di coprirla. “Per avere un lavoro, impara a programmare”, titolava pochi giorni fa la Cnn. Il futuro dei millennial sta nei device che maneggiano in continuazione.

Basterebbe che imparassero a capire quello che c’è dentro.

Tratto da Il Foglio, 17/1/2014

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