‘La grande bellezza’ di Sorrentino tra decadenza romana e talenti sprecati

Il senso di La grande bellezza, il film di Paolo Sorrentino a Cannes, è racchiuso in Ferito a morte di Raffaele La Capria, uno dei romanzi del Novecento italiano. Entrambi napoletani, entrambi educati a una sorta di armonia pagana, il miracoloso secolare rapporto fra natura e cultura, il secondo ha fatto a tempo a viverne la sua ultima stagione, mentre al primo non è dato altro che il rimpiangerla per non averla conosciuta. Ferito a morte ruotava intorno al mito della «Bella giornata», ovvero la sintesi perfetta che fra cielo, mare e esseri umani dava a quest’ultimi l’idea che un paradiso in terra fosse possibile, e eterno. Ma, in agguato, c’era sempre «l’occasione mancata», il non cogliere l’attimo illudendosi che ci fosse sempre tempo, che lo si potesse sempre rimandare. E, invece, dopo, c’erano solo cenere e disillusione.

Sorrentino è un regista molto letterario (cosa che i cinefili puri gli contestano, non illegittimamente), per il quale ciò che si dice vale quanto, e non meno, di ciò che visivamente si racconta. La grande bellezza è piena di citazioni esplicite, Dostoevskij e Bellow, Céline e Flaubert, e una delle sue chiavi è in un altro autore francese, Paul Morand, di cui il protagonista parafrasa a suo modo il fastidio di dover trascorrere la sera con una donna che, una volta fatto l’amore, si rivela vacua, nessun interesse in comune: «Non ho più l’età per sopportare una serata perduta». Il tempo è infatti il tema della Grande bellezza. Lo abbiamo sprecato, ce lo siamo lasciati sfuggire tra le mani, e ora non resta altro che il ricordo, la memoria, la nostalgia. Quest’ultima è una delle poche armi a nostra difesa, dice uno dei tanti protagonisti del film, il meno cinico, il più fragile e insieme l’unico che cerchi di trovare una via di fuga (Carlo Verdone gli presta la sua migliore faccia malinconica), insieme con le radici, il senso di appartenenza, come spiega una alter ego di Madre Teresa di Calcutta, «tecnicamente una santa», ammonisce un cardinale bon vivant, ma ancora non riconosciuta come tale dalla gerarchia ecclesiastica…

Il problema è che, comunque, è troppo tardi, la «grande mutazione» si è compiuta e quello che, mezzo secolo fa, l’età della Dolce vita di Fellini e di Ferito a morte di La Capria, era percepito come un futuro minaccioso in agguato, è divenuto il presente, e non lascia più spazio alla speranza.

A passeggio per una Roma colta nel suo albeggiare, quando la sua lancinante bellezza non è scalfita dalla volgarità del turismo di massa, né dalla frenesia dell’altrettanto volgare popolo della notte, Jep Gambardella, il protagonista del film di Sorrentino (Toni Servillo), autore di un unico bel romanzo, scrittore mancato per ansia di perfezione e poi volontà di abiezione realizzatasi in un giornalismo da gossip e un presenzialismo mondano, si muove fra i fantasmi e la realtà di una città talmente eterna nel suo aver visto tutto e il suo contrario, da poter irridere l’attualità. E, infatti, la popolano artisti di una post-avanguardia di cui ormai non si capisce più né il significato né il valore, e che tuttavia hanno successo; intellettuali legati a una stagione «rivoluzionaria», il comunismo partitico di lotta e di governo del tempo che fu, riciclatisi adesso in custodi di un moralismo accigliato; borghesi con la sindrome del divertimento perpetuo, per coprire il nulla della loro quotidianità; giovani emergenti che hanno dalla loro solo l’età e la voglia selvaggia di apparire. A tutto ciò fa da contorno una cattolicità sempre più di facciata, la pompa, lo sfarzo, senza però che dietro ci sia l’essenza, lo spirito, la fede.

Film per certi versi lugubre, una sorta di sermone funebre sulla decadenza di Roma (e dell’Italia), La grande bellezza racconta, con una luce cinematografica, bellissima (opera di Franco Bigazzi) e degli attori esemplari (il già citato Servillo è un colto farabutto napoletano, tanto simpatico quanto insopportabile, Sabrina Ferilli una malinconica spogliarellista, Serena Grandi il tragico mascherone del suo passato, Galatea Ranzi, l’intellettuale engagée e protégée del tempo che fu, Carlo Buccirosso l’imprenditore sessualmente assatanato, la morte della speranza, la dissipazione del talento che l’accompagna, l’angoscia esistenziale di chi si trova ad assistere a un finale di partita. «L’occasione mancata» ha preso definitivamente il posto della «bella giornata» e per chi il passato, non avendolo vissuto, non è più in grado di ricordalo, o avendone fatto parte può solo rimpiangerlo, il futuro è solo una morte a credito.

(di Stenio Solinas, tratto da Il Giornale)

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