Ogni arte ha i suoi sfigati: Errico Petrella

Errico Petrella non era neanche male come compositore. Tuttavia, la sua vita fu caratterizzata da una spaventosa serie di sfighe e di scelte (magari sul momento anche buone e ragionevoli) poi rivelatesi a dir poco disastrose.

Tanto per iniziare, aveva un refuso nel nome: un po’ come Ruggiero Rizzitelli, ma Rizzi-gol era un vincente e ha alzato la Coppa Italia, la Coppa di Germania e ha vinto un campionato tedesco, Errico no. Poi c’è la questione delle composizioni: sia in campo operistico, sia – soprattutto – in campo operettistico, si rivelò all’altezza del suo tempo, ma oggi viene ricordato per la marcia funebre della Jone (che fa schifo) e perché D’Annunzio lo ha citato nel suo La contessa di Amalfi (un po’ come Igor Severjanin con Majakovskij, ma Severjanin era uno stronzo, Errico no).

Il culmine della sfiga, che da sempre aveva accompagnato il compositore palermitano, si concretizzò, però, nella scelta del suo editore. Infatti, in quegli anni, il giovane Petrella ebbe un’importante offerta da un emergente editore milanese, tale Francesco Lucca, la cui giovane casa editrice aveva già scritturato artisti quali Chopin, Donizetti e il primo Verdi (Attila, I masnadieri, Il corsaro e Il Nabucco) in collaborazione con Giovanni Ricordi. Avete presenti i fumetti in cui Paperino e Paperoga si accordano in joint venture? Ecco, gli esiti del sodalizio Petrella-Lucca furono più o meno gli stessi: se Petrella era lo sfigato della composizione, Lucca deteneva il primato nell’editoria. Non ci volle molto prima che Lucca decidesse di rompere con Ricordi ed emanciparsi, ma Verdi (un vincente) rimase con Ricordi (un vincente), mentre Petrella (uno sfigato) seguì Lucca (uno sfigato). L’editore lombardo sponsorizzò e diede ampi palcoscenici a Petrella dipingendolo, agli occhi della critica, come l’anti-Verdi (?!), ma questi, fiaccato da un diabete per il quale non esistevano cure non riscosse il successo sperato e si spense lentamente, mezzo sordo, completamente cieco, quasi paralitico, senza figli e povero in canna.

Così, domani, percorrendo la strada tra piazza Caiazzo e corso Buenos Aires, saprete che, per quanto insignificante il giudizio dei posteri sul vostro conto, a parte una marcia funebre (che fa schifo), il Comune di Milano non mancherà di intitolarvi una via. Quest’anno corre il bicentenario della nascita (e non se lo caga nessuno). RIP, Errico.

Walter Quadrini

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