Ha perso il vecchio. Ha vinto il vecchissimo

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The day after. Ed è tutto un susseguirsi di facce stupefatte, disorientate, confuse e – siamo certi – un po’ deluse. Qualcuno sperava nella caduta dell’imperatore, qualcuno nel suo ennesimo trionfo. Nessuno è stato soddisfatto. Tutto come prima… ma diverso, molto diverso. C’era in atto una battaglia tra Berlusconi e il PD. Bene, hanno perso entrambi. Strano ma vero.

Ha perso Berlusconi, perchè nel momento della conta, si è visto abbandonato da una parte del suo partito (fino a quel momento padronale). Alfano e gli scissionisti, hanno deciso di non farsi più fagocitare dalle ultime disperate urla di rabbia di un capo vicino alla condanna (politica e/o giudiziaria, decidete voi). Se abbia inciso anche il poltronismo e il tradimento, poco importa: il dato politico è l’incoerenza – divenuta ormai troppo troppo esagerata – di un partito imperniato a parole sul garantismo e sulla certezza della pena, temi calpestati dalle necessità contingenti e personali del suo leader. Vedere un partito basare le proprie scelte politiche circa le sorti di un governo e di un paese sulle prospettive giudiziarie di un singolo uomo, è aberrante. In questo senso, a Berlusconi è arrivato dai suoi un segnale chiaro, sia da parte di chi ha consumato lo strappo, sia dai fedelissimi cagnolini che fino all’ultimo hanno supplicato il voto di fiducia. E alla fine, conti alla mano, Silvio ha dovuto cedere.

Lo strappo di Alfano e compagni ha alla base qualcosa di più di un semplice scatto di dignità. Si tratta di esponenti di provenienza democristiana o assimilabili, che poca difficoltà hanno trovato ad entrare in sintonia con Letta e i suoi, i democristiani di sinistra. Che hanno inferto un’altra sconfitta, alla sinistra appunto, quella di Bersani e D’Alema. Non solo il Pdl, ma anche il Pd esce mutato da questo voto. Perchè Letta (Gianni+Enrico, è la stessa cosa) hanno ora in mano le redini di entrambi i principali partiti italiani. In entrambi gli schieramenti, sanno di poter contare su truppe sostanziose che nel momento del bisogno non hanno esitato di dare il loro apporto. Hanno ucciso i vecchi, Berlusconi e D’Alema, per far resuscitare il vecchissimo, la Democrazia Cristiana. Che si sta staccando, da destra e da sinistra, per riabbracciarsi dopo tanto tempo. L’uccisione del leone Silvio ha un messaggio: i poteri forti hanno deciso di abbandonare il Cavaliere per puntare su un altro cavallo. Lo ha confessato lui stesso, amareggiato per il mancato esito positivo della trattativa con Napolitano, affidata a Letta senior. Ciò giustifica la serafica tranquillità dei Formigoni, Cicchitto e via dicendo, ciò giustifica la disperazione della Santanchè.

Qualcuno obietta che si tratterebbe di un esercito spuntato, perchè non basta avere con sè i poteri forti se non si ha qualche capo-popolo in grado di racimolare voti dalla popolazione. Ma qui interviene l’asso nella manica: Matteo Renzi, la ciliegina sulla torta, perfetta sintesi di questo nuovo budino. Renzi è l’uomo di appartenenza ‘sinistra’ (dirigente di punta del PD), contenuti di ‘destra’ (impressionanti le affinità con Berlusconi) e di provenienza democristiana. Renzi è l’uomo- immagine, il front man apprezzato dai potentati, in grado di sedurre la folla e apportare a questa creatura il contributo di consenso elettorale necessario. Questo voto ha ucciso il Pd, perchè è ora ostaggio di Renzi, al quale o daranno le chiavi del partito – permettendogli di cancellarne l’anima di sinistra – o gli daranno il lasciapassare per traslocare da un altra parte… come da lui stesso indirettamente paventato in più occasioni. E la nuova casa potrebbe appunto essere quella nuova DC da cui lui stesso ha origine e dove ritroverebbe i Letta, gli Alfano e tutti i poteri che contano.

Tutto deve cambiare affinché nulla cambi, diceva – nel Gattopardo – Don Fabrizio al forestiero che tentava di mettere in piedi una nuova classe dirigente siciliana. Eliminare il vecchio non per portare il nuovo, ma per ripristinare qualcosa di ancora più vecchio in grado di lasciare tutto immutato. Così che possa continuare lo status quo. In un giochino parlamentare divertente, in cui l’unico soggetto a risultare solo e soltanto perdente è il popolo. Destinato a sorbirsi ancora per molto la truffa delle larghe intese (nelle sue varie forme), voluta per esentare dall’onere della politica l’azione di tutela degli interessi dei poteri che tirano le fila di questo immondo teatrino. Affamando il paese a ritmo di grasse risate.

Vincenzo Sofo

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1 Commento su Ha perso il vecchio. Ha vinto il vecchissimo

  1. Un analisis perfecta.

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