Su una nuova concezione di vita sociale: il Bhutan e il suo monarca

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Gross National Happiness. Ovvero: Felicità Interna Lorda. Suona strano vero? Curioso direte… Beh, se lo saranno detto in molti, e soprattutto i grandi burattinai del mondo, quando sono venuti a sapere che per il Bhutan è lo standard sul quale si basa il proprio sistema economico. Si, giusto. Avete letto bene. Esiste un Paese tra l’India e il Nepal (quindi abbastanza lontano da noi, e non solo idealmente) che fonda la sua intera politica economica e sociale sulla Felicità. E fate attenzione! Non la felicità, come quella che può provare un bambino comprandosi un lecca-lecca, ma la Felicità. Quella Felicità duratura che si raggiunge da una completa trasformazione della mente, e che può essere ottenuta coltivando le passioni, la pazienza e la saggezza (si lascia intendere che il Buddismo è la religione ufficiale). A questo punto vi immaginerete il loro Re (è infatti una monarchia costituzionale) come un saggio buddhista, pelato, magari con occhiali e che passeggia osservando Magnolie in fiore elaborando profonde frasi. Saggio lo è sicuramente. Pelato e con occhiali ancora no.

Si chiama Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, ha trentadue anni ed è laureato a Oxford. Il 15 ottobre 2006, durante una gara di canotaggio, ricevette una chiamata dove lo si informava che suo padre stava per abdicare. Il 6 novembre 2008 si ritrovò catapultato su un trono e come il più giovane regnante del pianeta. Lui, con una calma socratica, tra uno scocco di freccia e l’altro (lo sport nazionale è il tiro con l’arco), è riuscito a ricostruire una forte identità bhutanese, archiviando nel passato le numerose proteste pro democratiche e i problemi d’integrazione etnica riguardanti la popolazione di origine nepalese; ha portato a termine la totale conversione della produzione energetica facendola divenire sostenibile e “environment friendly”; ha realizzato a pieno il concetto di Felicità Interna Lorda.

Proposto infatti nel 1972 dal papà, Jigme Singye Wangchuk, solamente grazie all’ormai ex-studente di Oxford l’indice è diventato l’unico parametro di sviluppo multidimensionale del paese, che combina tra loro quattro obiettivi: uno sviluppo economico equo e sostenibile in cui la crescita si traduca in benefici sociali per i cittadini, la conservazione dell’ambiente naturale, la difesa e la promozione dell’identità culturale bhutanese, un buon governo che garantisca la stabilità istituzionale e sociale da cui dipende l’armonia della vita quotidiana.

Se è vero, come scriveva il civilissimo Hegel, che “la storia non è il terreno della felicità, i periodi di felicità sono in essa pagine vuote”, fra cento anni non dovremmo più sentirne parlare del nostro oramai caro Bhutan. Ma Georg Wilhelm Friedrich forse ancora, e per fortuna, non conosceva il mondo del nuovo millennio, dove esistono invece pagine piene di felicità vuote… E di sicuro, la reale presenza del piccolo Bhutan e del suo giovane imperatore, seppur vicina ai suoi scritti, mai sarebbe stata pensata dal filosofo tedesco. E invece eccoli, con un tasso di crescita del PIL pari al 7,5% (rispetto al nostro dell’1,3%), e una popolazione pari a 650.000. Eccoli che deridono dalle alte montagne la nostra bassa etica. Noi foglie autunnali stuprate dai venti della finanza e della demagogia dei politicanti.

Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli. E se quindi anni e anni di politica della finanza, di “democrazia”, ci hanno portato a questa realtà sociale, come possiamo solo continuare a giustificarla? Come possiamo, quando esiste Paese chiamato Bhutan con un monarca trentaduenne e fondato sulla Felicità Interna Lorda, continuare a crederci? A cosa dobbiamo credere? A questo: che i pesi di tutte le cose devono essere nuovamente determinati.

(di Lukas Brodocs, tratto da http://www.lintellettualedissidente.it)

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1 Commento su Su una nuova concezione di vita sociale: il Bhutan e il suo monarca

  1. Un gran equilibrio mental-emocional. No se puede negar que son budistas.

    Negacion de que la industrializacion es necesaria a la felicidad ,error en el cual han caido capitalismo y comunismo, el rpimero confundiendo felicidad con consumismo, el segundo arruinando todoas las perspectivas humanas realizables,, con un ateismo estùpido..

    Mi piace

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