ISRAELE: NUOVO GOVERNO AL VIA

Il 29 dicembre ha visto la nascita del nuovo governo israeliano, tra nuove sfide e antiche ricette.
L’Iran è innegabilmente una vecchia spina nel fianco, soprattutto in relazione ai progetti nucleari e alla scarsa popolarità che il paese assume sempre più a livello diplomatico. Un nuovo importante progetto di Israele è quello di creare delle solide relazioni con l’Arabia Saudita e ciò appare inedito anche alla luce del fatto che il nuovo governo di Netanyahu risulta essere il più destroide e maggiormente caratterizzato da una visione conservatrice della religione di tutta la storia del paese.
Alcune personalità del nuovo governo complicano la predisposizione dei paesi di matrice islamica verso Israele: la figura di Itamar Ben Gvir, leader del blocco (accusato di razzismo e fascismo) composto dal Partito Sionista Religioso (noto fino al 2020 come Tkuma – resurrezione – ribattezzato poi Unione Nazionale Tkuma) e dal Potere Ebraico (Otzma Yehudit) che è la terza forza parlamentare del paese. I tratti che distinguono i due partiti sono le posizioni, fortemente ideologiche, palesemente anti-palestinesi, con incisivi tratti che riconducono all’ortodossia religiosa più “esasperata”.
Bisogna osservare con realismo che ci sono state delle timide aperture saudite al fine di creare spazi di collaborazione e connessione verso Israele ma, per quanto il principe ereditario Mohammed Bin Salman possa essere considerato un rinnovatore, è legittimo ipotizzare che i tempi non siano ancora maturi per arrivare a formalizzare una legittimazione attraverso la stipula degli Accordi di Abramo.
Per quanto concerne il dossier iraniano, la possibilità di creare nuove aperture sembra ulteriormente compromessa dalla poca “simpatia” subito manifestata dall’amministrazione Biden verso il nuovo governo e questo potrebbe portare a una scarsa partecipazione statunitense nella reale creazione di un proficuo dialogo con Teheran. Uno dei territori di scontro ideologico tra Gerusalemme e Washington è la possibilità profilata da Biden di ridiscutere il Jcpoa (accordo nucleare iraniano): Netanyahu ha sempre ampiamente scoraggiato e criticato questa eventualità e le sue perplessità sembravano essere state prese in seria considerazione unicamente nel periodo della presidenza di Trump. Due tasselli inediti alla “vicenda nucleare” hanno però fornito nuovi criteri di svalutazione di Teheran per gli Usa: il sostegno alla Russia nel conflitto ucraino e la gestione delle proteste interne al paese conseguenti al decesso di Mahsa Amini.
Nel corso del secondo mandato di Barack Obama fu richiesto a Netayahu di “addolcire” le proprie posizioni nei confronti dei palestinesi in cambio di un deciso aiuto diplomatico americano verso l’apertura di un dialogo tra Israele e Iran; tale ipotesi fu respinta dal rappresentante ebraico e uno dei principali sostenitori di tale rifiuto fu Bazalel Smotrich, compagno politico di Itamar Ben-Gvir.
La prima mossa di Netanyahu, alla luce di quanto menzionato, certo non ha quindi creato stupore: l’annuncio della visita ufficiale negli Emirati Arabi Uniti come primo viaggio da neo premier. La “mossa” conferma le sue capacità di statista come già ha dimostrato con la firma degli Accordi di Abramo con Bahrein, Emirati, Marocco e Sudan nel corso del suo precedente mandato.
Tali accordi, incoraggiati dagli Usa guidati da Trump, vengono tutt’ora considerati un’importante priorità dall’amministrazione statunitense attuale, anche se Biden ha dimostrato sempre maggiore interesse per la questione palestinese. L’attenzione americana sembra essersi spostata maggiormente verso il Negev Forum, caratterizzato da obiettivi più “ampi” e che mira alla creazione di connessioni in chiave securitaria e diplomatica verso stati non solo facenti parte degli Accordi di Abramo. Una nota “dolente” è data dall’Oman che, con il sultano Qābūs bin Saʿīd Āl Saʿīd morto nel 2020, era stato il primo paese dell’area del Golfo a dimostrare aperture verso Israele: oggi, con a capo il sultano Haytham bin Ṭāriq bin Taymūr Āl Saʿīd, sembra mostrare delle ostilità ideologiche alla normalizzazione dei rapporti con Israele.
Lo scorso anno Abdullah bin Zayed (Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti) aveva già posto serie perplessità sulla possibile inclusione nel suo governo di personaggi ultra ortodossi ma nonostante ciò a dicembre Ben Gvir è stato accolto all’ambasciata emiratina di Tel Aviv per la celebrazione del cinquantunesimo “National Day” promosso da Abu Dhabi.

Arianne Ghersi

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