LIBIA: GLI USA CHIEDONO STABILITA’

Gli Usa a fine agosto per mezzo di un comunicato trasmesso dal dipartimento di Stato hanno nuovamente sollecitato un concreto impegno mirante la stabilizzazione della Libia. Indubbiamente l’interessamento non è scevro da interessi economici: l’instabilità del paese ha grandi conseguenze sull’approvvigionamento energetico non solo regionale. Questa dinamica si somma alla recente richiesta statunitense posta all’Arabia Saudita di intraprendere azioni atte all’intensificazione e all’aumento della produzione di risorse energetiche, ma il regno ha addirittura proposto di ridurla. È noto che la Libia sia un produttore petrolifero e, se si creassero le necessarie condizioni di stabilità, il milione di barili giornalieri teoricamente commercializzabili da Tripoli rendono prioritario il destino del paese nelle agende dei “potenti del mondo”.
Le forze politiche libiche sono ben consapevoli di quanto appena descritto e recentemente Khalifa Haftar ha occupato con le sue truppe un polo estrattivo. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno intrapreso azioni sulla base di queste consapevolezze rendendo possibile commercializzare circa 700mila barili di petrolio libico, soddisfacendo così una parte delle aspettative statunitensi.
La richiesta Usa ha anche un valore strategico e non solo economico dato che l’instabilità libica potrebbe portare al coinvolgimento diretto, e forse ad uno scontro, paesi come Emirati Arabi Uniti, Turchia ed Egitto. Nello scacchiere non è escluso l’interessamento della Russia: fonti non ufficiali confermano l’intervento del gruppo di mercenari della Wagner a sostegno di Haftar.
La situazione di stallo politico in Libia non è cambiata dato che il premier uscente Abdelhamid Dabaiba (appoggiato dalle forze di Abedlghani Al Kikli, Ewad Trebelsi e la Rada Force) – noto per essersi arroccato nella sua veste e per non voler rinunciare alla carica – impedisce al suo successore, Fathi Bashaga (sostenuto dalle milizie riconducibili a Haitem Tajouri e a Osama Juweili), di essere investito a pieno titolo del ruolo di primo ministro.
Una possibile soluzione ipotizzata dagli Usa sarebbe la creazione di un sistema diplomatico-politico chiamato “Meccanismo per l’affidabilità finanziaria, economica ed energetica a breve termine” (“Mechanism for Short Term Financial, Economic and Energy Dependability” o “Mustafeed”); questo stratagemma potrebbe garantire il funzionamento dello stato e condurlo a celeri elezioni.
Nelle stesse ore in cui l’amministrazione Biden sollecitava un intervento concreto il Libia, il 27 agosto si sono consumati nella capitale violenti scontri tra diverse fazioni politiche; secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità del Governo di Unità Nazionale sono decedute 39 persone e i feriti sono 150. Gli scontri sono nuovamente riconducibili al premierato: il problema di fatto è che Dabaiba (sfiduciato dal parlamento) gode del riconoscimento e del sostegno Onu, ma ciò non rispecchia il volere libico.
La triste realtà che si propone ai nostri occhi è che nessun gruppo ha sufficiente forza per ottenere coercitivamente il potere e ciò sta portando progressivamente ad una guerra intestina tra bande rivali. È importante ricordare che la Libia ha al momento due premier e non ha ancora avuto modo di votare un nuovo presidente. Il grande errore della comunità internazionale è quello di aver “deciso” autonomamente chi siano gli interlocutori legittimi, ignorando totalmente le istanze della popolazione, “dimenticando” di verificarne la reale connessione e legittimità data dal popolo. Personaggi che inizialmente potevano anche essere spinti dal fervore politico e da genuine intenzioni, oggi si ritrovano ad essere de facto paragonabili a dei capi gang che perseguono unicamente i propri interessi e tutelano solamente quelli di coloro annessi alla propria fazione.
Il principale fattore che ha portato l’Onu ad ipotizzare un intervento miope è dato dal fatto di aver tentato di gettare le basi affinché si svolgessero le elezioni presidenziali senza verificare, o talvolta ignorando, le cause della forte instabilità del paese. Ciò ha fatto sì che l’intervento fosse svalutato, o peggio considerato un’inopportuna ingerenza.
È indispensabile che l’Onu sappia fare un “passo indietro” e rispetti quanto deciso dal parlamento libico perché, se così non fosse, continuerebbe a delegittimare l’autorità di un organo che, anche solo simbolicamente, dovrebbe garantire il regolare svolgimento legislativo in una democrazia.

Arianne Ghersi

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