AFGHANISTAN, UN ANNO DOPO

epa10148775 The Taliban celebrate the first anniversary of the US withdrawal in Kabul, Afghanistan, 31 August 2022. The Taliban government on 30 August, declared 31 August as a national day in Afghanistan, as part of the celebrations marking the first anniversary of the withdrawal of US troops and the end of two decades of foreign invasion. EPA/STRINGER

Un anno è trascorso dalla rovinosa ritirata dall’Afghanistan: nei primi giorni i media ci hanno bombardato con immagini agghiaccianti in cui la disperazione spingeva alcuni ad “appendersi” agli aerei al momento del decollo; successivamente, nel giro di pochi giorni, il silenzio è calato sulla narrazione del destino di un intero popolo.

L’Afghanistan non può essere dimenticato soprattutto perché occupa una posizione strategica a livello geografico fra il Subcontinente Indiano e l’Asia centrale. Tale posizionamento è arricchito dal fatto che è luogo di transito verso l’India per le risorse energetiche (petrolio e gas) e rappresenta un cuscinetto decisivo per il Pakistan, da sempre nemico dell’India.

L’Afghanistan ha a disposizione risorse, non ancora messe a profitto, per un valore stimato dagli Usa in 3 trilioni di dollari; queste enormi possibilità hanno comprensibilmente attratto la Cina che ha volto lo sguardo a questo paese per sviluppare il progetto della Nuova Via della Seta.

Indubbiamente l’attenzione verso l’Afghanistan è volta anche al fatto che abbia dato asilo a terroristi, ponendo in difficoltà anche i paesi limitrofi. L’ultima ritirata occidentale non rappresenta la conclusione dei conflitti in quanto il paese è teatro di guerra da circa quarant’anni:

  • Nel 1979 l’Urss invase l’Afghanistan e ciò scatenò la reazione degli Usa, sostenuti da Arabia Saudita e Pakistan. L’Operazione Ciclone fu realizzata allo scopo di sostenere la resistenza afghana. In tale occasione l’Arabia Saudita fornì la forza umana (i mujaheddin, i combattenti) ed economica; il Pakistan si rese disponibile a dare rifugio ai guerriglieri. L’America contribuì con armamenti e tecnologie satellitari.
  • La motivazione principale alla base di questa iniziativa congiunta  era il timore che Mosca volesse rendere l’Afghanistan uno stato satellite e, attraverso esso, dare supporto alla rivoluzione iraniana guidata da Khomeini.
  • Nel 1988 l’Urss si ritirò dal paese e le forze formate dagli Usa per fronteggiare le forze sovietiche rimasero di fatto abbandonate a se stesse.
  • Dal 1988 al 1996 l’Afghanistan è stato lacerato da conflitti fratricidi contrassegnati dall’intenzione dei gruppi etnici di voler prevalere sugli altri.
  • Nel 2001, a seguito dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle, gli Usa dovettero svegliarsi dal proprio torpore e prendere consapevolezza che il disinteresse seguito al 1988 aveva generato un “mostro” dalle caratteristiche ignote.
  • Nel 2021 gli Usa sono ricaduti nel medesimo errore fatto 33 anni prima: hanno abbandonato un paese a sé stesso, senza reale consapevolezza di cosa avrebbero lasciato “alle proprie spalle”.
  • Importante è ricordare che la società afghana è fortemente frammentata a livello etnico: i Pashtun (sono maggioritari – 39%), Tagiki (37%), Hazara (10%), Uzbeki (9%).

Nel corso del ventennio di guerra afghana gli Americani trovarono sostegno nell’Alleanza del Nord, “etnicamente” a prevalenza da Tagiki, ma essi a loro volta avevano trovato ausilio dalla Russia, dall’India e dall’Iran. Purtroppo anche l’azione tagika non può essere definita pura in quanto Farhad Bitani nel suo libro “Addio Kabul” descrive il celebre comandante Massoud come un personaggio spinto da interessi personali (sembra si impegnasse per potersi “accaparrare” diamanti grezzi da rivendere alla Francia).

Il 29 febbraio 2020 a Doha (Qatar) è stato firmato il trattato di pace per smilitarizzare il paese e porre fine alla guerra; l’accordo è stato siglato dal capo negoziatore di Washington, Zalmay Khalilzad, e dal capo politico dei talebani, Abdul Ghani Baradar. Quest’ultimo è stato recluso in un carcere del Pakistan (la detenzione è durata 8 anni) fino alla sua nomina al vertice dell’organizzazione terroristica decisa dal suo predecessore, il mawlawì Hibatullah Akhundzada, il 25 gennaio 2020.

Il trattato prevedeva il ritiro delle truppe statunitensi nei successivi 135 giorni ed era atteso che fossero rilasciati circa 5000 ribelli; questo aspetto si profilava difficilmente realizzabile tenendo conto che uno stato regolare (Usa) ha preso tali accordi con una forza politica che non fa parte dell’establishment del presidente Ashraf Ghani e che, con tale configurazione, si ritrovava così impegnato a rispettare un accordo senza averlo firmato.

L’Afghanistan non è un paese unito da un solido sentimento nazionale dato che molte delle 34 province in cui è diviso vorrebbero poter ottenere autonomia da Kabul. Il dato maggiormente rilevante a livello sociale è dato dal fatto che il collante ideologico talebano del 1996 non è più “sentito” quanto in passato: ciò che davvero attanaglia il paese è la crisi economica che non consente alla stragrande maggioranza del popolo di poter vivere una vita dignitosa.

Arianne Ghersi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: