ELEZIONI IN KENYA: LE SFIDE DEL NUOVO PRESIDENTE

Il 9 agosto si sono tenute le elezioni presidenziali in Kenya ma, come spesso avviene nel continente africano, i risultati sono stati comunicati con vari giorni di ritardo a causa di presunti brogli (4 dei 7 membri della commissione delegata hanno comunque rifiutato di controfirmare l’esito dei risultati).

I due contendenti, che hanno dato vita anche ad uno scontro generazionale e “sociale”, erano William Ruto (55 anni, vicepresidente del precedente governo, di umili origini – ex venditore ambulante di polli – capace di ridisegnare il proprio destino) e Rail Odinga (77 anni, volto storico dell’opposizione, da sempre parte dell’establishment politico). Ciò che ha caratterizzato la campagna elettorale è stato il richiamo alla Cina da parte di entrambi gli schieramenti; dal punto di vista economico ciò non dovrebbe stupire nessuno dato che il Kenya ha uno sviluppo del proprio sistema produttivo costante, una crescita del Pil media nell’ultimo quinquennio di circa cinque punti percentuali, ma ha anche un’inflazione in costante aumento (8,3%, luglio è stato il mese peggiore degli ultimi anni con in particolare l’ aumento dei prezzi dei generi alimentari).

La Cina sembra non essere stata unicamente “nominata”, ma pare abbia avuto un ruolo attivo: sembra abbia patrocinato, o perlomeno caldeggiato, un accordo tra Odinga e Uhuru Kenyatta (presidente uscente) così da neutralizzare la pericolosità della storica opposizione e renderla più omogenea alla figura di Ruto. L’ex presidente aveva inoltre contratto un prestito ingente con la Cina per poter attuare migliorie infrastrutturali, la più importante è il collegamento ferroviario tra Mombasa e Nairobi (si stima l’investimento sia di circa 3,8 miliardi di dollari): tale opera ha attratto parecchie critiche da parte dell’opposizione (è stato proposto anche di ridiscutere i termini dell’accordo) perché sembra che i documenti finanziari siano caratterizzati da vaghezza.

Ruto ha fin da subito dichiarato la non intenzione di rimaneggiare gli impegni assunti dal paese, ma si è espresso con durezza nei confronti della Cina a causa della manodopera non regolare ad essa riconducibile; ha inoltre paventato l’intenzione di rendere di pubblico dominio il contenuto degli accordi così da poter estirpare ogni accusa di opacità.

Un’altra opera  progettata, finanziata e costruita da Pechino è un’autostrada nei pressi di Nairobi (588 milioni di dollari); a luglio, nel corso dell’inaugurazione, l’ambasciatore cinese ha posto l’accento sull’importanza del “rapporto fraterno” tra i due paesi.

Il vincitore della sfida elettorale (50,5% dei consensi) è William Ruto. La sua campagna è stata caratterizzata anche dalla promessa di prestare maggiore attenzione alla condizione degli indigenti del suo paese; ha inoltre dichiarato di voler essere il “presidente di tutti” e, dato il tono delle proprie dichiarazioni, potrebbe essere impropriamente definito “populista”. Ha conseguito una laurea in Botanica e Zoologia e una specializzazione in Ecologia vegetale, ma sicuramente grande parte del suo carisma è data dalla capacità di fronteggiare le insidie della vita (sembra che la sua famiglia fosse poverissima).

Le sfide a cui dovrà saper far fronte Ruto sono notevoli: la pandemia, le conseguenze del conflitto Russia-Ucraina (aumento dei prezzi delle risorse) e la siccità (la peggiore degli ultimi 40 anni). Si stima che 4,1 milioni di persone nel paese possano provvedere alla propria sussistenza solo grazie agli aiuti umanitari.

Per quanto concerne la Cina, il neo presidente è consapevole dell’impossibilità di spezzare le relazioni tra i due paesi, ma il suo operato potrebbe portare ad un cambio di rotta per quanto riguarda le prospettive delle nuove generazioni. Il rinnovato paradigma potrebbe però essere anche conseguenza di una maggior assunzione di “consapevolezza” da parte della Cina: quest’ultima, infatti, oltre a voler scansare le frequenti accuse di “colonialismo”, ha visto come può essere controproducente stringere in una morsa economica i propri partner commerciali. L’esempio lampante di quanto appena menzionato è il caso Uganda: l’aeroporto di Entebbe (noto alle cronache per altri tristi eventi), finanziato nel suo rifacimento da Exim Bank, è diventato proprietà cinese a causa dell’impossibilità del paese a tenere fede agli accordi economici stipulati.

Il nuovo presidente si insedierà il 30 agosto.

Angola, Etiopia, Gibuti, Kenya e Zambia restano i paesi africani di maggior interesse cinese.

Arianne Ghersi

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