RIFORMA COSTITUZIONALE IN TUNISIA: FALLIMENTO O RINASCITA?

Nella storia recente della Tunisia la prima riforma costituzionale è avvenuta nel 2014, quando è stata introdotta una forma di semi-presidenzialismo moderato in cui molto “spazio” era dato al Parlamento e al Primo Ministro. Le riforme apportate maggiormente rilevanti sono: il decentramento amministrativo, nuovo slancio alle autorità indipendenti (particolare importanza per combattere la corruzione) e la creazione di una vera Corte Costituzionale. Dopo decenni di immobilismo si era vista una rinascita delle identità partitiche e, in tale contesto, Ennahda è la realtà che ha potuto giovare di nuova linfa. Dopo, però, un’iniziale grande contributo che ha portato ad una serena governabilità (contraddistinta anche dalla lotta dell’estremismo jihadista), la diffusione di ciò che si potrebbe impropriamente definire “islam popolare” ha fatto riemergere problemi mai del tutto sopiti: corruzione e clientelismo che, sommati all’emergenza pandemica, hanno condotto alla quasi totale implosione del paese. La Tunisia è stato il paese con il maggior numero di morti al mondo per Covid in rapporto al numero di abitanti. Tutto ciò ha portato ad un immobilismo sociale e alla crescita smisurata del tasso di disoccupazione.

Il 25 luglio 2021, a seguito delle proteste soprattutto verso l’operato di Ennahda (i cui tentativi goffi di recuperare credibilità hanno portato unicamente alla creazione di nuovi imbarazzi), il presidente ha sollevato dall’incarico il Primo Ministro, i ministri della Difesa e della Giustizia e ha congelato ogni attività parlamentare. La Corte costituzionale avrebbe dovuto giocare un ruolo determinante, ma in quel frangente era impossibilitata a svolgere compiutamente la propria funzione a causa dei conflitti interni dei partiti. Alla luce di questi fatti si può facilmente sostenere che Saied è stato costretto a prendere decisioni impopolari per scongiurare il pericolo, neanche troppo remoto, che il paese sprofondasse nel caos.

Il 30 settembre 2021 Saied nomina Premier Néjla Bouden, la prima donna ad assumere tale carica in quella realtà geografica. Da allora una squadra di esperti si è messa al lavoro per poter riscrivere il testo della nuova Costituzione: il presidente ha insistito che fosse realizzata concedendo una forte autonomia decisionale al Capo dello Stato.

Il 25 luglio 2022, ad un anno esatto dalla paralisi, si è votato il referendum costituzionale, ma l’affluenza è stata scarsissima (27,5%, alle politiche del 2019 il tasso è stato del 45% al primo turno e al secondo 57,8%). Il 92,3% di questa esigua rappresentanza alle urne ha espresso voto favorevole alla riforma.

Per il presidente è ora possibile decidere autonomamente l’indirizzo politico che il paese deve imboccare (“Art. 87, Il Presidente della Repubblica esercita la funzione esecutiva con l’aiuto/assistenza di un governo guidato da un Presidente del Consiglio”). Sono di fatto escluse possibilità di impeachment/conflitto di attribuzione tra capo del governo e presidente; il governo non dovrà più rispondere del proprio operato al Parlamento, ma direttamente a Saied che avrà fortissima autonomia di iniziativa legislativa. Il presidente è l’unico tenuto a nominare i componenti della Corte Costituzionale; il decentramento è svanito; l’islam non è più religione di stato, ma il Presidente dovrà essere appartenente a tale confessione religiosa, la libertà religiosa è garantita a patto che possa rispettare le quiete pubblica. Il Presidente dovrà essere figlio e nipote di tunisini, non potrà possedere una doppia cittadinanza così da impedire ingerenze estere all’interno del paese.

Questo è solo l’ultimo tassello che dimostra il fallimento del potere politico gestito in chiave islamica, come già avvenuto in modo speculare in Egitto e, con altre peculiarità, in Algeria e Marocco; il caos libico rimane un universo a sè stante.

Saied, oltre a dover dar prova nell’immediato di grandi capacità per risolvere i problemi che attanagliano la società tunisina, dovrà saper fronteggiare la crisi alimentare dovuta al conflitto ucraino: la maggior parte del fabbisogno alimentare del paese è sopperito dalle importazioni provenienti dall’est Europa.

I grandi “nemici” di Saied sono sicuramente i credenti all’islam politicizzati: costoro hanno sostenuto Ennahda nonostante i palesi fallimenti ma, per uno strano gioco delle parti, proprio questo partito ha saputo difendere dall’estremismo le fasce più giovani del paese che oggi sentono la forte esigenza di vivere in un paese “al passo con i tempi”. Saranno quindi i giovani il vero ago della bilancia che saprà valutare l’operato del presidente.

Arianne Ghersi

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