JIHADISMO IN ITALIA: CONOSCERE PER CAPIRE, CAPIRE PER INTERVENIRE

Alla luce di quanto avvenuto in queste ore a Genova, risulta evidente quanto sia fondamentale puntare su amministratori locali che abbiano una formazione internazionale specifica, che conoscano le dinamiche politico-religiose e che non si limitino ad una sfilata altisonante nelle giornate pre-elettorali. Solo quando questa consapevolezza sarà radicata in ogni cittadino potremo dire che la politica sarà davvero rappresentativa.

Il terrorismo di matrice islamica non è certo sopito e l’illusione che l’Italia sia esclusa dai progetti terroristici è un’utopia.

Nelle prime ore di martedì 7 giugno la Digos di Genova, in un’operazione congiunta con altri reparti impegnati al contrasto del terrorismo, hanno fermato 16 persone riconducibili al Gruppo Gabar. Si tratta di una cellula terroristica riconducibile al Pakistan, con forti legami ideologici con Al Qaeda. Fonti non autorizzate menzionano, ad esempio, l’intenzione di creare una tomba “finta” in memoria di Bin Laden cosicché i sostenitori ideologici possano compiangere il defunto.

I capi della cellula in Liguria sembra fossero sei con un microesercito pronto ad entrare in campo e compiere un attacco terroristico. La prima opera di proselitismo sembra sia partita dalla moschea di Chiavari, ma molte indiscrezioni sembrano far ricondurre il gruppo ad una più vasta scala diffusa anche a Bologna, Reggio Emilia, Firenze, Treviso, Brindisi. Una delle persone fermate nel blitz di questa mattina sembra fosse collegata al gruppo che compì l’attentato di Charlie Hebdo. Il Gruppo Gaber sembra far capo a Khadim Hussein Rizvi e uno dei suoi seguaci, Abid Hussein, nel 2018 tentò di uccidere il primo ministro dell’Interno del Pakistan, Ahsan Iqbal.

Ciò che ha tratto in “inganno” i terroristi sono state le intercettazioni: nonostante abbiano sfruttato tecnologie avanzatissime e abbiano tentato di “depistare” gli eventuali “ascoltatori” infarcendo spesso di notizie false quanto dicevano, la polizia è comunque riuscita a ricostruire un quadro di alleanze preciso. La lingua in cui avvenivano le conversazioni sembra fosse una di quelle maggiormente diffuse in Pakistan  ma, all’interno del gruppo, pare fossero presenti dei nord africani. Tutti gli interessati sono provvisti di regolari permessi di soggiorno, 2 di essi hanno ottenuto in passato asilo umanitario.

Arianne Ghersi

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