UCRAINA E SIRIA: UN UNICO FRONTE?

I giornali mondiali, come moltissimi leader, avevano annunciato la disfatta dei combattenti del Califfato ignorando la tragica realtà: la disfatta territoriale è un dato certo, ma l’organizzazione non è mai davvero “scomparsa”. Questo fatto non è da assumere unicamente a straordinarie capacità interpretative di alcuni osservatori, ma lo si può desumere dalla presenza nei principali teatri di guerra degli ultimi anni: Libia, Mali, Nigeria, Afghanistan e soprattutto Siria.

La situazione ucraina è stata capace di silenziare notizie importanti che hanno reso “nefasto” il mese di gennaio:

  • 20/01 l’Isis attacca una prigione gestita dai curdi di Ghwayran (presso Al-Hasaka, zona nord orientale della Siria) e riesce a liberare dei detenuti affiliati all’organizzazione. Nel frattempo ad Afrin (città parte del governatorato di Aleppo) si consuma un attacco missilistico proveniente da zone periferiche. Il primo episodio è stato rivendicato, il secondo sembra velato dal silenzio
  • 21/01 escalation degli scontri nel Nord Est della Siria. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), a guida curda ma composta da forze interreligiose e multietniche (curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni), con l’appoggio della coalizione anti-Isis sostenuta dagli Usa, tentano di riappropriarsi del controllo del territorio (in particolare del quartiere di Zuhour). Fonti non ufficiali stimano la morte di 78 persone, ma il numero nei giorni successivi è cresciuto.
  • 25/01 SDF compie un’irruzione nel carcere di Ghwayran dove i guerriglieri dell’Isis hanno preso in ostaggio circa 850 minorenni al fine di tentare di garantirsi una via di fuga sicura dalla prigione.
  • 29/01 in Iraq l’Esercito dichiara di aver eliminato 9 persone sospettate di essere implicate nell’attacco terroristico consumatosi presso la base militare di Hawi al-Azim (presso la provincia di Diyala) in cui hanno perso la vita 11 militari.
  • 03/02 Joe Biden dichiara alla nazione di aver condotto un raid conclusosi con successo: è stato ucciso il nuovo leader dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, nascosto nella provincia di Idlib (zona nord occidentale della Siria).

Solo quest’ultima notizia è comparsa prepotentemente nei nostri notiziari, senza dare un’istantanea della reale instabilità del paese che sarebbe emersa semplicemente ricollegando gli avvenimenti come ho appena fatto.

La situazione ucraina si può maliziosamente pensare che non abbia unicamente distratto alcuni osservatori, ma che sia in qualche modo legata. Infatti, proprio in quelle ore, un contingente russo è decollato da una delle principali basi del Cremlino di stanza in Siria (Hmeimim, vicino a Damasco), confermando così l’importanza del paese per un diretto collegamento con il Mediterraneo da parte della Russia. Contemporaneamente gli Usa, schierando due gruppi operativi nel Mar Cinese, hanno colto l’occasione di fornire ulteriore sostegno agli Emirati Arabi Uniti, ormai esplicito partner, sotto attacco degli Houthi (i ribelli dello Yemen). A coronamento di questo “gioco” di pedine si può osservare che gli Usa hanno colpito il capo dell’Isis nella zona di Idlib proprio nel momento in cui i russi erano concentrati su un altro scenario. Non può essere certo casuale la scelta temporale perché essa ha ribadito alle forze del Cremlino la propria vulnerabilità nella zona nord-occidentale della Siria.

Non è certo un mistero che le forze terroristiche siano concentrate in una zona relativamente circoscritta in cui, da ormai più di sei anni, i russi danno sostegno alle forze del regime per soffocare le residue istanze dei ribelli. Si può pertanto ipotizzare che la scelta del “dove” e “quando” da parte degli Usa sia una mossa strategica per indebolire le consapevolezze e la popolarità russa in operazioni sensibili in Siria.

Queste singole operazioni si intrecciano ad un quadro narrativo particolare: la Russia ha tentato di appropriarsi del merito della sconfitta del Califfato, ma ciò è sempre stato smentito dagli Usa che hanno sempre accusato Putin di non interessarsi al risultato territorialmente raggiunto, ma piuttosto di aver sempre puntato unicamente all’interesse legato alla salvaguardia del potere del clan Assad.

Quanto sommariamente descritto dovrebbe portarci a due importanti considerazioni: in prima battuta, non ci sono “teatri” di guerra maggiormente importanti di altri, il Medioriente deve rimanere una priorità anche quando l’incalzare di altri scontri minacciano la nostra realtà in maniera maggiormente preponderante perché situati in zone geograficamente limitrofe; in seconda battuta dovremmo scendere a patti con l’idea che la globalizzazione post Guerra Fredda non ha risolto conflitti latenti, ma li ha semplicemente resi più fluidi e più difficilmente identificabili.

Arianne Ghersi

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