ELEZIONI IN LIBIA: LA MOSSA ISRAELIANA

Le elezioni in Libia sembra si terranno il 24 gennaio 2022. Lo slittamento quindi potrebbe essere di un solo mese e le ragioni di ciò potrebbero essere economiche e non un mero atto di solerzia. La notizia a sostegno di questa ipotesi è quella inerente alle forniture di petrolio e gas: il 20 dicembre, appena compresa la possibilità concreta di una nuova stagione di instabilità, le Guardie delle strutture petrolifere (Pfg) hanno chiuso gli impianti di Wafa, Ej Sharara e Nc100 (petrolio) e sono state sospese le attività inerenti ai giacimenti di idrocarburi di Nagus e Enc4. È stato forse dimenticato quanto sia importante Wafa per noi italiani: attraverso il gasdotto Green Stream, che percorre il Canale di Sicilia, il nostro paese riesce a garantirsi forniture provenienti dalla Libia. In realtà, però, si può ipotizzare che questa sospensione delle attività sia da imputare a problemi di nomine interne agli impianti, ossia dei ruoli che garantiscono le attività delle guardia preposte (Pfg).

L’annuncio di una nuova data elettorale non è certo garanzia che avvengano. Molti sono gli attori in campo, grandi e piccole milizie, che rischierebbero di sparire in caso si giungesse ad una stabilità e ci sono numerose forze straniere ricollegabili a Turchia e Russia o a miliziani africani e siriani che, comprensibilmente, traggono maggior vantaggio dal caos.

In questa intricata vicenda si staglia sempre più forte il ruolo di Israele. È infatti innegabile che lo stato ebraico ha forte interesse nella raccolta del maggior numero di informazioni in un paese destabilizzato che potenzialmente si può trasformare in teatro di nuovi radicalismi. La realtà propostaci però ci racconta forti tentavi da parte di quel che vorrebbe essere il nuovo establishment libico di raggiungere nuova autorevolezza grazie ad Israele.

Il primo tentativo in tal senso è da ascrivere a Saddam Haftar, figlio di Khalifa Haftar (capo dei territori libici dell’est) che, durante un viaggio di ritorno da Dubai nel novembre dello scorso anno, avrebbe provveduto a fare uno scalo all’aeroporto Ben Gurion. Contrariamente all’ipotizzata tappa “tecnica”, Yossi Melman, giornalista del quotidiano il lingua ebraica Haaretz, ha sostenuto che fosse in programma un incontro con agenti di “Tevel”, l’unità del Mossad preposta alla gestione dei rapporti con gli esponenti dei paesi con cui Israele non ha relazioni. A conferma di ciò è importante ricordare le parole di Abdul Salam al-Badri (vice ministro del governo dell’est della Libia) che, circa un anno fa in occasione di un’intervista rilasciata al “Times of Israel”, dichiarò che il paese non si sarebbe mai posto nei confronti di Israele come un nemico  e che le cause da addurre alla divisone dei destini delle due nazioni sarebbero da imputare unicamente a circostanze sfavorevoli.

Si può ipotizzare che questo incontro sia stato reso possibile grazie agli sforzi degli Emirati Arabi Uniti che, grazie alla sottoscrizione degli Accordi di Abramo, possono ora vantare un canale di comunicazione diretto con Israele. L’impegno di Abu Dhabi a sostegno del governo di Bengasi non è mai stato un mistero, anzi, ma si può ora constatare un deciso cambio di strategia da parte del “clan” di Haftar: anziché cercare di dirimere i dissidi con forme di guerriglia, la strategia punta alla stabilizzazione del paese, così da poter essere riabilitato come interlocutore valido e degno destinatario del mandato presidenziale.

In questi ultimi giorni è emersa la notizia (prontamente smentita dall’esponente della Libia e non commentata dal rappresentante ebraico) secondo cui Abdelhamid Dabaiba (primo ministro libico) e David Barnea (direttore del Mossad) si sarebbero incontrati in tempi recenti in territorio giordano. Il Mossad assume sempre più un ruolo politico rilevante, senza però tralasciare le attività di intelligence concernenti ciò che avviene in territorio estero. I due esponenti a colloquio sembra abbiano discusso di temi inerenti la normalizzazione dei rapporti tra Libia e Israele e di tematiche legate alla sicurezza.

Risulta certo, al di là del singolo reale o fittizio incontro, che la strategia seguita dai candidati alla presidenza libica sia quella di canalizzare gli sforzi verso il riconoscimento degli Accordi di Abramo che, ideati e sostenuti dagli Usa, trovano nuova linfa vitale grazie agli Emirati Arabi Uniti. Tutto ciò da parte del regno di Abu Dhabi è però ascrivibile alla creazione di nuovi equilibri: è infatti importante per la monarchia emiratina che il governo di Tripoli non assuma un peso specifico rilevante perché ciò determinerebbe uno squilibrio di influenze in quanto esso è sostenuto da Turchia e Qatar.

È possibile che le elezioni vengano ancora rimandate, ma ciò che è stato qui rilevato rimane uno scenario concreto: non solo Haftar, grazie all’impegno del figlio, ma anche Dabaiba sperano di potersi garantire una più facile elezione per mezzo della normalizzazione dei rapporti con Israele. Indubbiamente quando gli Accordi di Abramo presero forma nel periodo del governo di Trump difficilmente si sarebbe potuto ipotizzare che sarebbero potuti diventare uno strumento capace di garantire la collaborazione di uno stato non ancora coinvolto nelle trattative e neppure che potessero essere utili alla creazione di un governo stabile.

Arianne Ghersi

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