REBUS LIBIA: FAZIONI, ANTICHI DISSAPORI E CONFERENZE INTERNAZIONALI

Le elezioni in Libia sono state fissate dall’Onu (risoluzione 2570, aprile 2021) per il 24 dicembre 2021, a dieci anni dalle cosiddette “Primavere Arabe”; tuttavia non è scontato che la data stabilita venga effettivamente rispettata.

Per discutere la complessa situazione libica si è tenuta il 12 novembre una Conferenza Internazionale a Parigi, presso la Maison de la Chimie.

Il nodo principale da sciogliere riguarda il fatto che la Libia sia sprovvista di una legge elettorale perché quella proposta al parlamento di Tobruk il 4 ottobre è stata approvata ed immediatamente rigettata; nonostante ciò la Commissione elettorale libica (Hnec) ha già raccolto quasi 3 milioni di iscrizioni.

Abdulhamid Dabaiba (Primo Ministro del Governo di unità Nazionale, Gnu) ha posto un vizio di legittimità, minacciando di provvedere all’impugnazione della legge elettorale presidenziale, Dabaiba infatti sostiene di essere in possesso di un documento firmato da 57 deputati che richiedono la modifica o l’abrogazione dell’articolo 12. L’articolo in oggetto prevede che i candidati non abbiano rivestito nessuna carica pubblica nei tre mesi precedenti alle elezioni e ciò avrebbe impedito al primo ministro stesso di candidarsi. Dabaiba ha inoltre sottolineato che l’assenza della modifica richiesta risulterebbe discriminatoria e lederebbe il principio delle pari opportunità.

Un altro tassello dell’intricato puzzle è la scelta dei candidati stessi. Saddam Haftar, figlio dell’ormai noto generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, ha ormai esplicitato l’intenzione di ricorrere ad influenze internazionali al fine di ricercare appoggi diplomatici e militari per il padre. La notizia che ha destato stupore è stata pubblicata da Haaretz (un quotidiano israeliano in lingua ebraica): sembra infatti che Saddam abbia preso contatti con Tevel (l’unità del Mossad che si occupa di gestire i rapporti con i leader di Paesi che non hanno relazioni con Israele).

Altri sono i nomi “complicati” che sembrano vogliano prendere parte alla competizione elettorale: Khaled el Mishri e  Seif el-Islam Gheddafi. Il primo è esponente del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, di chiaro orientamento islamista, il secondo è figlio del defunto premier Mu’ammar Gheddafi che ha presentato nei giorni scorsi i documenti per la sua candidatura nella città di Sebha, dove si concentra il maggior numero dei suoi sostenitori. È importante ricordare che  Seif el-Islam Gheddafi è tutt’ora ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) con l’accusa di aver commesso crimini di guerra. Il figlio del leader non compare pubblicamente dal 2011, proprio dal momento in cui fu catturato nel deserto dai ribelli che si erano spesi per rovesciare il regime ed uccidere il padre. Da allora, nonostante fosse condannato a morte, è stato liberato nel 2017 ed ha continuato la sua vita in assoluta segretezza nella città di Zintan.

Per quanto concerne il già citato summit internazionale, il presidente del Consiglio Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa tenutasi a conclusione dell’incontro, ha esplicitato quattro capisaldi che dovrebbero essere la base per il futuro della Libia: le elezioni (è fondamentale che le votazioni presidenziali e politiche avvengano contemporaneamente in modo che nessuna forza in gioco possa ostacolarne la riuscita), la sicurezza (il cessate il fuoco è in essere da un anno e questo deve essere un impulso per la ricostruzione), l’economia (rendere solida e funzionale la Banca centrale del paese), i diritti umani (tema che dovrà essere affrontato anche a livello internazionale). La Conferenza ha inoltre sottolineato l’importanza che i proventi della vendita di materie come gas e petrolio siano distribuiti equamente in ogni regione del paese.

In questi anni molti osservatori internazionali hanno ipotizzato che fosse la presenza (diretta o indiretta) di forze straniere ad alimentare l’instabilità ormai cronica del paese. In realtà è necessario ammettere che ciò che rende la Libia vacillante è la frammentazione della classe politica, la disgregazione tribale della società e l’arbitrarietà delle decisioni militari. È forse più corretto ipotizzare che la presenza invadente di Paesi esteri sia un effetto e non una causa. Sarebbe però ipocrita pensare che l’Europa non abbia contribuito al caos libico: l’impressione che tanti osservatori hanno avuto è che le decisioni poste in essere dai paesi occidentali fossero prese sulla base di un’onda emotiva e senza la reale creazione di un piano programmatico.

Arianne Ghersi

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