ETIOPIA SULL’ ORLO DEL BARATRO: TORNA L’ INCUBO DELLA GUERRA CIVILE?

La notizia che i ribelli del Tigray siano arrivati alle porte della capitale Adis Abeba è solo l’ultimo capitolo di una guerra scoppiata nell’autunno 2020 e che fa prepotentemente riemergere le tensioni interetniche (si stima infatti che nel paese siano presenti circa 80 gruppi etnici differenti), rendendo così più complesse le ambizioni di pacificazione nazionale perseguite dal premier Abiy Ahmed Ali, premier in carica dal 2018.

Abiy, salendo al potere, ha subito sciolto la coalizione di governo che si era formata fra i principali gruppi etnici; l’Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front  è un blocco politico all’interno del quale il maggior peso è da attribuire al partito tigrino (Tigray People’s Liberation Front, Tplf). La scelta del premier di voler dar vita ad un governo che superasse le logiche etniche, così fortemente caratterizzanti la società stessa, ha ovviamente scontentato i sostenitori del Tplf che possono essere numericamente categorizzati come il 6% della popolazione etiope (all’incirca 7 milioni di persone).

Il primo segnale che ha sancito la rottura è stata la scelta, a settembre 2020, da parte dei ribelli di ricorrere ad elezioni per nominare il Consiglio di Stato Tigrino; la tensione è poi esplosa in seguito all’attacco ad alcune basi militari ad opera del gruppo secessionista.

A giugno 2021 le forze tigrine sono riuscite a riprendere il controllo della città di Macallè, capitale della regione. Questo ha spinto il premier ad isolare totalmente la zona, impedendo che fossero forniti aiuti umanitari e generi di prima necessità. Questa scelta “strategica” ha ovviamente colpito negativamente la notorietà di Aby (assurdamente insignito del Nobel per la Pace nel 2019) che ha così reso impossibile all’Onu la fornitura di aiuti. Un rapporto delle Nazioni Unite menziona atrocità ad opera delle forze governative ai danni della popolazione del Tigray (torture, stupri, uccisioni arbitrarie) e sembra confermato che questi massacri siano stati supportati anche da soldati appositamente giunti dall’Eritrea.

I ribelli, consapevoli della forza che stavano assumendo grazie anche all’alleanza con l’Esercito di Liberazione Oromo (organizzazione numericamente inferiore, ma che racchiude le istanze degli Oromo, il più grande gruppo etnico del paese), hanno ripreso l’attività di guerriglia questo ottobre, giungendo a conquistare altre città importanti come Ahmara. L’irruzione all’interno della capitale Adis Abeba non è quindi sono una probabilità, ma la logica consequenziale di un piano di conquista nazionale. L’ambasciata statunitense ha già programmato l’allontanamento dal pese delle famiglie delle rappresentanze diplomatiche.

Il rischio enorme che si prospetta agli occhi del mondo non è “unicamente” che l’ennesimo stato sconvolto da divisioni etniche o religiose sprofondi nel caos. Adis Abeba è la sede dell’Unione Africana, ossia l’organizzazione che unisce i 55 paesi del continente. L’Eiopia è inoltre un paese chiave per la stabilità dell’intera regione del Corno d’Africa: si registra infatti una forte crescita del Pil capace di trainare l’economia verso un tessuto produttivo più moderno.

Le conseguenze di quanto sta avvenendo in Etiopia sono di prioritario interesse per il mondo intero, il paese è infatti situato in un nodo logistico di massimo interesse strategico: all’imbocco del Canale di Suez. Abbiamo già potuto constatare come un semplice inconveniente tecnico che ha portato una nave ad incagliarsi lungo le rive abbia prodotto effetti catastrofici nel trasporto di merci globale. Inoltre la crisi si staglia in un panorama di crisi già complesso che investe Eritrea, Sudan, Somalia, “allargandosi” fino al Sahel. Questi territori sono di prioritario interesse anche per l’economia italiana e il fatto che nessun media provveda a spiegare cause ed effetti della vicenda rende il nostro paese colpevolmente ignorante.

Arianne Ghersi

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