DESTRA E LIBERALISMO: SPUNTI DI RIFLESSIONE

Una risposta a Carlo Gambescia:

http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2021/11/massimo-maraviglia-un-non-conformista.html

Ringrazio l’amico Carlo Gambescia che dedica una così attenta critica a un mio scritto e con essa lo valorizza, peraltro sintetizzando molto bene, da vero studioso delle idee, i tratti salienti delle mie opzioni politiche e onorandomi con una locuzione che mi piacerebbe veramente fosse corrispondente alla realtà: “Non conformista degli anni Venti del XXI secolo”. La discussione con Carlo è sempre feconda, anzitutto per la natura sociologica del suo approccio al dibattito pubblico e poi per il suo realismo politico, che si trova ad essere al tempo stesso una componente essenziale del pensiero reazionario e un pilastro di quello liberale. Entrambi poi hanno i loro cieli utopici da guadagnare: uno la sua età dell’oro, eroica, tradizionale, sacrale; l’altro la sua società matura, libera dove l’individuo si autogoverna sin dove può e dove per il resto ci si affida alla santità del nomos basileus e alla razionalità non costruttivista delle élites. Dove finisce la realtà, dove inizia l’utopia? Questo è il nostro terreno di incontro e di scontro.

È un territorio molto vasto, dove si incontrano numerosissimi problemi sociologici, filosofici e storici. Giocoforza bisogna scegliere. Ed io voglio giocare questa partita in casa dell’avversario, quindi mi voglio concentrare sulla questione della libertà. Un teorico del conservatorismo sionista, Yoram Hazony ha argomentato molto bene dicendo che è falso dire che la libertà sia un problema individuale. Esiste un’empatia della libertà, tale per cui non si gode della propria se tutti gli altri individui con cui abbiamo legami portatori di senso parimenti non ne godono. D’altronde la qualità del legame non può fiorire nella sua pienezza senza la libertà complessiva del gruppo. Non posso sentirmi libero se non sono liberi i membri della mia famiglia, del mio clan, della mia tribù, della mia nazione e infine se famiglia, clan, tribù, nazione non sono liberi; la schiavitù singola, infatti, è diversa dalla schiavitù del gruppo, perché nella schiavitù del gruppo ciascuno soffre per la propria schiavitù e insieme per quella degli altri. Parimenti la schiavitù collettiva impedisce quelle forme dell’agire comune che appartengono alla natura umana come le individuali, che pure in talune occasioni di oppressione comunitaria ne risentono pesantemente. Oggi viviamo nella condizione per la quale la difesa dei diritti individuali è ritenuta sufficiente per esaurire la sfera della libertà, solo perché la negazione della libertà individuale colpisce in modo più diretto ed evidente, anche se non più profondo di quella collettiva.

La grande disputa tra Gentile e Croce come noto riguardava anche simili tematiche. Ma come mai, anche Gentile si poteva ritenere un liberale? Il liberalismo di Gentile è quello della libertà dello spirito, che genera lo Stato dentro di sé, in interiore homine: “Ogni individuo agisce politicamente, è uomo di Stato, e reca in cuore lo Stato, è lo Stato. Ciascuno a modo suo, ma ciascuno tuttavia concorrendo in uno Stato comune, in virtù dell’universalità che è propria della sua stessa personalità…Lo Stato, perciò non è inter homines, ma in interiore homine”. La chiave per capire il senso dello Stato è l’universalità inerente alla personalità, un’universalità che nasce da dentro e si realizza fuori, nell’agire politico concreto che non può prescindere dalla propria comunità, pena lo scadere in una nichilistica autoreferenzialità. Si deve costruire così l’equilibrio tra il singolo e il tutto, un singolo che nel tutto si realizza e che nondimeno il tutto mantiene nella sua ragion d’essere più autentica. Lo Stato liberale ottocentesco assolveva a tale compito? No, perché, almeno nel caso italiano, il Risorgimento incompiuto lascia fuori dallo sviluppo etico la nazione e lo riserva a una élite di privilegiati economici. Il fascismo vorrebbe dare compimento al Risorgimento con una dose massiccia di antidoto, cioè di libertà nazionale, cioè di potenza e grandezza. Fatalmente l’individuo ne rimane schiacciato. Realizzato nell’Italia imperiale, l’uomo nuovo non può più affermarsi contro lo Stato. Ma se non può farlo, la sua integrazione nello Stato smetterà di essere autentica, ossia libera, e finirà nel 1943, al primo rovescio.

Alla fine del “liberalismo fascista” di Gentile sorge in Italia il liberalismo anglosassone, cioè individuale e procedurale. L’individuo si riprende il palcoscenico e, seguendo la lezione inglese, per prima cosa attacca lo Stato. Come? Secondo la strategia anarchica di sempre: depotenziandone la potestas mediante la trasformazione degli atti di comando personali in complesse procedure burocratiche, dove si esercita l’inesausta fantasia del peso e del contrappeso e l’antica vocazione alla dilazione dibattimentale. Rinasce insomma con vigore l’ingegneria costituzionale e la clasa discutidora. Con essa si ambisce alla neutralizzazione totale del politico e del conflitto: è pronto il regime degli ultracorpi che alla fine vince anche sul più agguerrito avversario bolscevico. Quest’ultimo aveva già immaginato e promosso l’utopia delle cose che si governano da sé, ma aveva pensato in modo insufficiente l’estinzione dello Stato. Il liberalismo invece offre la società in sacrificio allo Stato per placare definitivamente la sua ira. Lo Stato assorbirà la società fino ad assumere come unica ragione di esistenza la sua vocazione economica. Lo Stato-azienda fagociterà allora la società, diventando esso stesso società, cioè attività economica. Torna dunque l’imperativo di Guizot: arricchitevi! A scuola e nell’università si ragiona per crediti. Gli ospedali diventano aziende sanitarie. Banchieri e industriali prima diventano autonomi dai governi poi vanno al governo. Infine, la libertà politica viene totalmente assorbita nell’unica libertà pensabile in questa logica, la libertà d’impresa.

Ma siccome con la sola prosa non si vive e questo grande apparato manca sostanzialmente  di legittimazione, cioè di un perché, di uno scopo … siccome per tale motivo esso è soggetto alla grande malattia nichilista che finirebbe per eroderne le fondamenta e disgregarne il tessuto … siccome tutto ciò urge e impone la ricerca di un rimedio … allora arriva il soccorso rosso dei diritti …  si rispolverano antichi dogmi, si ripropongono antiche e mai sopite utopie, che del resto fanno parte dell’album di famiglia liberale.. si mescolano Thomas More, Oliver Cromwell, con Fourier e Marx e si propone una nuova formula accattivante per la società, il godimento universale nella proteiforme veste della pace, della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza. Ma è chiaro che qui la vittima è proprio la libertà. Lo ha detto il nostro Ford, recita il funzionario del Brave New World: bisognava scegliere e si è scelto di essere felici, non si può al tempo stesso essere liberi. O meglio l’unica libertà può essere quella di godere e contribuire al sistema del godimento … il resto è … vietato … in forza di legge … direbbe Agamben. Ma Agamben non dice che la sua sinistra famiglia politica, convolata a nozze con quella liberale, è la vessillifera e la grande co-protagonista di tale “democrazia governamentale”.

Ecco, come si vede la libertà è una questione serissima. Direi anzi che è il tema fondamentale del futuro. E l’equilibrio tra la sua dimensione individuale, sociale e politica non si risolve con antiche formule. Direi nemmeno con un anticostruttivismo radicale che a mio parere sottostà un’interna contraddizione. Chi lascia fare e lascia passare? Chi lascia fare e lascia passare è il sovrano. E può decidere che cosa lasciar fare e passare. Ma se vogliamo che nessuno decida, tutto si fa e passa. Ma ciò che si fa e passa, si fa e passa proprio perché qualcuno lo concede. Qualcuno, fosse anche l’impossibile agorà di tutti gli uomini di tutti i tempi e i luoghi, qualcuno l’ha concesso. Dialettica della libertà: lasciare che si esprima una libertà significa sottomettersi alla potenza che quella libertà esprime e ritirarsi dal limite che era in nostro potere opporle, oppure cadere di fronte alla sua irresistibile violenza. Chi concede la libertà è colui che è veramente libero. Chi vince di fronte al limite, è colui che afferma la sua forza, ossia è ancora il soggetto autenticamente libero. Entrambi sono l’evoliano “individuo assoluto”.

Ma torniamo al concreto. Ci può essere una sfera che l’individuo concreto, il membro della società politica, il cittadino insomma, può non veder toccata? Ci può essere una soglia che il potere non può scavalcare? Questo è infatti il liberalismo concreto, quello che porta con sé un’evidenza difficilmente scavalcabile. La risposta è sì e no, dipende dal punto in cui uno si colloca. È relativamente facile capire quali sono gli elementi nevralgici di un sistema politico e sociale, quali sono i crinali del conflitto e le crepe infilandosi nelle quali l’edificio può cominciare a traballare. Ebbene, la prudenza vuole che ci si tenga lontano da quei luoghi e in tempi normali si potrà stare relativamente tranquilli. Non fare l’estremista, intimava mio padre con la saggezza di chi sa come cavarsela nella vita. Con estremista egli intendeva l’ostinato rompicoglioni che continuamente insiste nel mettere alla prova con argomentazioni e prassi radicali le concessioni di libertà offerte dentro i confini del senso comune. La compagnia telefonica ti dà i minuti illimitati, ma ti intima di non approfittarne. C’è chi invece prende la logica come una clava e pretende dall’istituzione compassionevomente dominante una coerenza che arrivi fino al disprezzo di sé. Così, adeguatamente stimolato il suo sistema immunitario, cioè l’autodifesa liberale che blinda la democrazia, reagisce e si comporta come tutti gli altri, mettendo in moto i suoi anticorpi killer.

Allora contro tale possibilità si può ancora far valere la logica liberale. Contro le degenerazioni del liberalismo vale solo l’appello al liberalismo? L’amico Carlo, se con pazienza mi seguisse sin qui, amichevolmente e cavallerescamente ammettendo e non concedendo tutto il ragionamento fatto sin qui, direbbe di sì. Io dico di no. Io dico con Feyerabend: “Tutto va bene”, per metodo, per definizione… e qui il diligente inquisitore tornerebbe a vedere l’inizio del fascismo.

Massimo Maraviglia per vendemmietardive.blogspot.com

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