SUDAN: CRONACA DI UN COLPO DI STATO

Il 25 ottobre sono stati arrestati dai militari il premier Abdalla Hamdok ed altri membri del Consiglio Sovrano del Sudan: Ibrahim al Sheikh (ministro dell’industria), Hamza Balou (ministro dell’informazione), Faisal Mohammed Saleh (consigliere per i Media del primo ministro), Mohammed al Fiky Suliman (portavoce del Consiglio sovrano), Ayman Khalid (il governatore della capitale Khartum).

Questo governo poteva considerarsi di transizione perché, dopo la deposizione del governo militare trentennale a guida di Omar Hasan Ahmad al-Bashīr, il fronte di Libertà e Cambiamento (Ffc) era riuscito ad imporre un cambio di rotta al paese. La comunità internazionale, capeggiata dagli Usa, ha fin da subito fornito sostegno ad un governo provvisorio che avrebbe dovuto traghettare il paese a libere elezioni previste il 17 novembre 2021. Si può registrare un altro tentativo di golpe recente il 21 settembre ad opera di alcuni miliziani.

Si suppone che questa presa di posizione abbia origine anche nella postura ideologica (sicuramente vicina a quella che potremmo definire impropriamente “filo-occidentale”) assunta dalla dirigenza sudanese in merito ai conflitti che si sono verificati e ancora imperversano nella regione del Tigray. Queste ostilità vedono le forze del Tigray People’s Liberation Front (TPLF), nonché ex partito di Governo etiope, contrapporsi con il potere centrale di Adis Abeba. Indubbiamente questa crisi è una minaccia anche per quanto riguarda il terrorismo internazionale.

La decisione assunta dai golpisti, il cui leader è il generale Abdel Fattah al Burhan, ha fin da subito prodotto conseguenze sulla popolazione in quanto i militari hanno bloccato ogni tipo di collegamento da e verso la capitale; si sono verificate interruzioni del servizio internet e fortissime difficoltà nelle telecomunicazioni in genere. L’aeroporto è  stato chiuso e i militari hanno arrestato nel giro di poche ore gli impiegati della televisione e della radio di Stato facendo irruzione nella sede stessa.

La vicenda sudanese avviene in un momento particolarmente delicato in cui si registrano numerosissime criticità in tutto il fragile equilibrio africano: la Nigeria è stravolta dalla lotta per il potere tra jihadisti, Ciad e Mali hanno superato recentemente fortissime crisi.

Si può purtroppo affermare, e non più solo sospettare, che l’Africa sia il nuovo territorio ambito per la restaurazione di un Califfato di matrice islamica come quello generato in Siria ed Iraq con l’Isis. La ricerca di nuovi orizzonti geografici jihadisti è di prioritario interesse anche per Al Qaeda e altre cellule minori che sono attualmente impegnate in Yemen. A tutto ciò si somma la preoccupazione per i recentissimi fatti afghani che richiederanno presto una presa di posizione dato che il momento iniziale di shock si può dirsi ormai concluso.

I leader del mondo intero hanno categoricamente condannato gli autori del golpe sudanese e la Banca Mondiale ha sospeso l’assistenza economica alle istituzioni che dovevano garantire il traghettamento verso un governo solido ed affidabile.

Tutti i paesi europei e gli Stati Uniti hanno condannato quanto avvenuto ma, al momento, nessuna reale presa di posizione od iniziativa concreta sembra sia stata ipotizzata o messa in atto per arginare la crisi. Mi auguro che questa situazione di instabilità non convinca i ribelli del Tigray a cogliere l’occasione per cercare nuove alleanze perché a quel punto il Sudan si trasformerebbe nel campo da “gioco” di fazioni contrapposte e molto identitarie: da un lato i militari, dall’altro i rivoltosi a carattere terroristico.

Arianne Ghersi

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