YEMEN: PACE POSSIBILE?

Successivamente all’incontro tenutosi a fine agosto a Baghdad, Arabia Saudita e Iran hanno continuato nel solco del dialogo instaurato per porre fine alla sanguinosissima guerra civile di cui è teatro da anni lo Yemen. Ad oggi, con rammarico, si può sostenere come quest’ultimo sia governato da Aqap (Al Qaeda in Arabic Peninsula) e si pone come unico stato capace di far sì che le forze qaediste (cadute in una sorta di crisi d’identità jihadista) non siano del tutto assoggettate ai “canti delle sirene omeriche” che richiamano tanti miliziani ad unirsi alle cellule “dormienti” del Califfato islamico.

Inizialmente l’Arabia Saudita era intervenuta per cercare di contenere le mire degli Houthi, un gruppo di separatisti ribelli molto attivi nel nord del paese. Molti osservatori internazionali hanno sottovalutato questo scontro forse perché inconsapevoli che il gruppo ribelle è sempre stato sostenuto dai Pasdaran iraniani (i “guardiani” della rivoluzione khomeinista, ovvero coloro che sono chiamati a difendere il regno degli ayatollah sia internamente che esternamente al paese): questo “gemellaggio” assicura al gruppo Houthi appoggio in termini di tecnologie militari e finanziamenti. Alla luce di ciò diviene facilmente intuibile come sia possibile che Riad sia stata costantemente sotto attacco di apparati tecnologici estremamente sofisticati.

Mohamed Bin Salman, erede al trono e Ministro della Difesa, sperava che entrando nel conflitto yemenita, erroneamente ipotizzando di diventare attore determinante alla risoluzione, si potesse creare un varco positivo nell’opinione internazionale: non è infatti certo un segreto quanto lo stato wahabita ambisca alla creazione di una “Nato araba” e di poterla presiedere.

L’idea di una “Nato araba” era già stata profilata nel 2015 in occasione della nascita di un’alleanza di 34 paesi a maggioranza islamica (Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Bahrein, Bangladesh, Benin, Turchia, Ciad, Togo, Tunisia, Gibuti, Senegal, Sudan, Sierra Leone, Somalia, Gabon, Guinea, Palestina, Comore, Qatar, Costa d’Avorio, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Mali, Malaysia, Egitto, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria, Yemen) in chiave anti-Isis. L’iniziativa esprimeva anche l’esigenza di indipendenza dalle decisioni in materia di politica estera americana.

Il progetto non ha visto una reale concretizzazione a causa dell’assenza di un piano programmatico: gli scontri con il Califfato islamico, la guerra in Yemen, la sottovalutazione di Al Qaeda (il gruppo terroristico escluso comprensibilmente dal progetto ha focalizzato la propria attenzione sul gruppo Houthi) hanno fatto sì che gli sforzi sauditi fossero troppo pressanti considerando inoltre che il regno non ha mai avuto grande attenzione verso la creazione di un esercito forte, ma ha sempre delegato la propria sicurezza agli Usa.

Alla luce di quanto descritto, gli sforzi diplomatici dell’Arabia Saudita verso l’Iran assumono grandissimo valore, soprattutto se condotti in territorio yemenita. Ebrahim Raisi, il nuovo presidente eletto tre mesi fa, ha fin da subito esplicitato l’intenzione di voler condurre il paese degli ayatollah con una visione maggiormente avveduta in modo da reinserire l’Iran in un percorso distensivo dei rapporti con gli altri stati della zona.

Allo stesso tempo, in cerca di nuove alleanze e al superamento di antichi rancori, l’Arabia Saudita sta cercando di ricucire i rapporti con il Qatar e la Turchia: questa mossa al momento si profila come “teorica” ed impregnata di pragmatismo strategico che ha come scopo quello di creare un cuscinetto dopo le elezioni statunitensi. Infatti Biden ha fin da subito accusato Riad di non avere il giusto riguardo verso la salvaguardia dei diritti umani e di tenere un atteggiamento eccessivamente aggressivo nei confronti degli stati limitrofi. Indubbiamente per il regno wahabita sarebbe una mossa politica eccellente quella di riuscire a distendere i rapporti qatarini e turchi agli occhi del “mondo occidentale”, potendo quindi porsi come garante di future alleanze.

Non è chiaro quanto possa essere “sincera” la posizione assunta dall’Iran che sembra avere tutte le intenzioni di ridiscutere gli accordi inerenti al nucleare in un summit che si terrà a novembre a Vienna.

Arianne Ghersi

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