Ricordiamolo anche noi, va di moda!

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Sono quarantasei gli anni ch’è morto, assassinato, Pier Paolo Pasolini. Avevo diciassette anni e frequentavo la quarta liceo. Stavo percorrendo la via Volta, erano le due del pomeriggio di domenica 2 Novembre. Cielo coperto, acquerugiola, ventate di freddo, indossavo un loden nero, un basco nero, una camicia militare verde, calzoni grigio scuro infilati nelle cavigliere degli anfibi lucidi come ciocchi, le mani in tasca, fumavo Gitanes, Ray Ban con lenti da vista ma Ray Ban, e me ne andavo (camminando inconsapevole del mio ridicolo) al Bar Kappa con un certo qual vago, ma certo timore che al lunedì c’era un compito di chimica che nessuno, dicansi nessuno, dei venti che s’era, aveva mai studiato. Nessuno. Già l’idea di mettermi sotto quel pomeriggio, che tanto era inutile, c’era da ricostruire un mese di lezioni, non mancate, inascoltate. Povero diavolo di un prof, di lì a due settimane venne comandato ad un’altra scuola e se n’andò rosso di rabbia imprecando contro di noi, ma lui non sapeva di didattica. Proprio t’ammazzava di solida noia. Seppi che alla fine dell’anno passò come ricercatore in una ditta farmaceutica. Quello era il suo. Via Volta sbuca in Piazza, che ora è chiusa al traffico (mi auguro per sempre) ma allora ci passavano ancora i rimorchi, i motocarri e quelli in due sul motorino che era vietato ma non proprio vietatissimo. Infatti sento lo stridore di un freno a tamburo e mi vedo affiancare da un Benelli tre marce un ragazzo della quinta (che povera stella è morto, sarà un pugno d’anni, ma è morto abbandonato da tutti in modo infame) che sul sellino si portava dietro uno che non so. Eschimo verde, sciarpone rosso arrotolato tutto intorno al collo, Clarks con la para, Nazionale Esportazione in bocca (il corrispettivo dell’altra fazione) “Domani mattina raccogliamo subito le firme per un’assemblea straordinaria”. Io lo guardo e gli faccio un cenno che vuol dire e perché, considerando che un’assemblea s’era appena fatta la settimana prima. “Hanno ammazzato Pasolini”. “L’hanno detto al telegiornale”, fece quello sul sellino e se n’andarono lasciando dietro l’odore acre del ricino bruciato, il Castrol. In casa mia era proibito mangiare con la televisione accesa e quindi io non ne sapevo niente. Al Kappa ci rimasi poco e rientrai ch’era appena metà pomeriggio e mi tuffai nella chimica aggiustandomi per un eventuale sufficienza. Poi raccolsi dal mio scaffale Ragazzi di vita che non riuscivo ad ingranare nella lettura, non così era stato per Una vita violenta. Alla tivù della sera, al tiggì delle ore otto, la notizia era in prima pagina. Si parlava di un efferato delitto maturato in ambienti torbidi, insomma un linguaggio di legno che rispecchiava l’ipocrisia del tempo: non c’è come la tivù come specchio della società. Io ero stato entusiasta del Decameron, I racconti di Canterbury e Il fiore delle mille e una notte che per andare vederli dovevi barare sull’età. credo, ancora oggi, che soprattutto con l’ultimo, P.P.P. solo lui da regista (la baronessa Blixen ne La mia Africa) e per davvero avesse capito cosa sono Le mille e una notte e come non filmare mai, mai, mai, il facile superficiale esotismo. Non ricordo più nulla dell’assemblea, che fu un caos di urla e rabbie. L’unico che si levò per dire una frase sensata fu Padre Carlo Pellegrini che invitò a dire un Ave Maria, ma fu sommerso da ululati e se n’andò senza alcuna stizza. Credo che P.P.P. avrebbe apprezzato, anzi ne sono certo. Se l’avessimo poi tutti recitata in ginocchio avrebbe pianto di gioia, da morto come da vivo. Qualche mese prima, sulle pagine del Corriere che leggeva mio padre, in un articolo a firma P.P.P. il genitore aveva tracciato con il pennino una parentesi graffa: “’Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c’è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra, soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra”. Credo che l’unico modo per tenere in vita uno scrittore sia leggerlo, rileggerlo. E vestirsi poi, in modo adeguato.

Emanuele Torreggiani

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