TERRORISMO E NUOVI SCENARI GLOBALI: L’ EUROPA E’ IN LETARGO

Il 2014 è passato alle cronache come l’anno horribilis del terrorismo moderno.

Quanto sta avvenendo oggi in Afghanistan è facilmente riconducibile ad un’agenda composita di azioni diverse da compiere all’interno della galassia jihadista.

Al Qaeda ha da sempre dimostrato l’intenzione di voler colpire il nemico “lontano”, mentre i sostenitori della restaurazione del Califfato hanno puntato ad un maggiore pragmatismo: la creazione di un’autorità statale tanto complessa e potente da poter giocare sulla politica della paura affinché l’opinione pubblica mondiale sia testimone della debolezza delle istituzioni occidentali.

Lo Stato Islamico, come tutte le declinazioni successive presenti nel Sahel e nel Khorasan, ha sempre puntato su una strategia comunicativa “attrattiva” capace di stimolare gli individui ad unirsi in un’impresa senza precedenti; è però vero che, nel caso non fosse stato possibile raggiungere le terre destinate alla contesa, è sempre stata richiesta l’intenzione di colpire in altre parti del mondo.

A mio avviso nessun movimento terrorista replicherebbe mai un attentato come quello dell’11 settembre per svariate ragioni: ha richiesto molto tempo e mezzi nell’ideazione e preparazione, ha avuto portata globale ma non ha fatto “sentir vulnerabili” allo stesso modo tutti gli stati, non ha distrutto l’innocente felicità come altri eventi (ad esempio mercatini natalizi, discoteche e raduni di vario genere).

Si può inoltre pensare che non sia neanche necessaria l’alta “professionalità” degli attentatori: al contrario del 2001, il Bataclan è stato attaccato da persone che potrebbero essere definiti dei dilettanti. Troviamo conferma di ciò nel fatto che fosse previsto un massacro all’interno dello stadio dove lo stesso Hollande assisteva alla partita. L’intento non è stato sventato da grandi azioni dell’antiterrorismo o dell’intelligence, ma dall’impreparazione dei protagonisti: non avevano precedentemente acquistato i biglietti e l’accesso alla manifestazione sportiva gli è quindi stato negato. Inoltre, una volta acclamata l’impossibilità di concretizzare il piano originale, i jihadisti hanno compiuto errori macroscopici abbandonando cellulari intatti sul luogo e non cercando riparo in un luogo sicuro, ma tornando all’abitazione occupata precedentemente.

Tutto ciò potrebbe far erroneamente pensare che sia rassicurante immaginare gli attentatori come degli sprovveduti, ma la realtà è assai più crudele. Non dobbiamo più relazionarci con attenti ingegneri capaci di escogitare un piano “brillante” come quello legato alle Torri Gemelle, ma dobbiamo arrenderci all’idea che anche i piani più “raffazzonati” ci possano porre in seria difficoltà.

Appunto su questa sensazione di debolezza intendono giocare i nuovi “attori” del mondo terroristico ed è innegabile che la gestione fallimentare del califfato siro-iracheno e l’incapacità di condurre strategie comuni nei confronti dei flussi migratori hanno accentuato questa sgradevole sensazione.

Dovremmo arrenderci ad una triste realtà: l’Europa non sa affrontare le sfide intrinseche alla gestione della politica estera mediorientale. Molto spesso ho letto circa l’intenzione di creare un esercito europeo ma, nonostante la tesi sia sostenuta anche da indubbi esperti, trovo utopistica la concreta realizzazione. Non siamo negli Usa, le nostre divergenze tra paesi sono troppo mastodontiche per poter ipotizzare un’operatività tangibile. Oggi, come un decennio fa, assistiamo all’impossibilità strutturale dell’Unione Europea di porsi alla guida di azioni globalmente riconosciute; l’Europa sembra abbia delegato la sua sicurezza nazionale all’ombrello della Nato e la sua politica estera agli Stati Uniti.

Ciò che dovrebbe farci riflettere sono le conseguenze di quanto sta avvenendo sul piano puramente geografico: gli Usa sono “lontani” e difficilmente raggiungibili dal Medioriente, l’Europa è invece molto prossima e le differenze sulla gestione degli immigrati sono evidenti. La radicalizzazione nel vecchio continente ha assunto contorni numericamente scioccanti, amplificati dall’impossibilità di un’integrazione economica. Ad esempio, il molti paesi il dato della disoccupazione presso i musulmani è quasi doppio rispetto a quello dei non musulmani. Non si può certo dimenticare che, già nel 2005, in Francia molti giovani residenti nelle banlieue scrivevano sui muri graffiti riportanti la scritta “Je existe?”: una chiara richiesta di attenzioni da parte di chi percepiva indifferenza.

L’unica soluzione a questo disastro è una presa di coscienza e di posizione da parte delle istituzioni europee che dovranno sapersi porre come “guide”, altrimenti l’11 settembre sarà solo la prima di tante date simboliche da festeggiare per le cellule terroristiche globali.

Arianne Ghersi

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