GOOD MORNING TALEBANISTAN

L’intervento militare in Afghanistan ci è stato descritto come una missione di pace, ma solo recentemente questo termine è stato abbandonato e si è iniziato a parlare, con maggiore lucidità, di una vera e propria guerra al terrorismo.
In questi anni fiumi di inchiostro sono stati sprecati per descrivere le gesta delle super potenze impegnate nei fatti in una conquista territoriale. Jimmy Carter, Barack Obama, Joe Biden sono le tre amministrazioni statunitensi democratiche durante le quali la distorsione della religione islamica ha trovato importanti spazi d’azione: la nascita dei Talebani e del Khomeinismo (1978 – 1979), la creazione dell’Isis (2014 – 2017), il ritorno trionfale e trionfante dei Talebani (2021). La semplice cronologia storica esplica l’infinito imbarazzo delle cosiddette forze democratiche.


La conquista delle città principali è da annoverare come il coronamento di un obiettivo strategico, ma è importante non far confusione su ciò che rimane della martoriata geografia afghana. Gli attacchi delle ultime settimane si sono concentrati sulla destabilizzazione delle già deboli forze di sicurezza. La rapida espansione talebana, però, non coincide necessariamente con la capacità di controllo del territorio: le zone periferiche dei distretti, di fatto, non erano precedentemente presidiate dalle autorità governative e ciò ha fatto sì che la presa delle capitali provinciali avesse un effetto psicologico e mediatico dirompente.
La vera sfida che hanno incontrato i Talebani non è stata la conquista di Kabul – prevista dagli Usa in circa tre mesi, ma nei fatti avvenuta in meno di una settimana – ma piuttosto la successiva spartizione interna del potere.
La realtà con cui l’Occidente deve fare i conti è l’evidenza secondo cui non si può più pensare ad una vittoria militare unicamente in chiave di supremazia di armamenti, come forse un tempo sarebbe stato lecito pensare. La scioccante verità è che quello che noi riteniamo l’esercito più forte del mondo è stato sconfitto dalla perseveranza, dalla pazienza e dall’unione creata da un’ideologia.
Gli Usa hanno perso la guerra e l’aspetto maggiormente mellifluo della vicenda è che ne erano consapevoli anche quando poco più di un anno fa iniziarono a montare il finto teatrino dei dialoghi di pace a Mosca e successivamente a Doha. I Talebani, tra l’altro, non sono mai stati indipendenti nelle loro scelte, ma hanno sempre subito le decisioni del Pakistan. L’Afghanistan non era pronto ad essere lasciato solo: la democrazia non è un concetto assimilato e chi ci crede è poco preparato e circondato da una corruzione dilagante. Se davvero l’intenzione statunitense fosse stata quella di portare la pace, mai avrebbero dovuto annunciare un ritiro prematuro: i fatti ci dimostrano che l’invasione del paese è stata dettata da una visione poco lungimirante e da una mal celata esigenza di vendetta verso l’affronto subito.


Non ci rendiamo conto che così abbiamo fatto del male ad un intero popolo: se vent’anni fa avremmo potuto sperare in una rinascita fiera ed orgogliosa della volontà popolare, oggi gli afghani sono esasperati, ridotti alla fame, disperati, soggiogati. A tutto ciò si unirà una caccia alle streghe: i Talebani non perdoneranno chi ha collaborato con gli occidentali e, dato che in molti lo hanno fatto, sarà impossibile tutelare loro e le famiglie, al contrario di quanto invece era stato promesso.
Biden si è esposto a seguito di critiche feroci, ma a mio avviso ha commesso ulteriori errori. Nel suo discorso ha fatto intendere di aver seguito il percorso intrapreso da Trump ma, ad onor del vero, si è “scordato” di ricordare che il suo predecessore aveva ben esplicitato un disimpegno in Medioriente, ma aveva speso anche il suo capitale politico per una normalizzazione dei rapporti politico-diplomatici nella zona, sostenendo ed incentivando gli Accordi di Abramo (con cui vari stati si sarebbero impegnati a riconoscere Israele). Il presidente Usa ha inoltre espresso critiche verso l’esercito afghano e, con pizzico di malizia, si può intendere nelle sue parole l’intenzione di classificarli come indolenti/svogliati o comunque poco inclini al sacrificio.
Il leader europeo che ha dimostrato maggior acume politico e se vogliamo umanità è Angela Merkel che, in un discorso alla nazione, non ha provato a “scaricare” responsabilità sul prossimo, ma ha dichiarato il fallimento della missione senza mezzi termini.

La geopolitica mondiale è pronta ad essere sconvolta: sappiamo come la Cina fosse intenzionata ad attuare il proprio progetto legato alla Via della Seta e l’Afghanistan è un territorio ricco di risorse minerarie e naturali non ancora messe a profitto: la notizia di questo stravolgimento ha sentenziato una vittoria economica per lo stato comunista perché consapevole che i talebani, alla disperata ricerca di ulteriore legittimazione, non potranno continuare a focalizzare unicamente i propri sforzi sulla produzione di oppio. Questa inconsueta, ma non troppo, alleanza è possibile e gli scettici ne dovranno prendere atto.
Anche la Russia troverà giovamento: non risulterà più come l’ultimo “invasore” e, a distanza di decenni, possiamo già intuire un riavvicinamento.
L’incognita potrebbe essere la posizione che assumerà l’Iran in quanto è possibile supporre che la tensione mediorientale giochi un ruolo di risanamento dei rapporti diplomatici in chiave di contenimento. Allo stesso tempo, il paese degli ayatollah non sarà più l’unica realtà in cui il potere teologico e quello temporale combaceranno, anzi, potranno puntare il dito a loro volta perché capaci di aver creato una struttura governativa gerarchizzata e complessa.
Il “sistema Italia” rischia di rimanere escluso dal tavolo degli “adulti” e di subire le decisioni dei “grandi”, come ormai avviene da tempo in quanto forse non riconosciuto come un interlocutore determinante per la realizzazione di dinamiche strutturalmente composite.
Se io fossi afghana sarei delusa ed amareggiata e, probabilmente, non avrei più la forza di credere in un futuro migliore. Ho 31 anni e trovo scioccante come i miei coetanei in Afghanistan non abbiano mai vissuto, neanche per un singolo giorno, la pace. Gli Usa hanno perso la guerra ed il mondo occidentale si dovrebbe scusare di aver sostenuto per venti lunghi anni una posizione irragionevole mascherata da finto buonismo.

Arianne Ghersi

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