IL NARCO-JIHADISMO

Il Sahara, come ho descritto la scorsa settimana, non è identificabile unicamente come il teatro di nuove e vecchie fazioni terroriste, ma è anche il territorio percorso dai contrabbandieri di droga per trasportare sostanze stupefacenti verso le coste del Nord Africa così che i prodotti vengano smistati in Europa e in Medio Oriente.

Questa situazione assai preoccupante è stata denunciata dalle autorità marocchine ed egiziane (il varco di accesso con la Libia el-Salloum sembra essere un canale largamente sfruttato anche con la complicità del Fronte Polisario) che hanno anche espresso i legittimi sospetti secondo cui dietro questi traffici ci sia il finanziamento ad Al Qaeda.

All’interno del libro “Sahara, deserto di mafie e jihad” il professore Marco Aime, antropologo dell’Università di Genova, ha descritto una situazione preoccupante creatasi nella zona nord del Mali: “L’Azawad rischia di trasformarsi in un nuovo Afghanistan, dove bande indipendenti gestiranno i traffici di droga ed esseri umani lungo la rotta che dal Sud America porta all’Europa. Secondo l’accademico i miliziani di Ansar Eddine possono essere paragonabili al modello afghano, arrivando a palare di “talebani d’Africa”[1].

Uno degli esempi di stati falliti collusi con gli interessi jihadisti e dei narcotrafficanti sembra essere la Guinea Bissau. Un punto a favore per questa nazione è la collocazione geografica: il paese infatti si trova sull’Highway 10, ovvero sul decimo parallelo, e ciò consente di avere un percorso più breve tra Sud America e Africa. Alcune testimonianze citate nel libro già menzionato descrivono come a Gao siano state costruite ville faraoniche per accogliere i malavitosi; inoltre, nella capitale della Guinea, appunto Bissau, è stata registrata una considerevole presenza di colombiani.

Secondo la Drug Enforcement Agency (Dea), organismo statunitense, fra gli ottocento e i mille chilogrammi di cocaina vengono trasportati ogni notte nel paese africano. Le numerose ricostruzioni compiute circa i rapporti di potere nella zona sembrano confermare come questo traffico sia gestito da Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb Islamico), Mujao (il Movimento per l’Unicità e il Jihad nell’Africa Occidentale) e Ansar Eddine (Tuareg, il nome significa “seguaci della religione”). Le informazioni diffuse dalla United Nations Office on Drugs and Crime (Unodc) rilevano come il valore del commercio di droga in Guinea Bissau superi il reddito nazionale.

Oltre ad essere “spacciatori” di droga, gli jihadisti sono essi stessi consumatori di sostanze stupefacenti, anche se ciò viene celato e negato perché la narrazione più diffusa descrive i guerriglieri come lontani dai vizi terreni. Quanto appena dichiarato è emerso dalle ricerche condotte da Massimiliano Boccolini e da Marta Serafini (nel libro “L’ombra del nemico”). Tutto ciò è spiegabile dalla natura stessa dell’essere umano: le persone istintivamente fuggono dalla morte e, se si osserva in maniera meno superficiale al rapporto tra droga e religioni, si possono trovare ulteriori conferme.

L’utilizzo di sostanze stupefacenti ha spesso caratterizzato l’avvicinamento dell’uomo alla divinità in svariate culture: i poemi epici, gli indo americani (attraverso l’assunzione di funghi allucinogeni), l’oracolo di Delfi risalente all’antica Grecia (le sacerdotesse annunciavano le loro profezie con l’influenza dei vapori gassosi psicoattivi emanati dalla terra). Anche nella Bibbia si ipotizza che l’olio santo citato dal Libro dell’Esodo fosse in realtà cannabis, mentre lo stato di ebbrezza di Noè sarebbe da ricondurre all’abuso di vino.

Per quanto riguarda l’Islam, in particolare nella corrente legata al sufismo, il riferimento all’hashish è presente. Non è certo un segreto che la stragrande maggioranza dell’oppio mondiale derivi delle coltivazioni di papavero in Afghanistan.

Sia dal punto di vista esterno che interno all’Islam si è sempre compiuto un grandissimo sforzo per negare la realtà che ho sommariamente descritto e ciò è dovuto soprattutto all’intenzione di descrivere un “Islam unico”, uguale in ogni nazione ed interpretato in egual maniera. Come è avvenuto nella storia del cristianesimo (scismi, concili ed ulteriori successive divisioni) non si può parlare dell’Islam come di un corpo unico e compatto. I fatti legati al narco-jihadismo dimostrano quanto l’atteggiamento sia diverso: da un lato individuiamo le autorità egiziane e marocchine pronte a combattere il fenomeno, dall’altra si staglia il ruolo della Libia che, soggetta internamente ad una confusione catastrofica, si ritrova a scendere a patti con il narcotraffico mondiale, insieme a Guinea Bissau, Mali ed altre microregioni di stati confinanti.

Finché l’Europa non comprenderà che la narrazione jihadista non può essere letta unicamente con la lente dello scontro di civiltà tanto cara a Samuel Huntington, finché non si entrerà nell’ottica atta a distinguere la religione – la cultura – la “mafia” saremo sempre in balia di una visione distorta e miope.

Arianne Ghersi


[1] “Sahara, deserto di mafie e jihad” di Massimiliano Boccolini e Alessio Postiglione, pag. 165

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