INIZIA L’ ERA RAISI

Alle elezioni presidenziali in Iran hanno partecipato il 48,8% degli aventi diritto, la percentuale più bassa dalla nascita della Repubblica islamica.

Il nuovo presidente iraniano, Ebrahim Raisi, è sicuramente un personaggio noto alle cronache del paese, discusso anche all’estero per la sua condotta feroce. Il risultato poteva sembrare assai prevedibile anche alla vigilia delle elezioni in quanto il 24 maggio il Consiglio dei Guardiani ha escluso tutti i candidati cosiddetti riformisti, o centristi, lasciando il campo a soli sette candidati della “linea dura” o comunque senza alcuna chance di vittoria.

Nelle fasi finali della vita di Khomeini, quando il paese era devastato dalla guerra con l’Iraq, Raisi ricopriva il ruolo di viceprocuratore di Teheran e, con la complicità di altri illustri personaggi e su preciso mandato delle principali forze politiche, 30.000 prigionieri politici furono uccisi nonostante la scarsità di prove a sostegno delle accuse. Da allora questa ombra lo segue e moltissimi organismi che si battono per la tutela dei diritti umani continuano a sostenere la crudeltà del neo presidente. L’attenzione che la Guida suprema ha manifestato verso Raisi è il segnale lampante di come l’establishment abbia bisogno di un presidente disposto a compiere le più atroci repressioni per eliminare qualsiasi forma di opposizione o dissidenza.

Non si può dire che sia un personaggio dotato di capacità teologiche raffinate dato che i detrattori sostengono non abbia mai raggiunto il grado di ayatollah e che gran parte del suo successo sia in realtà da ricondurre al matrimonio con la figlia del grande imam del santuario Reza di Mashhad.

Il piano politico che ha presentato si basa sulla lotta alla corruzione e alle ingiustizie sociali, promesse d’intenti che sicuramente hanno catturato l’attenzione del mondo dei commercianti, stretti da tempo in una morsa di inflazione ed eccessiva burocrazia.

L’aspetto maggiormente rilevante di questa ultima tornata elettorale è sicuramente l’astensionismo con il quale i cittadini hanno espresso il loro dissenso verso il sistema. Tutto ciò avrà delle ripercussioni sui rapporti che intercorrono con gli Usa e l’Europa e soprattutto Biden giocherà un ruolo chiave nella vicenda. L’élite iraniana si è ricompattata e si presenta come uniformemente conservatrice, al contrario di quanto avvenuto nell’era di Rohani – Khamenei in cui due anime profondamente diverse, il primo più aperto e il secondo meno disponibile ad un riavvicinamento con le forze occidentali, presentavano una dicotomia evidente.

Biden, che ha messo al centro della sua agenda la tutela dei diritti civili, non potrà seguire le orme di Obama (disponibile a trattare) e neanche quelle di Trump (sostenitore di una netta chiusura), ma dovrà trovare una terza via.

Questa nuova rappresentanza politica conduce sicuramente l’Iran ad un maggiore isolamento e un’ulteriore chiusura verso gli altri stati della zona ma, da non sottovalutare, è l’influenza della Cina che si staglia in uno scacchiere complesso; infatti recentemente Pechino ha firmato con Teheran un accordo di 25 anni, il cui contenuto non è stato diffuso. Lo stato degli ayatollah potrebbe quindi trasformarsi in un baluardo della competizione strategica cinese a Washington.

L’Europa, soprattutto per quanto riguarda le sanzioni e l’accordo sul nucleare, non potrà certo prendere le distanze dal solco statunitense e rischia di giocare il ruolo di fantoccio. Numerose sono le denunce riguardo alla violazione delle libertà fondamentali, pertanto credere che l’amministrazione Raisi sia forte è soltanto utopia: il potere è sempre più distante dal popolo.

Arianne Ghersi

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