VOI AVETE GLI OROLOGI. NOI ABBIAMO IL TEMPO

La storia recente del paese è caratterizzata dall’essere diventata il campo da gioco delle super potenze. L’Afghanistan ha ingenti risorse minerarie e petrolifere non ancora “messe a profitto” tanto che, ultimamente, si è profilata l’ipotesi concreta che il progetto riguardante la “Nuova Via della Seta” cinese intendesse intervenire nello scacchiere dei partner commerciali coinvolti, così da garantirsi lo sfruttamento di tali ricchezze.

Il 29 febbraio 2020 a Doha (Qatar) è stato firmato il trattato di pace per smilitarizzare il paese e porre fine alla guerra; l’accordo è stato siglato dal capo negoziatore di Washington, Zalmay Khalilzad e dal capo politico dei talebani, Abdul Ghani Baradar. Quest’ultimo è stato recluso in un carcere del Pakistan (la detenzione è durata 8 anni) fino alla sua nomina al vertice dell’organizzazione terroristica decisa dal suo predecessore, il Malawi Hibatullah Akhundzada, il 25 gennaio 2020.

Questo dettaglio rende chiaro come il Pakistan abbia un ruolo di regolatore e mediatore all’interno del processo negoziale.

Il trattato prevede il ritiro delle truppe statunitensi ed è atteso che siano rilasciati circa 5000 ribelli; questo aspetto si profila difficilmente realizzabile tenendo conto che uno stato regolare (Usa) ha preso tali accordi con una forza politica che non fa parte dell’establishment del presidente Ashraf Ghani e che, con tale configurazione, si ritrova così impegnato a rispettare un accordo senza averlo firmato.

Repubblica, il 17/11/2020, riporta le dichiarazioni di Cristopher Miller (il segretario delle Difesa) in cui annuncia ufficialmente il ritiro di migliaia di soldati americani entro il 15 gennaio 2021 (posticipato successivamente al 1 maggio 2021). McConnell (capogruppo della maggioranza repubblicana al Senato) ha affermato: “Lo spettacolo di militari statunitensi che abbandonano infrastrutture ed equipaggiamenti, lasciando il campo in Afghanistan ai talebani e all’Isis, sarebbe trasmesso in tutto il mondo come un simbolo di sconfitta e umiliazione e una vittoria dell’estremismo islamico”.

L’abbandono dell’Afghanistan da parte delle truppe Usa ha impiegato ed impiegherà più tempo del previsto; le ragioni di ciò si possono addurre alle critiche feroci rivolte agli Usa, la pandemia che ha rallentato qualsiasi processo decisionale ed infine il cambio di presidenza americana.

Biden ha annunciato pubblicamente con chiarezza l’intenzione di un cambio di strategia in politica estera, focalizzando gli sforzi futuri sul fronte russo e quello iraniano, confermando così quanto deciso dal trattato precedentemente citato e specificando che le truppe straniere faranno rientro in patria entro l’11 settembre 2021. La data scelta, ovviamente, non è casuale: è imbarazzante ricordare che quasi nulla è cambiato dal 2001 (anno di inizio della guerra).

Quanto avvenuto e ciò che succederà viene definito dalla dirigenza Usa come un ritiro, asserendo che quanto deciso sia dovuto al raggiungimento degli obiettivi prestabiliti. Un pizzico di onestà intellettuale dovrebbe invece far ammettere un’assoluta sconfitta: l’Afghanistan è stata e sarà la macchia che il governo statunitense mai riuscirà a ripulire.

Non entro nel merito in questa sede sulla “legittimità” dell’invasione e sulle cause poco chiare e mai del tutto esplicitate dell’azione militare. Trovo, però, scandaloso che uno stato democratico non riesca a guardare con la giusta lungimiranza i fatti. I dati ci consegnano un’istantanea di un paese lacerato, violento, in eterno conflitto interno, un governo poco sentito in numerose province, un potere terrorista che spadroneggia e che gestisce risorse e produzione di droga. Quale sarebbe il risultato raggiunto? Si crede davvero che l’uccisione di un leader jihadista sia la soluzione a lungo termine?

L’Afghanistan, a mio avviso uno stato fallito, soccomberà definitivamente. Le aspirazioni democratiche, i sostenitori di un governo legittimo che forse guardavano all’intervento di truppe estere come ad un processo per costruire basi solide, si sentirà tradito e schiacciato dai Talebani che, purtroppo, risultano essere i vincitori del conflitto. Per quanto questo gruppo sia sicuramente organizzato, finanziato e armato da potenze estere come è possibile che abbia sconfitto uno degli eserciti più “forti” del mondo? A questa domanda può rispondere unicamente un proverbio afghano: “Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”. Con queste poche parole si dimostra come venti anni di guerra siano un lasso di tempo lunghissimo per gli Usa, ma per gli afghani potrebbe essere solo una delle tante invasioni, ingerenze e contraddizioni.

Vorrei concludere con una riflessione che dovrebbe essere facile da comprendere a chiunque abbia una buona memoria. Il Presidente George W. Bush, il 20/11/2001, durante una sessione congiunta del Congresso, dichiarò: «Our enemy is a radical network of terrorists and every government that supports them. Our war on terror begins with al Qaeda, but it does not end there. It will not end until every terrorist group of global reach has been found, stopped and defeated.» («Il nostro nemico è una rete radicale di terroristi e ogni governo che li sostiene. La nostra guerra al terrore inizia con al-Qāʿida, ma non finisce lì. Non finirà fino a quando ogni gruppo terroristico di portata globale sarà trovato, fermato e sconfitto.» (citazione e traduzione Wikipedia). Trascorsi venti anni, dobbiamo pensare che la guerra intrapresa sia stata sbagliata e quindi sia giusto sedersi allo stesso tavolo dei Talebani perché è un modo per ridare loro dignità politica in quanto ingiustamente accusati? Oppure gli Usa hanno deciso di abbandonare l’intenzione di diffondere i principi di libertà e democrazia, consegnando l’Afghanistan (e in futuro altri paesi, l’Iraq ne è già stato un esempio) in mano a dei pericolosissimi criminali perché di fatto sconfitti? Purtroppo solo il tempo saprà rispondere, ma ritengo che l’epilogo sia già ovvio.

Arianne Ghersi

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