L’ ACCORDO SUL NUCLEARE: DECLINO AMERICANO?

Sheykh Naim Qassem, vice-segretario generale di Hezbollah, in una recente intervista alla televisione libanese al-Manar, ha affermato che un ritorno degli Stati Uniti all’accordo nucleare del 2015 sarebbe una grande vittoria per l’Iran e di conseguenza per l’Asse della Resistenza (con il termine Asse della Resistenza si identificano quei Paesi – come Iran, Libano, Iraq, Siria e Yemen – e gruppi – Hezbollah, Ansarullah, milizie popolari irachene – che stanno lottando per la propria sovranità contro l’invasione americana-globalista e il terrorismo oscurantista sostenuto da Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele), perché “ogni vittoria per l’Iran è una vittoria per l’intero Asse (della Resistenza)”. Egli ha inoltre aggiunto che gli Stati Uniti preferiscono un ritorno all’accordo piuttosto che nessun accordo. Possiamo dire che sia nel caso in cui gli Stati Uniti non riescano a ripristinare l’accordo sia nel caso in cui siano costretti a togliere tutte le sanzioni per ripristinarlo, questa sarà una vittoria per l’Iran, e quindi, come sostenuto da Sheykh Qassem, per tutto l’Asse della Resistenza, ciò, come spiegheremo in questo articolo, è profondamente legato al lento declino degli Stati Uniti.

L’accordo, ufficialmente noto come Piano d’azione globale congiunto, è stato stipulato il 14 luglio 2015, l’8 maggio 2018 Trump annuncia l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo, cui seguiranno il ripristino delle sanzioni e l’imposizione di nuove sanzioni per perseguire quella che Trump stesso ha definito la “politica della massima pressione”, volta a ostacolare in particolare il ruolo dell’Iran in Siria e in Medioriente, ruolo ovviamente in contrasto con gli interessi americani nella regione. Da sempre gli Stati Uniti hanno sostenuto uno stato di destabilizzazione al fine di implementare i propri interessi, questo è uno dei motivi principali del sostegno ai gruppi terroristici da parte loro (continuato anche nell’era Trump) e dei loro alleati (Arabia Saudita e Israele in primis), gruppi terroristici contro cui l’Iran e i gruppi legati all’Asse della Resistenza hanno combattuto e stanno tuttora combattendo.

L’Iran, a causa dell’incapacità dei Paesi europei di contrastare le sanzioni americane, ha ridotto gradualmente gli impegni presenti nell’accordo, come previsto dallo stesso nel caso in cui uno dei Paesi firmatari lo avesse violato.

Con l’elezione di Biden alla presidenza americana, la nuova amministrazione afferma che gli Stati Uniti ritornerebbero all’accordo, se l’Iran riprendesse a rispettare gli impegni dell’accordo. Tuttavia la risposta dell’Iran al riguardo è molto chiara: sono gli Stati Uniti ad aver abbandonato l’accordo, pertanto sono loro che per tornare all’accordo devono togliere tutte le sanzioni (sia quelle legate all’accordo sia quelle imposte in seguito dall’amministrazione Trump) e tornare all’accordo. Inoltre fino a quando non verranno tolte le sanzioni, l’Iran non accetterà che gli Stati Uniti partecipino ad eventuali colloqui.

Nel frattempo si sono verificati alcuni eventi significativi. Il primo è il sabotaggio alla rete elettrica dell’impianto nucleare di Natanz, avvenuto domenica scorsa, in seguito al quale alcuni media israeliani, citando fonti dell’intelligence, hanno affermato che era il risultato di un attacco informatico israeliano. In ogni caso l’Iran ha accusato Israele di questo sabotaggio, considerandolo un atto di terrorismo, che avrebbe potuto avere conseguenze ben peggiori. Il secondo evento è successo l’altro ieri: il Consiglio dell’UE ha deciso di estendere le sanzioni imposte per la prima volta nel 2011 in risposta a “gravi violazioni dei diritti umani in Iran” fino al 13 aprile 2022, aggiungendo all’elenco dei soggetti sotto sanzione otto persone e tre entità, tra cui Hossein Salami, comandante delle IRGC (pasdaran), che ricordiamo hanno avuto un ruolo molto importante nella lotta al terrorismo in Medioriente, ma questo non deve sorprenderci in considerazione dell’appoggio che l’Unione Europea ha dato ai così detti “ribelli moderati”. Ovviamente tutto ciò non giova a un ritorno all’accordo, ma soprattutto mostra come l’Unione Europea non riesca a distaccarsi dai diktat americani, preferendo quindi in qualità di “blocco occidentale” continuare con una politica della massima pressione attraverso le sanzioni, camuffata da dialogo (al contrario dell’era Trump).

Tuttavia è chiaro come questo tipo di politica abbia fallito, ha fallito anche con Trump, che aveva messo completamente da parte i negoziati; non sussiste quindi alcun motivo per pensare che possa avere successo ora, e, come sottolineato all’inizio, sia nel caso in cui gli Stati Uniti non riescano a ripristinare l’accordo sia nel caso in cui siano costretti a togliere tutte le sanzioni per ripristinarlo, questa sarà una vittoria per l’Iran, anche perché in questo momento si trova in vantaggio sotto molti punti di vista. Ha dimostrato di essere affidabile rispettando gli impegni presi con l’accordo nucleare e cominciando gradualmente a non implementarli dopo aver dato molto tempo ai rimanenti firmatari dell’accordo di contrastare le sanzioni americane; con l’uccisione del generale Soleimani, che ha avuto, su ammissione degli stessi americani, un ruolo determinante nella lotta al terrorismo in Siria e in Iraq, su ordine di Trump, è diventato lampante (per chi già non lo sapesse) chi sta dalla parte dei terroristi e chi li combatte; le sanzioni hanno permesso all’Iran di rafforzare le proprie capacità di produzione interna, diventando indipendente in molti campi; l’ostilità degli Stati Uniti verso la Cina (soprattutto con Trump) e verso la Russia (con Biden) hanno favorito e rafforzato l’alleanza di questi due paesi con l’Iran, in particolare a livello militare per quanto concerne la Russia ed economico per quanto riguarda la Cina, e infatti gli Stati Uniti stanno perdendo su vari fronti: del conflitto con la Russia (in Siria per esempio) e sul fronte economico con la Cina. Certamente per Russia e Cina offre più garanzie un alleato onesto, sostenitore della sovranità delle nazioni, rispetto a uno disonesto come hanno dimostrato di essere gli Stati Uniti, soprattutto adesso che con i democratici la loro propaganda è camuffata da una ipocrita retorica diritto-umanista e di difesa della democrazia, tuttavia anche il loro “soft-power” mediatico con quella che spacciano come verità ormai è in declino e in molti non cadono più nel tranello.

Per questi motivi affermiamo che l’Iran è molto più forte di sei anni fa e gli Stati Uniti sono in declino.

Bisognerebbe chiedersi: gli Stati Uniti dove vogliono portare il mondo e dove vuole portarlo l’Iran? E soprattutto con quali metodi? Basta osservare con attenzione quello che è successo in Siria per farsi un’idea.

Nel frattempo Araghchi, vice-ministro degli Esteri per gli affari politici, ha annunciato che l’Iran inizierà l’arricchimento dell’uranio al 60%, proprio nella centrale di Natanz.

Hanieh Tarkian

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