GOVERNO DRAGHI:L’OMBRA DI BIDEN?

Tutti alla corte del drago. Nessuno escluso. L’epilogo dell’agonia del Governo Conte bis, giunto al termine di una gestione dell’epidemia che, negli ultimi mesi, si era fatta addirittura imbarazzante (incomprensibile il continuo andirivieni di aperture e chiusure) non poteva forse essere più scontato, per chi minimamente “mastica” i grandi e i piccoli misteri del potere. Che sarebbe stato Matteo Renzi a staccare la spina era piuttosto evidente fin dalle prime battute dell’esperimento “giallo-rosso”. Che a rimpiazzare l’avvocato pugliese a Palazzo Chigi sarebbe stato un tecnico gradito al mondo della finanza, pure (i nomi che circolavano erano quelli di Mario Draghi e dell’ex Fmi Carlo Cottarelli, che del primo potrebbe diventare ministro). Altrettanto scontato era che questo tecnico, stante la riduzione incombente dei seggi parlamentari per effetto della legge votata in corso di legislatura (tale che neppure i partiti con maggiore consenso avrebbero potuto confermare con certezza tutti gli attuali eletti), avrebbe raccolto un elevato consenso parlamentare. E, così, al termine di due giri di consultazioni, l’esecutivo guidato dall’ex presidente della Banca centrale europea, Draghi appunto, sembra pronto a nascere con una maggioranza bulgara, che potrebbe andare dagli iper-progressisti di Leu alla Lega, da Laura Boldrini a Matteo Salvini.

Ma a cosa (o, per meglio dire, a chi) è dovuta la scelta di Draghi? Davvero Sergio Mattarella ha operato in totale autonomia, spiazzando i contendenti dell’agone politico nazionale? Un’interessante disamina è quella proposta su Formiche.net da Germano Dottori, consigliere scientifico della rivista di geopolitica Limes, che collega l’avvento di Draghi con l’avvio dell’era Biden negli Stati Uniti d’America. Quando si tratta di vicende politiche italiane, infatti, non bisognerebbe mai dimenticare il fattore “c”. Che, in questo caso, non sta per un volgare sinonimo del termine “fortuna”, ma, piuttosto, per “colonia”.

“Per quanto Washington sia lontana – scrive Dottori – quanto vi accade è destinato a ripercuotersi prima o poi anche da noi. Lo dimostra bene quanto è successo negli anni della nostra cosiddetta Seconda Repubblica, durante i quali i periodi di asimmetria cromatica tra le amministrazioni americane e i governi italiani sono stati l’eccezione piuttosto che la norma. (…) Va sottolineato altresì come il clima da guerra civile strisciante affiorato in America abbia potuto acuire l’urgenza di promuovere la rimozione di un premier che aveva cercato sin dal proprio insediamento di stabilire un’interlocuzione privilegiata con Trump, per sostituirlo con una personalità più vicina al mondo dei liberal d’Oltreoceano. (…) Draghi soddisfa al meglio anche questa esigenza di discontinuità. È infatti un economista keynesiano con importanti trascorsi accademici a Boston, un progressista che gode di un’ottima reputazione presso tutti coloro che fecero parte delle amministrazioni Obama”.

L’uomo del whatever it takes”, tornando a Dottori, “sarà sostenuto da tutti coloro che intendono assicurarsi l’accesso al nuovo arco costituzionale in gestazione attorno al rigetto internazionale del populismo, che sarà atlantista ed europeista come quello storico”. Un’altra lettura è quella data dal professor Giulio Sapelli, per il quale “gli Stati Uniti sono preoccupati per i rapporti che l’Ue (vedi Germania e Francia, nda) ha intrapreso con la Cina e così Draghi per loro è l’argine che può mettere fine a questa deriva”.

Tra chi aderisce a questa visione, purtroppo per chi si era illuso circa una possibile concretizzazione della svolta sovranista (mai realmente decollata con un reale progetto culturale se non nella propaganda), c’è anche la Lega di Matteo Salvini. Che, con il pressing di un esponente di peso e notoriamente filo-atlantista e apprezzato nelle stanze che contano, quale Giancarlo Giorgetti, che già a novembre 2020 aveva chiarito che la Lega sarebbe stata vicina a Washington anche con Biden, ha cambiato radicalmente linea. Dallo scontro con Bruxelles e i “poteri forti” al “ci interessa che si faccia l’interesse italiano in Europa con spirito europeo” del dopo-consultazioni di oggi, c’è una svolta clamorosa. Evidente l’imbarazzo di chi, in testa l’economista Alberto Bagnai, oggi senatore del Carroccio, era entrato nel partito sulla scia delle critiche alla moneta unica e all’austerità. Tempi lontani. Anche perché oggi di austerità non si parla più. Ci sono da gestire i (tanti) fondi del Recovery fund.

Che, però, sono vincolati da linee di investimento ben definite: economia green e digitalizzazione su tutte. Sono le linee (ben note ai frequentatori di questo spazio) del “Grande Reset” auspicato, sulla scia del Covid, dalle multinazionali hi-tech e dall’olimpo della finanza mondiale riunito nel World Economic Forum di Davos. Un futuro utopico per i “big”, ma distopico per i “piccoli”, che è stato sposato ante-litteram dal Movimento Cinque Stelle, che spinge in questa direzione fin dal suo concepimento. Non è un caso che, pare, si stia pensando di chiedere per Giuseppe Conte, “mister lockdown”, un “Ministero della Transizione ecologica” (lo riporta, tra gli altri, Liberoquotidiano.it). Del resto che il fattore Draghi per i pentastellati sia importante lo testimonia la presenza del fondatore in persona, Beppe Grillo, alle consultazioni con l’ex Bce. Con il quale, peraltro, secondo alcune ricostruzioni mai confermate, avrebbe presenziato alla famigerata riunione sul panfilo Britannia del 1992, durante la quale, secondo la vulgata, furono dettate dai “British Invisbles“, il gotha della finanza britannica, le linee guida per le privatizzazioni del patrimonio industriale italiano, nel bel mezzo della tempesta di Tangentopoli. Per questo a Draghi toccarono, nel 2008 e nel corso di una trasmissione televisiva, le “picconate” (a posteriori) dell’ex presidente della Repubblica democristiano Francesco Cossiga, che lo definì un “vile affarista”.

“Non si può nominare premier – disse allora Cossiga – chi è stato socio della Goldman Sachs, grande banca d’affari americana“. “Male, molto male – proseguì – io feci ad appoggiarne, quasi a imporne la candidatura a Silvio Berlusconi, male, molto male!“. Questo perché, per Cossiga, Draghi era “il liquidatore, dopo la famosa crociera sul Britannia, dell’industria pubblica” italiana. Ma i tempi, da allora, sono probabilmente cambiati. Certo, per capirci qualcosa di più sarebbe utile apprendere quale sarà il programma del nuovo inquilino di Palazzo Chigi, al momento piuttosto nebuloso. Chi vivrà saprà.

Cristiano Puglisi per il suo blog

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