L’ EPIFANIA DI UN POPOLO SENZA LEADER

Il popolo oltre i leader

Il comizio “Save America” è finito. “Che ne dite se sfiliamo davanti al Campidoglio (la sede del Congresso americano a Washington)? Ma sì … già che ci siamo!”, si saranno detti gli americani convenuti nella capitale per ascoltare il loro presidente. Le parole che avevano sentito sicuramente si riferivano a una vittoria elettorale rubata. In effetti lo spettacolo cui si è assistito è stata la congiura di tutti i poteri forti d’America che hanno vinto la partita persa con la Clinton: da un lato raschiare il fondo del barile elettorale democratico, dall’altro provvedere con qualche aiutino di qua e di là, per sopperire a qualche assenza, a qualche voto mancante. Poi tanto ci sono i giornali, le tv, i Gates e gli Zuckemberg che premono, che legittimano, che trasformano le denunce dei brogli in vaneggiamenti di chi non vuole abbandonare la poltrona. Troppe poche guerre ha fatto Trump, troppo poco imperiale l’America di Trump, e dentro i confini economia in crescita fino alla tragedia del covid cinese, pochi aborti, poco peso ai deliri politicamente corretti … no, così non può andare! Trump parla alla folla, ma poi, in un sussulto di viltà borghese, non la guida al Campidoglio. La sua presenza là avrebbe avuto un senso. Se avesse voluto bloccare l’incursione, l’avrebbe potuto fare lui. Se l’avesse voluta guidare, l’avrebbe potuto fare lui. Invece ha preferito assentarsi. E il popolo ha fatto da sé.

Democrazia: identità di governanti e governati. Da Robespierre a Tocqueville e oltre

Che cos’è la democrazia? Certo è il “potere del popolo”. Fin troppo semplice. Ma questo potere non si realizza se non nell’ “identità dei governanti e dei governati”. Le stesse persone devono essere quelle che governano e quelle che sono governate. Quello che fa il governo non è nient’altro che quello che ciascuno farebbe nei confronti di se stesso. È un ideale che presuppone la capacità di ciascuno di autogovernarsi e l’assoluta onestà intellettuale del governante nello smettere di considerarsi tale, se non nei confronti di sé stesso. È un’utopia che presuppone la virtù. Ma siccome la virtù è, essa stessa, un’ideale regolativo e non si può dire mai acquisita, allora lo sforzo che bisogna compiere è quello di conquistarla. Ma siccome, oltre ad essere difficile, ci si mettono anche i refrattari, i nemici, coloro che lavorano-contro, coloro che preferiscono il Vizio…allora bisogna imporla: “Se la forza del governo popolare in tempo di pace è la virtù, la forza del governo popolare in tempo di rivoluzione è ad un tempo la virtù ed il terrore. La virtù, senza la quale il terrore è cosa funesta; il terrore, senza il quale la virtù è impotente. Il terrore non è altro che la giustizia pronta, severa, inflessibile. Esso è dunque una emanazione della virtù. È molto meno un principio contingente, che non una conseguenza del principio generale della democrazia applicata ai bisogni più pressanti della patria. Si è detto da alcuni che il terrore era la forza del governo dispotico. Il vostro terrore rassomiglia dunque al dispotismo? Sì, ma come la spada che brilla nelle mani degli eroi della libertà assomiglia a quella della quale sono armati gli sgherri della tirannia. Che il despota governi pure con il terrore i suoi sudditi abbrutiti. Egli ha ragione, come despota. Domate pure con il terrore i nemici della libertà: e anche voi avrete ragione, come fondatori della Repubblica”.

Quale eco di puritanesimo selvaggio in queste parole di Robespierre[1]! Per chi ne coglie tutta l’inaudita violenza, l’unica soluzione è quella di rinunciare a questa democrazia e accettare il popolo per quello che è. Una democrazia che non sia selvaggia vuole pazienza e sopportazione, realismo e disincanto. Poi bisogna leggere Tocqueville e capire che cosa c’è di positivo nelle consuetudini americane, con i suoi pesi e contrappesi, con il suo associazionismo e i suoi corpi intermedi – invenzione dell’Ancien Régime -, senza rinunciare alla critica. Lo Stato è res populi, questo è il grande argomento democratico; le élites devono eccellere, questo è il grande argomento antidemocratico. La politica, nella tradizione euro-occidentale, si gioca entro questi due estremi.

La liturgia liberal-democratica, un’ipocrita conciliazione.

Il liberalismo è l’ideologia borghese della separazione dei poteri e del primato del legislativo. Si può dire con una certa approssimazione, che esso nasce nel Seicento dall’aspirazione dei nuovi ricchi ad avere spazio libero per fare i propri comodi economici, oltre e al di là della volontà del sovrano. Questa è la libertà. Questa è la lotta dei liberali contro l’autorità: una costante di tutti i tempi. I nostri regimi, le cosiddette democrazie occidentali, nascono invece da un compromesso del liberalismo vittorioso con le istanze popolari che ne avevano permesso il trionfo. La rivoluzione contro le monarchie era stata compiuta con l’ausilio necessario del popolo…almeno quello di Parigi, almeno quello cittadino più sensibile alle parole degli oratori che l’avevano saputo infiammare contro i despoti. Liberal-democrazia significa un sistema strettamente controllato dalle élites borghesi, ma legittimato dal consenso popolare. Il popolo, come diceva Schmitt, può solo dire di sì o di no…al resto pensano gli illuminati, i possidenti, i ricchi, i furbi, gli immanicati etc. Siccome questa realtà è ben prosaica, serve una liturgia. Il potere sempre ha le sue liturgie, ma da quando la monarchia è stata smascherata come dispotismo, da quando è stato per sempre denunciato l’inganno criminale del sempiterno connubio trono-altare, ogni liturgia avrebbe dovuto essere bandita. Il diritto umano dei popoli è infatti l’esatto contrario del diritto divino dei re. Allora le liturgie democratiche diventano una contraddizione in termini. Esse appaiono insopportabili, molto di più di quanto non lo fossero i rituali di corte dei re taumaturghi. La sacralità dei luoghi, per esempio delle aule parlamentari, le cerimonie di insediamento, le parate, gli inni, gli alzabandiera, le celebrazioni, i gesti rituali e ripetitivi dei rappresentanti del potere…tutto ciò a rigore non dovrebbe essere ammesso…tutto ciò è residuo del dispotismo: decorazioni e culti per coprire una realtà tanto, troppo prosaica.

Il popolo contro le liturgie liberali.

Di fronte a questo sopruso dispotico, il popolo si riprende i suoi diritti e chiede il divorzio dalle élites liberali, (questo è il populismo) le quali nel frattempo si sono fatte sempre più autoreferenziali, fino addirittura ad avere elaborato un linguaggio proprio, l’odioso politicamente corretto, che dai campus universitari, loro eletto luogo di riproduzione, vorrebbero che forzatamente fosse imposto a tutta la società. Il popolo si riprende i suoi diritti, anzitutto esteticamente. Trump non ha voluto guidarlo. Ebbene il popolo ha organizzato una visita non guidata nei luoghi del potere. Qualcuno potrebbe dire che quello non era il popolo in base a un discorso puramente quantitativo. Falso, come tutti i discorsi puramente quantitativi! Il popolo si distingue per qualità: esso non è l’élite borghese, ricca, pasciuta, decadente, laida e ipocrita; esso non è la canaglia, per esempio i black lives matter, fanatica, violenta, iconoclasta, manipolata con poche e ignobili parole d’ordine, ladra e assassina. Tra questi due estremi si situano coloro-che-non-hanno-potere, che aspirano a costruirsi la propria vita senza nuocere ad altri. Possiamo guardare con altezzoso sussiego a questa categoria di persone, così refrattaria alle parole d’ordine dello Zeitgeist, così fuori dalla storia, che vive, lavora, fa figli che vivranno, lavoreranno e faranno figli, sempre a rischio di finire triturati dal potere, dalla società, dalle leggi, dai buoni di turno, dai riformatori del mondo, dai difensori della Giustizia… ma la loro è la sostanza morale della storia e della vita, una sostanza che si muove solo quando il livello di sopportazione è superato e solo quando i buoni, i giusti, i democratici, i santi hanno veramente rotto le scatole!

Allora, oltre le democrazie teorizzate, pensate, progettate e regolarmente tradite, c’è una democrazia eterna, che dal basso del popolo-così-come-è e di coloro-che-non-hanno-potere si esprime in due modi: nell’acclamazione e nella rivolta. 1) L’assemblea riunita approva e mostra la sua volontà. Guai a contraddirla, guai a toccarla. 2) La folla riunita si è stufata e agisce.

Il secondo caso è quello americano. Le prime vittime della sua azione sono le decorazioni e i paramenti sacri del potere. Ecco che cosa è successo a Washington: il popolo entra nel tempio del potere liberale e para-democratico e disincanta, decostruisce, demistifica i simboli delle liturgie liberali con cui si usa raccontare la favoletta della sovranità popolare e della legalità democratica. Ricorda che a lui stesso appartiene il potere costituente e che tale prerogativa non può essere limitata e conculcata da nessuna delle istituzioni del potere costituito. Che non c’è legalità democratica che tenga a fronte della legittimità popolare.

La beffa dello Sciamano, una dissacrazione esteticamente sublime.

Come si esprime la rivolta? Con gesti. Non sono le esplosioni di rabbia plebea delle manifestazioni liberal (poi le verginelle del giornalismo à la page credono di essere acute quando domandano perché al Campidoglio non c’era lo stesso schieramento del Lincoln Memorial durante la sfilata dei black lives matter… domanda retorica, stupida o in malafede, cui bisogna subito rispondere non retoricamente: perché l’esperienza dice che la violenza isterica non appartiene al popolo, ma alla canaglia, e si vede subito quando c’è il popolo e quando la canaglia). Non è, dunque, il gesto violento dell’iconoclastia puritana, ma l’espressione ingenua di chi dice di no a un furto. Semplice: non si ruba. Semplice: se uno cerca di derubarti gli dici di no. Semplice: se questo indossa divise e paramenti sacri, lo si spoglia e gli si dice: il re (ladro) è nudo.

Come si annuncia la nudità del re? Con una modalità estetica. Abbiamo qualche immagine: Jake Angeli, lo sciamano, in pelliccia, corna di bisonte, catena al collo, faccia dipinta coi colori della bandiera, la stessa che impugna con orgoglio facendosi fotografare dallo scranno di Mike Pence, presidente del Senato e vicepresidente degli Stati uniti. Abbiamo Richard Barnett, detto Bigo, che appoggia le sue pesanti scarpe sulla scrivania di Nancy Pelosi e preleva dalla postazione una busta da lettera che regolarmente paga lasciando 25 centesimi. C’è un tizio, vestito da Batman, che a un certo punto si erge tra la folla (anche se sembra che l’immagine sia un fotomontaggio); c’è un signore in posa mentre solleva un piedistallo con il bassorilievo dorato di una stella della bandiera americana; c’è quello che gira con la bandiera sudista, simbolo degli sconfitti che sempre fa paura ai benpensanti; c’è il deputato della Virginia che cammina per le stanze del palazzo, dice il giornale, “come un turista in visita”, e ammonisce “niente vandalismi, mi raccomando”.

Le categorie che mi vengono subito in mente sono il kitsch e il sublime. Il kitsch per il moralizzante Baudrillard “si definisce di preferenza come pseudo-oggetto, vale a dire come simulazione, copia, oggetto artificiale, stereotipo, come povertà di significato reale e sovrabbondanza di segni, di riferimenti allegorici, di connotazioni disparate, come esaltazione del dettaglio e saturazione per mezzo dei dettagli”[2]. Per il più spregiudicato Zevi “Il kitsch è il linguaggio del nostro tempo. In un mondo in cui è la realtà stessa a dominare, nella sua immediatezza, eccentricità e diversità, il kitsch riesce ad esprimere questa ricchezza meglio di ogni altra tendenza”. In questa eccentricità, elemento proprio del kitsch è il contrasto dell’opera con il suo contesto: il kitsch è fuori posto, è un oggetto sbagliato in sé, perché riprodotto, perché maldestra imitazione, perché di scarso valore e, infine, perché dis-locato e inopportuno. Ma Zevi parla anche di immediatezza e diversità. L’oggetto kitsch colpisce subito e salta all’occhio, è un pugno in un occhio. Ebbene, Jake lo sciamano, Batman e Bigo sono esattamente fuori posto e poi, come delle opere dozzinali, sono tremendamente ordinari dentro un ambiente eccezionale, dentro il giardino delle élite, gli umili giardinieri hanno rubato la scena ai gran signori della democrazia.

Ma dal kitsch al sublime il tratto è assai breve. Il sublime è fuori-forma, eccentrico, diverso … ma perché tende all’infinito: sublime matematico, dice Kant, infinitamente grande; sublime dinamico, infinitamente potente. Quando il limite della forma viene violato, quando la forma diventa angusta fino ad essere essa stessa kitsch per l’impossibilità di un rimando a un contenuto significativo, quando un’architettura simboleggia solo l’ordinaria manipolazione della realtà e la sistematica digestione e defecazione politicamente corretta degli ideali, allora il kitsch diventa sublime, perché dimostra che un altro modo di essere è possibile. Il travestimento dozzinale ed esibizionista, immesso dentro l’affettazione decadente e finto-classica di un palazzo della menzogna le cui colonne sorreggono il nulla di un potere che vige perché vige, è uno sputo che diventa una marea purificatrice. La forma affettata, la pura esteriorità, l’armonia solo apparente di un ordine che non risplende perché è ornamento dell’oscurità, kallopìsma òrfnes, il cinismo retorico in forma figurativa: tutto ciò viene sfondato dalla sublime differenza della semplicità ordinaria del vero, del carattere umano che si manifesta nell’immediato per ciò che è, dell’istinto popolare che proviene dal fango, humus degli uomini, ma puro e senza infingimenti.

Tutto ciò ha poi il sapore della beffa. Non importa quanto intenzionale. L’opera, il gesto è in sé beffardo. L’immissione di quel vino nuovo in otri vecchi è al tempo stesso una presa in giro di quella decrepitezza laida. I rozzi fan di Trump al Congresso sorridono e fanno sorridere come Trinità e Bambino in un ristorante di lusso. L’irruzione è gioiosamente menefreghista e si impone quasi dicendo al borghese scandalizzato con la boccuccia a culo di pollo: “Ecco, sono qui, adesso ti becchi la mia puzza e i miei modi rudi che irridono la tua presunta forza”, una forza che si manifesta ora come viltà, effeminata pruderie, raffinatezza vuota da basso impero, insignificanza e miseria travestita in abiti da grandeur… Il travestito sciamano mostra che gli habitués del luogo sono i veri travestiti, perché sono il nulla che si dà arie di grandezza. E infatti il senatore-tipo, al felice irrompere della festa popolare, ha paura e si nasconde sotto le sue poltrone, chiedendo protezione, frignando tutto il suo spavento, impallidendo della propria sordida impotenza.

Così lo scherzo funziona: “Guarda che non ti facciamo niente, smettila di fartela addosso, o gran rappresentate del popolo … guarda che il popolo è qui, non temere, stai tranquillo, sorridi, ci stiamo tutti divertendo”. E il senatore si riprende, salvo poi, alla fine di tutto, denunciare, denunciare che si è salvato per un pelo, denunciare che lo volevano rapire, denunciare che volevano fargli la bua!

Tutto ciò, come detto, trascende complessivamente le intenzioni e il carattere dei singoli: è un tutto che è più delle sue parti. Bisogna vedere l’evento nella sua totalità…un grande happening, un’opera d’arte che fa impallidire quelle di Christo. Un’opera d’arte sublime, fatta della vivente scultura degli uomini, di folle danzanti, di pitture e tattoo, di architetture rimodellate nella loro destinazione, di letteratura pop, di parole, musica e poesia…l’opera d’arte totale, l’arte dell’avvenire, direbbe Wagner. La perfetta consonanza dell’arte con la vita, una vita che si riprende i suoi diritti contro la forma morta, il situazionismo di una vita esuberante che vuole far festa, seppellendo con una risata la cadaverica arroganza di sinistri demagoghi e strateghi della struttura passatista dello status quo.

La festa e la morte: in ricordo di Ashli Babbit

Ogni Fiume ha il suo Natale di sangue, ogni festa politica ha la sua corrispondente tragedia. Non sembri sproporzionato il paragone con il lontanissimo e glorioso episodio dannunziano. D’altronde ogni analogia possiede una maior dissimilitudo e tante sono le differenze, a partire dall’enorme disparità di caratura dei leader: da una parte un poeta coraggioso fino all’eroismo che si mette sempre in prima fila, che ha fatto la guerra in prima persona, contribuendo fattivamente alla vittoria della sua patria,  che ha cultura sterminata e sensibilità profondissima, che vive nel culto della bellezza e che infine possiede un genio smisurato e inarrivabile; dall’altra un imprenditore di successo, ma senza grande levatura umana, senza grande coraggio, senza grande cultura, benché con tratti di autenticità, capacità di cogliere le esigenze delle masse e con un progetto di ricostruzione della sua nazione fedele alla storia e allo spirito profondo di quest’ultima. Diversi i capi, diversi i protagonisti, diversi anche i comprimari…non c’è molto da aggiungere…

Ma l’analogia è che in entrambi i casi la politica diventa occasione per una festa popolare che trasgredisce i confini della presunta santità delle istituzioni. Allora si mette a nudo l’insignificanza della classe politica e, con la leggerezza di una gita fuori porta, si genera scandalo nella comunità dei Cosimo Trombetta che detengono alte cariche ammnistrative dei rispettivi Paesi: Cagoia Nitti e Cagoia Biden o Cagoia Pelosi. È la messa in crisi del mondo dei cagoia. E allora certamente il pitale avvolto in un mazzo di rape, lanciato da Guido Keller, nudista già ritratto col tridente di Nettuno nelle spiagge di Fiume, sul palazzo del parlamento italiano, fa il paio che le corna di Jake Angeli e i 25 centesimi di Bigo Barnett… diversi contesti, stessa irriverente ironia, stesso effetto straniante rispetto alla mediocrità ladresca del potere costituito.

E la morte di una combattente (e qui non conta nulla il fatto che le guerre americane siano state tutte sbagliate) come Ashli Babbit nell’Epifania 2021 è certamente analoga a quella di altri combattenti nel Natale 1920. C’è sempre un generale Caviglia che fa il lavoro sporco e costringe altri a sparare. In questo caso gli altri erano dei poliziotti impreparati che hanno ucciso per paura, senza essere minacciati. Ashli stava entrando disarmata nei corridoi che portavano all’aula del Senato ed è stata assassinata dalla mediocrità alla cui imposizione si stava ribellando. È morta “amando l’America con tutto il cuore”,  dicono i giornali. È morta perché la politica può essere festa, ma è anche sangue, e il nemico deriso non perdona. Perché la politica riguarda i legami fra gli uomini, che quanto più si legano fra loro, tanto più si contrappongono ad altri. E se non c’è un’educazione al conflitto onorevole, se manca uno jus in bello, se manca un riconoscimento del diritto alla lotta, se manca la capacità di cogliere nella lotta ciò che è opportuno e ciò che non lo è, non ci si ferma al momento giusto e può capitare di uccidere così, per niente, per semplice, inutile, piccolo amor proprio. L’uccisore che ama se stesso, l’uccisa che ama l’America, nulla di nuovo sotto il sole!

Assieme ad Ashli Babbit, bisogna per ricordare anche altri tre morti, deceduti in circostanze meno chiare, subito attribuite dalla narrazione dominante a motivi fisiologici (infarto, ictus etc.). Sarà difficile rendere loro giustizia, oltre alla giustizia inerente a priori alla loro condizione e a quello che stavano facendo. Infine, c’è anche un morto tra la polizia. Anche in tal caso non è chiaro lo svolgimento dei fatti, sembra che abbia subito dei colpi durante una colluttazione con i manifestanti e che poi sia crollato una volta finito tutto e tornato in caserma. Anche lui si è sacrificato, anche lui fa parte dei migliori. In questo caso il sacrificio definisce la qualità umana (non la causa, ma la pena cui ci si sottopone assumendo i rischi della propria condizione, definisce il tipo di uomo che si è…). Cerchiamo di stare ben distanti dai pregiudizi law&order come da quelli ACAB… sempre orientati a giudicare gli uomini in base alle categorie cui appartengono e non in base all’agire e al patire!

Essere americani: antiamericanismo radical chic

Amare l’America…embeh? Che male c’è? Un americano che cosa dovrebbe fare? Dovrebbe forse fare come i surrealisti francesi che odiano tutto ciò che è francese? Come i comunisti tedeschi che odiano tutto ciò che è tedesco? Come i ricchi cosmopoliti di tutte le razze e di tutte le nazionalità, pronti a diventare cittadini dei loro paradisi fiscali? O dobbiamo giudicare una forma di rozzezza spaventosa e orripilante l’amore di un americano per l’America, per poi rivendicare la legittimità del nostro patriottismo? Forse perché l’America che noi vediamo è tutta dentro il range Steven Segal-Woody Allen e non è, invece, terra, vita, lingua, paesaggi, pensiero, arte: William Faulkner, Flannery O’Connor, Jack Keruac, Walt Withman, Thomas Stearns Eliot, Thomas Merton e, udite udite Ezra Pound?

Insomma, sarebbe ora di emanciparsi da quello sterile antiamericanismo snob che rivendica Il male americano o Il nemico principale come letture aristocratiche che avrebbero illuminato ciò che nessuno avrebbe capito, che cioè  gli USA sono una potenza imperialista da combattere sempre e comunque. Il ruolo deleterio dell’imperialismo statunitense è sotto gli occhi di tutti coloro che nel corso del Ventesimo secolo lo hanno subito. Ma un conto è ciò che gli USA fanno nei riguardi dei Paesi che ritengono sottomessi e inferiori, un conto è l’orribile e violenta ipocrisia di dominio della dottrina Monroe, contro cui è lecito scagliarsi con tutte le forze, altro conto è ciò che l’America è: una nazione, ciò una forma di vita che esprime l’infinita ricchezza dell’umano e che è un crimine perdere. Perché delle due l’una: o riteniamo l’ordinamento pluralistico del mondo come una ricchezza, oppure lo consideriamo un flagello. Nell’un caso siamo nazionalisti, nell’altro imperialisti. E se da imperialisti lottiamo contro l’imperialismo americano solo in nome di un altro utopico, più giusto, più santo imperialismo siamo ipocriti e puritani mascherati. Se in più  vediamo nelle più sincere manifestazioni popolari americane dei meeting di buzzurri, preferendo loro le criminali espressioni della canaglia antirazzista e politicamente corretta, che in tutto il mondo sono sempre le stesse, hanno sempre gli stessi simboli di morte, gli stessi insulsi slogan da servizio della CNN di terz’ordine … se va a loro la nostra preferenza, allora siamo noi i veri, autentici e più sinceri mondialisti…i più sinceri sostenitori dell’uomo a una dimensione, del regime orwelliano della fratellanza imposta, i più acritici fautori dell’avvento del kali yuga egualitario  e totalitario sulla Terra.

Vigliacchi di tutti i paesi, unitevi!!! Epifania della reazione.

Tra le avanguardie dell’età del ferro andiamo a collocare tutte le autorità dell’Occidente europeo che hanno avuto una reazione sinergica e concomitante: la condanna senza appello di un attacco alla democrazia. Ora, solo un soggetto stordito dal potere – il potere logora anche chi ce l’ha, e ciò accade anzitutto in interiore homine – può considerare antidemocratico il popolo che si raduna nella piazza e decide. Questa, viceversa, è l’origine, diretta, pura, essenziale della democrazia, di cui l’escamotage della rappresentanza è solo un pallido simulacro. Ma Emmanuel Macron si scandalizza e così fanno Boris Johnson e Angela Merkel, mentre chiudono a doppia mandata i loro armadi stracolmi di scheletri, e via via  seguono tutte le marionette delle burocrazie europee, esperte in totalitarismi per via amministrativa, aborti, eugenetica, commercio di uomini, inverni (e non primavere) arabi e insurrezioni teleguidate.

Venendo all’Italia, non sorprendono certo le reazioni della sinistra integrata, con i suoi interessi globali e le sue locali necrosi etico-politiche. Fanno, invece, veramente ribrezzo le posizioni dello schieramento (fintamente) opposto: dal titolo del “Giornale” di Berlusconi: “Non è la nostra destra”, agl’inopinati ragionamenti di Sallusti sulla “caduta del muro di Berlino per i sovranisti” e alla retromarcia di tutti i filoamericani di Forza Italia e della Lega, che hanno difeso pubblicamente i peggiori crimini della amministrazioni di Washington (dalle guerre dei Bush, a quelle di Clinton e Obama fino all’ultimo assassinio politico di Soleimani), per poi prendere le distanze a mezzo stampa dai fatti di Capitol Hill … insomma un generale e nemmeno celato badoglismo si è impossessato di tutto lo schieramento di centro-destra, assumendo peraltro l’argomento risibile della violenza, tema di sguazzo di certa sinistra strabica che immagina sempre e immancabilmente apocalissi di destra proiettando i suoi sadismi e le sue frustrazioni sul nemico politico. Sarebbe stato facile per Giorgia Meloni prendere  la posizione giusta, ma da quel che ho capito, il segretario di FdI appoggia Trump pur condannando l’irruzione nel Congresso: esattamente il contrario di quello che avrebbe dovuto fare, perché Trump – che ha ragione a lamentarsi dei brogli elettorali troppo facili con il voto per posta – ha detto a tutti: “Armiamoci e partite” e in ciò è indifendibile … e se la situazione è degenerata è stata anche colpa sua … Proviamo immaginare se lui stesso, al contrario, avesse accompagnato il suo popolo nelle stanze del potere – anche le sue – e avesse detto a tutti: “Questa è roba vostra, perciò vi ascoltiamo!!!” … e a chi si fosse ribellato in nome delle istituzioni e bla bla bla, avesse replicato: “Zitto, taci perché qui parla il popolo!” … Sì va bene, si dirà, stiamo parlando di Trump, mica del Comandante… e il poeta è andato dove c’era la vita, senza temere la morte; Trump ha temuto la vita, stando ben lontano da ogni pericolo.

Così oltre a quella di Cristo Signore, a Capitol Hill il 6 gennaio si sono avute diverse epifanie, di diverso segno: l’epifania della democrazia liberale svelata nelle sue nudità di opera buffa; l’epifania della volontà popolare capace esprimere lo stile e di dare voce all’identità dell’America più profonda e vera; l’epifania della reazione e della ferocia liberal, la vendetta dei pavidi che non tarderà ad abbattersi sui colpevoli, anche attraverso una ben collaudata macchina del fango; infine l’epifania della reazione europea e italiana, sorpresa con i suoi comprimari, assai poco coraggiosi, nell’alacre lavoro a favore di un sinistro re di Prussia, quello di cui finiranno prima o poi per lamentare soprusi e ingiustizie liberticide.  

Solo una jacquerie

In fondo però è stata solo una jacquerie e i protagonisti erano solo dei Jacques Bonhomme, pronti a farsi reprimere dai loro padroni. I padroni, corretti e benvestiti, possono anzi manifestare per loro mezzo l’  angelicata voglia della quiete acquiescente che essi chiamano pace e che più correttamente sarebbe il cimitero della critica e della lotta e l’apologia di tutti gli appassimenti. Anche i professori che rivendicavano una più autentica genuinità rivoluzionaria lo hanno detto: è l’estrema destra degli idioti. Con il suo gesto inconsulto tale idiozia ha seppellito tutti i progetti delle destre rispettabili, che tanto somigliano alle loro controparti di sinistra.

Felice idiozia, mi viene da replicare, quella che porta un lampo di luce e la voce troppo semplice dei Forrest Gump di Capitol Hill a cantare per un momento di gioia vera, che fa balenare per un momento strade divergenti, mondi possibili, aule sorde e grigie che diventano concerti di musica country.

Massimo Maraviglia per vendemmietardive.blogspot.com


[1]Discorso pronunciato il 18 piovoso, anno II (5 febbraio 1794). Il testo originale è in Oeuvres de Maximilien Robespierre, Société des études robespierristes, Parigi, 1961-1967, a cura, fra gli altri, di Marc Bouloiseau, Georges Lefebvre e Albert Soboul, v. X, pp. 350-366; il testo italiano è in Maximilien Robespierre, La rivoluzione giacobina, a cura di Umberto Cerroni, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 158-181.

[2] In V. Torselli, Il kitsch, “Artonweb. Punti di vista sull’arte”

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