LA PARODIA DEL SOVRANISMO ITALIOTA

Sono trascorsi solo pochi giorni dal voto referendario del 20 e 21 settembre. Un voto il cui esito ha confermato, come era tristemente prevedibile, la riforma sulla riduzione dei parlamentari. Una riforma, questa, che fa balzare l’Italia al primo posto, in Europa, nella poco invidiabile classifica per minor numero di deputati eletti ogni 100 abitanti. Nella camera bassa l’Italia avrà, dalla prossima legislatura, un deputato ogni 151.210 abitanti, davanti alla Spagna (uno ogni 133.312) e alla Germania (uno ogni 116.855). In termini assoluti, la nuova Camera, con i suoi 400 eletti, porterà l’Italia a posizionarsi ben dietro le cosiddette democrazie mature e prossima invece a nazioni entrate nel consesso europeo in tempi più recenti, come Polonia, Ungheria, Bulgaria o Romania.

Il tutto, come è stato ampiamente ricordato, comporterà, per il bilancio statale, un risparmio irrisorio (57 milioni all’anno, lo 0,007% dei 662 miliardi di spesa pubblica italiana), pari, per le tasche di ogni cittadino italiano, al famoso prezzo di un caffè. All’anno, non al giorno, sia chiaro. Così, il Movimento Cinque Stelle, che era entrato nell’agone politico nazionale sbandierando il feticcio della democrazia diretta, si è fatto infine, come è del resto consustanziale a ogni movimento anti-politico, portabandiera delle esigenze della tecnocrazia più spietata, che da anni si batte, sempre aizzando attraverso la grancassa mediatica compiacente, lo spettro dei “costi della politica”, per una riduzione del principale strumento di sovranità popolare: la rappresentanza politica. Considerata dall’economico un orribile orpello passatista da rimuovere.

Sbaglia chi, nel contestare la riduzione, agita lo spettro del “modello Cina”. Il modello qui non è cinese ma, come al solito per l’Italia, banco di prova da ormai oltre mezzo secolo delle sperimentazioni politiche d’oltre-oceano, americano. La riduzione dei parlamentari si inserisce infatti pienamente in quella tradizione di richiesta per una progressiva riduzione degli spazi di rappresentanza democratica pienamente funzionali alle logiche del capitale e del neo-liberismo di marca atlantica, che sono state portate avanti in maniera spietata da Tangentopoli in poi chiedendo, di volta in volta, la testa di province, regioni, finanziamento pubblico e, ora, dei parlamentari. In questo senso un lungo fil rouge unisce la violenta cancellazione della classe dirigente di impronta keynesiana della Prima Repubblica a colpi di giustizia politica, le richieste di accorpamento o soppressione degli enti-provincia o delle regioni, l’abrogazione del finanziamento pubblico e, ora, la ridefinizione del Parlamento in senso oligarchico e plutocratico. Perché, naturalmente, non vi è altro modo di definire un’assemblea parlamentare costituita dai pochi che riusciranno a reperire le risorse finanziarie (private) necessarie a pagarsi una costosa campagna elettorale da condurre su territori sempre più ampi e vasti. Un’assemblea che ricorderà da vicino quella allegra combriccola di lobbisti che è il Congresso USA.

Quello della trasformazione oligarchica delle ormai ex democrazie a economia sociale di mercato dell’Europa occidentale è un processo ormai consolidato nelle strategie sostenute dalle forze del capitale occidentale. La fallita riforma Renzi a questa invece vincente riforma grillina si inseriscono nel medesimo solco programmatico e sono entrambi progetti dei medesimi ambienti. Poco importa quali siano le forze politiche che, di volta in volta, le propongono, chiaramente dietro suggerimento esterno. Risulta comunque estremamente semplice fare accettare queste modifiche allorché il “grimaldello” impiegato è quello dell’invidia sociale, in questo caso verso i “privilegi della casta”.

Ora, tuttavia, se le responsabilità dei cosiddetti grillini sono evidenti, bisognerebbe però sottolineare anche quelle, assai gravi, del cosiddetto sovranismo. La cui credibilità, già ampiamente minata rispetto alle illusioni seminate alle origini del fenomeno, è stata definitivamente affossata dalla folle scelta di voler essere “più lealisti del re” nel sostenere il suicidio della politica. Considerando che, comunque lo si voglia leggere, esiste un 30% di elettorato che, pur lungi dall’essere omogeneo, è risultato avere quantomeno degli anticorpi a quel lavaggio del cervello ormai trentennale da parte della vulgata anti-politica. Una parte di popolazione che si è dimostrata sensibile al tema della difesa della sovranità popolare e che, invece, dai “sovranisti” (che quella sovranità avrebbero dovuto difenderla con le unghie e con i denti) è stato sistematicamente ignorato in nome di una volontà di saltare sul carro dei vincitori che non ha premiato.

Il sovranismo, ormai ridottosi a parodia di sé stesso, sottomesso e ridotto al ruolo di sguaiato portavoce delle consuete logiche imperiali americane (nella nuova veste “trumpista”) in politica estera e, come ha dimostrato il voto referendario, delle istanze del tecno-liberismo capitalista in politica interna, ha ormai esaurito qualsiasi spinta propositiva e qualsiasi credibilità come alternativa al sistema. Tanto che il voto regionale, tenutosi contemporaneamente a quello referendario, ha premiato, più che i partiti, la forza e la coerenza dei governatori capaci di gestire la recente emergenza sanitaria e la relativa comunicazione in modo efficace. Questo, anche laddove è stata registrata una vittoria della coalizione di centrodestra, ha sminuito largamente il ruolo avuto nel successo da parte dei movimenti sovranisti e dalla loro macchina della propaganda al cospetto di quello dei presidenti di regione uscenti. Una situazione, questa, che in prospettiva può aprire a uno sconfortante scenario in vista del voto per le grandi città dei prossimi due anni (Milano, Torino e Roma su tutte), quando le invettive contro gli immigrati via social, in assenza di candidati validi e di prospettive programmatiche, non basteranno certamente ad assicurare il favore dell’elettorato.

Cristiano Puglisi per il suo blog

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