TULIPANI INFAMI. DA SEMPRE

Il periodo di storia dell’umanità che va dal 1914 al 1945 è stato interpretato in modi differenti. Uno di questi, a parere di chi qui scrive ampiamente condivisibile, è quello che vede, nel drammatico trentennio comprendente le due guerre mondiali, iniziato con l’attentato di Sarajevo e terminato con i funghi nucleari su Hiroshima e Nagasaki, come, tra le altre cose, un lungo scontro finale tra, da un lato, ciò che rimaneva dell’Europa aristocratica, comunitaria e cristiana nata nel V secolo d.C. dalle ceneri dell’Impero romano, grazie a una progressiva e armonica fusione tra il cristianesimo niceno, l’eredità di Roma e quella cultura germanica che permise un recupero delle tradizionali strutture sociali indoeuropee, e dall’altro l’Occidente liberale, individualista, protestante e plutocratico, rappresentato nei secoli prima dall’Impero britannico e, successivamente, dagli Stati Uniti d’America. Seguendo questa chiave di lettura, si può affermare che la civiltà europea, di cui pure all’epoca permaneva solamente una terminale e sbiadita manifestazione, abbia, al termine della Seconda guerra mondiale, ceduto definitivamente il passo all’inglobazione dell’Europa fisica e geografica nell’Occidente a guida anglo-americana. Un processo, quello di “occidentalizzazione” (e, in definitiva, di sconfitta) dell’Europa, cui un ulteriore e definitivo contributo diede il crollo del muro di Berlino, nel 1989.

Se gli Stati Uniti d’America sono però solo l’ultimo “portavoce” statuale del vessilo della civiltà liberal-protestante, mercantile e atlantica, ruolo ereditato in maniera incruenta dalla Gran Bretagna proprio a cavallo tra le due guerre mondiali, bisogna ricordare come quest’ultima a sua volta lo abbia ereditato da un altra nazione: l’Olanda. Fu infatti l’Olanda la prima potenza protestante a costruire una politica coloniale, talassocratica e mercantile, sebbene la Compagnia olandese delle indie orientali fosse stata fondata un anno dopo l’omonima realtà inglese (nel 1601). E fu sempre l’Olanda, liberatasi definitivamente del dominio spagnolo nel 1581, a divenire il primo “paradiso” del capitalismo finanziario, oltre a essere la prima nazione a dotarsi di una moderna banca centrale, la Wisselbank di Amsterdam, fondata nel 1609. Fu, insomma, l’Olanda il primo Paese realmente “occidentale” e “atlantico” della storia. La rivalità con gli inglesi divenne invece una questione problematica alla fine del XVII secolo. La soluzione del problema è illustrata magistralmente dallo storico Niall Ferguson, quando afferma che, nel più puro spirito capitalistico, fu trovata in una… “fusione”.

“Nell’estate del 1688 – spiega Ferguson nel suo saggio “Impero” – vedendo di malocchio la fede cattolica di Giacomo II e temendo le sue ambizioni politiche, una potente oligarchia di aristocratici inglesi mise in atto un colpo di Stato contro di lui. Significativamente erano appoggiati dai mercanti della City di Londra. Invitarono il re olandese Guglielmo d’Orange a invadere l’Inghilterra e, senza quasi spargimento di sangue, Giacomo II venne deposto. La ‘Gloriosa rivoluzione’ viene di solito descritta come un avvenimento politico (…) ma rappresentò anche una fusione d’affari tra Inghilterra e Olanda. Se il principe olandese Guglielmo d’Orange diventava in sostanza il nuovo direttore generale dell”impresa Inghilterra’, uomini d’affari olandesi divennero azionisti di maggioranza nella Compagnia inglese delle Indie”. Dulcis in fundo, “per scendere nei particolari, la fusione anglo-olandese del 1688 fece conoscere agli inglesi alcune istituzioni finanziarie di prima importanza di cui gli olandesi erano stati pionieri”. E, nel 1694, fu infatti fondata la Bank of England, prima banca centrale di respiro nazionale, modellata sostanzialmente sulla Wisselbank. Così, “Londra importò anche il sistema olandese del debito pubblico, finanziato da una Borsa in cui potevano venire acquistati e venduti bond a lungo termine”.

Questa non brevissima digressione storica è utile a comprendere quali siano i motivi che, oggi, portano l’Olanda a essere una spina nel fianco dell’Europa comunitaria, nel suo ruolo di leader dei cosiddetti “Paesi frugali”. Un ruolo che l’ha portata a spuntare, nell’ultimo Consiglio europeo, una sostanziale vittoria nel confronto che la opponeva all’Italia e alla Spagna (ma, parzialmente, anche a Francia e Germania) nella configurazione del Recovery Fund pensato per risollevare le sorti delle economie del vecchio continente dopo la pandemia da Coronavirus. Grazie all’”interessamento” dell’Olanda governata dal premier liberale Mark Rutte, rispetto al progetto iniziale i trasferimenti passano, nell’accordo finale, da 500 a 390 miliardi, mentre i prestiti salgono da 250 a 360 miliardi con, in aggiunta, la condizione del “freno di emergenza”. La possibilità, cioè, che un solo Paese possa opporsi alla concessione di fondi a un altro stato membro qualora ritenga che questo non stia effettuando le giuste “riforme” (vale a dire tagli e austerità).

D’altro canto, come ben evidenzia Andrea Muratore in un eccellente articolo di analisi su InsideOver, “nazione mercantile e aperta al commercio, caratterizzata da una cultura fortemente influenzata dall’etica protestante, individualista e meritocratica, e dalle ideologie economiche di stampo anglosassone, più occidentale che europea, l’Olanda ha sempre inteso la politica su scala continentale e sovranazionale come funzionale ai propri interessi economici” e, nel contempo “ha proposto una piattaforma politica estremamente originale, al cui interno viene elogiata la natura concorrenziale sul piano economico e commerciale delle relazioni economiche interne all’Unione, esaltata la spinta di matrice neoliberista a ridurre il peso degli Stati nel controllo dell’economia e consolidata una critica censoria, estremamente moralista, verso qualsiasi deviazione sul tema”.

Così, ampliando la prospettiva a una visione che si potrebbe definire “metapolitica”, con l’uscita di scena della Gran Bretagna, l’Olanda (Paese noto ai meno avveduti quasi esclusivamente per i quartieri a luci rosse e per la possibilità di fumare liberamente marijuana all’interno dei coffee shop, ma invece ancora punto di snodo fondamentale per le rotte commerciali globali grazie al porto di Rotterdam) rimane oggi, in un momento in cui l’Europa continentale riscopre la voglia di unirsi anche politicamente, sotto la guida di Francia e Germania, l’ultimo portabandiera, in seno all’UE, di un Occidente che, da sempre, a una certa idea di Europa è alternativo. E, della prospettiva di una vera Europa politica, irriducibile avversario.

Cristiano Puglisi per il suo blog

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