L’UNICA MEDICINA POSSIBILE E’ TORNARE AL REALE

Ritorno al reale: si intitola così uno dei lavori più belli e noti di Gustave Thibon, il filosofo contadino, grande critico della Modernità alla cui utopia ideologica contrapponeva la riscoperta di quella conoscenza della realtà che discende dal buon senso e dall’esperienza millenaria ben nota agli uomini dei campi.

Cosa significa oggi tornare al reale, rispetto a tutto ciò che si è detto, ascoltato, narrato e vissuto a causa della pandemia da Covid-19?

Significa osservare e studiare i fatti, con il rigore della logica, e attraverso le conoscenze scientifiche che si hanno nel nostro momento storico e con i mezzi a disposizione. Il che dovrebbe preservarci da due pericoli sempre presenti: il primo è lo scientismo, ossia quella forma deviata e deviante di scienza che pretende di possedere e rivelare verità assolute, partorendo dogmi incontestabili, riducendo tutta la realtà a ciò che lo scienziato-vate proclama; il secondo pericolo è quello delle narrazioni “romantiche” figlie di due negazionismi speculari, ossia quello che sostiene che il famoso “coronavirus 19” non esisterebbe o sarebbe lo stesso del raffreddore comune, e quello che nega ogni evidenza clinica e di esperienza del campo epidemiologico e virologico, invocando sempre e comunque il più rigido lockdown quale condicio sine qua non ai fini della sopravvivenza della popolazione minacciata da un patogeno mortale e terribile.

Per riprendere dunque l’uso corretto della retta ragione, abbiamo gli strumenti che ci vengono dal primato dell’intelligenza speculativa (ossia quell’aspetto dell’intelletto che viene utilizzato per conoscere la natura delle cose nella loro universalità e necessità), oltre che gli ausili enormi dell’intelligenza pratica (cioè le azioni che vengono compiute, ma anche gli strumenti prodotti dall’agire umano).

Ora, il conoscere l’essere delle cose, consente di agire razionalmente secondo virtù verso un fine (ecco perché si parla di primato dell’intelletto speculativo) anche nei confronti di un virus nuovo come il famoso Covid-19.

Ovviamente ognuno nel proprio ambito e a seconda delle responsabilità e del ruolo ricoperto: i medici, la politica, l’informazione, le persone e le famiglie.

Il problema è che se il conoscere, per ciò che è possibile, la realtà del virus e i meccanismi di diffusione, così come le risposte messe e da mettere in campo (attraverso l’utilizzo corretto dell’intelletto pratico), non possono che di conseguenza suscitare ottimismo o comunque far ben sperare, il non conoscere, il rifiutare di aprirsi ad una visione ampia che trascenda un solo e specifico campo del sapere (oggi ridotto a mera “tecnica”), addirittura il chiudere gli occhi dinanzi a fatti ed evidenze, o ancora atteggiamenti “interessati”, portano al contrario ad un catastrofismo – spontaneo o peggio voluto – che per forza di cose scatena panico, psicosi ed effetti negativi ben più nefasti dell’infezione, poiché diffusi a livello globale e su ogni strato sociale.

Ma se di stampa catastrofista, di politica inadeguata o interessata a “cogliere” l’emergenza per cavalcarne l’onda lunga ai fini del consenso si è più o meno discusso, quantomeno nelle ultime settimane, quando le evidenze difficilmente potevano essere nascoste, poco si è parlato di quell’ottimismo e di quella speranza che, non proveniendo da approcci emotivi ma razionali, permette alla popolazione tutta di rasserenarsi e a chi assume le decisioni di farlo lasciando da parte proprio l’emotività.

I motivi sono diversi, e a quelli di natura “politica”, agli interessi economici e commerciali che chiamano in gioco grandi potenze ed enormi poteri, si intreccia la sovraesposizione mediatica degli scienziati che ha finito per ingenerare, in un’opinione pubblica già confusa e terrorizzata, diffidenza e profonda sfiducia.

In questo contesto così complicato, degno di nota è il tentativo svolto da alcune voci preziose che, lontane da ogni “task forces” governativa, dai talk show, hanno provato a sottolineare fatti, evidenze ed esperienza proveniente dall’ambito scientifico, senza chiudere le porte ad un saggio approccio multidisciplinare.

Non sarà un caso che uno degli apporti migliori sia giunto da un scienziato italiano “emigrato” negli Stati Uniti, dove riveste il prestigioso incarico di capo dipartimento di Patologia all’Università Emory di Atlanta.

Stiamo parlando del Prof. Guido Silvestri, che davanti alla diffusione del Covid-19, non ha esitato ad utilizzare lo strumento del proprio profilo “social” per cercare di ripristinare un minimo di logicità e di pacatezza, mediante un approccio scientifico sereno, anche quando l’Italia sembrava in preda alla peggiore epidemia della storia dell’umanità.

Perché il pregio di Silvestri è stato quello di fornire, ogni giorno, la giusta dose, in pillole, di sano ottimismo per curare la sintomatologia da Apocalisse tratteggiata sui grandi media, sottolineando a dovere le buone notizie e richiamando l’attenzione sui rischi pesanti delle chiusure, contestandone altresì il dogma, pur nella consapevolezza di un’emergenza che era di natura sanitaria, non tanto virologica.

Sembrerebbe una differenza sottile (e che in un certo senso richiama quella tra intelletto pratico e speculativo), ma non lo è: il Covid-19, infatti, non è il “mostro” che è stato dipinto H24 sugli schermi televisivi nazionali, una sorta di patogeno da film dell’orrore che avrebbe ucciso l’intera popolazione mondiale, ma una sorta di “cugino scemo” di altri coronavirus più insidiosi, e responsabili della SARS e della MERS.

Non che il COVID-19 non possa essere o non sia tuttora pericoloso per determinati soggetti, ma certamente rispetto ai suoi parenti più o meno stretti, e che il mondo aveva già conosciuto, presenta minori aspetti negativi(in primis il tasso di mortalità). Nulla a che vedere, poi, con il virus della famosa “influenza spagnola”, nonostante continuino a farsi inopportuni paralleli in tal senso.

Ma se questi dati possono riguardare la virologia, un sistema sanitario efficace ed efficiente, concentra la sua attenzione sulle risposte che deve fornire per curare coloro che necessitano di assistenza medica ed ospedaliera, soprattutto nella consapevolezza che, nella stragrande maggioranza di casi, trattasi di persone anziane e/o affette da varie patologie.

Quello che davvero non è stato specificato con chiarezza dai mezzi di informazione, è sapere in linea di massima cosa succede quando ci si infetta e come è possibile infettarsi: stando cioè a contatto molto ravvicinato con ammalati che emettono goccioline di saliva piene di virus, per lunghi minuti e in luoghi chiusi, scarsamente arieggiati e poco spaziosi. Addirittura moltissime persone hanno supposto che il virus “vivesse” nell’aria (sic!) e che l’infezione fosse (e sia) una condanna a morte certa ed atroce. Perché così è stato narrato.

In realtà, l’evidenza medica e la conoscenza scientifica, ci tratteggiano ben altro quadro: infatti, in circa l’85% delle infezioni, quando la malattia si manifesta, lo fa con un po’ di febbre, probabilmente qualche starnuto, e talvolta mal di gola. Davvero una malattia difficilmente distinguibile da un raffreddore comune al “profano”. Nel restante 10-15% dei casi, poi, si presentano sintomi più intensi, quali tosse, catarro, febbre più elevata (che può durare diversi giorni), malessere, stanchezza, debolezza. Come si nota, anche in questo caso, i sintomi sembrano essere molto simili alle classiche influenze stagionali. Che, come sappiamo, in determinati soggetti possono rappresentare un rischio anche molto serio. Ma il Covid-19, presenta, rispetto ai noti virus influenzali o parainfluenzali, un rischio aggiuntivo, sia pur ristretto ad un 5% di casi, ossia la famosa “tempesta citochinica”, cioè una reazione esagerata da parte dell’organismo che finisce così per andare in tilt se non si interviene in maniera tempestiva. Ed è proprio su questi casi che si concentra maggiormente lo sforzo sanitario, ed in particolare della medicina di territorio, con tutta una serie di “armi” che oggi si hanno a disposizione (spesso scoperte sul campo dal coraggio dei medici, oltre che dalla ricerca di laboratorio) e che hanno consentito, insieme ad altri fattori, di ricorrere meno spesso alle terapie intensive (che infatti in Italia si sono pressoché svuotate). In altri termini, la sindrome da Covid-19, anche in quella stretta percentuale che richiede intervento medico, è una malattia che può e deve essere curata. Non è affatto una condanna a morte, per giunta senza appello!

Diverso ancora è il campo epidemiologico, ossia quello che dovrebbe studiare e contenere la diffusione dell’epidemia, indicando tutta una serie di norme igienico-sanitarie fondamentali ed i possibili quadri di sviluppo, agendo a livello di focolai o di popolazione tenendo conto di una prospettiva d’insieme derivata dai fattori più disparati.

In Italia, invece, questi dati importanti, così come queste distinzioni, sono saltate: non solo si è dipinto il contagiato come un essere abominevole e pericolosissimo, toccato dal peggiore dei mali che potessero capitargli, untore da isolare e tenere alla larga e, in taluni casi, da “abbandonare” nelle case di riposo e nelle RSA, ma si è scelto di prendere come rivelazione divina un modello matematico-statistico completamente sganciato da ogni contesto specifico e dalle tante variabili, e lo si è utilizzato come riferimento dogmatico al fine di imporre un lockdown ad un Paese intero senza differenziazioni territoriali e senza adottare quelle politiche intelligenti che le conoscenze scientifiche attuali ci possono fornire. Un modello, quello italiano, unico in tutto il globo, distorcendo in peius il c.d. modello cinese, preso a riferimento dal nostro Governo come panacea di tutti i mali.

Non solo: addirittura è stato fatto passare il messaggio che soltanto attraverso una chiusura così pesante, protratta nel tempo e così universale (ma dovremmo dire totalitaria…) ci si è salvati da una catastrofe annunciata. Insomma, l’Apocalisse non sarebbe avvenuta perché i nostri governanti hanno saggiamente recluso l’intera Nazione. Ma il tutto è solo rinviato, magari al prossimo autunno, quando il Male si scatenerà nuovamente e certamente con un’intensità senza precedenti. Esattamente come o persino peggio della “Spagnola”, si dice.

Nulla di più falso, oltre che nulla di più anti-scientifico.

Basterebbe, d’altronde, focalizzare quantomeno l’attenzione su quei Paesi dove le chiusure sono state molto blande e dove il virus si è diffuso ampiamente: come mai, se la curva dei contagiati aumenta, quella dei decessi diminuisce? Certo, i motivi sono diversi, e devono essere ampiamente studiati, e variano dalle risposte messe in campo dall’assistenza medica, ad una carica virale sempre più ridotta, da un’immunità naturale (crociata?), a fattori ambientali.

Difficilmente negabile resta però il dato dell’evidenza e che tanto infastidisce certa narrativa e certi approcci: le mancate rigidissime chiusure così come le riaperture non portano direttamente alle stragi, mentre il lockdown non è certezza di salvezza e di esenzione dal diffondersi di un virus che comunque circola in tutto il globo terrestre.

Così, mentre quasi nessuno comprendeva, ed anzi si aggregava al coro dei fautori dello stato di polizia, erano davvero pochissime le voci che osavano – senza lasciarsi fagocitare nei vortici degli esigui corpuscoli “complottardo-negazionistici” – contrastare la narrativa ufficiale di un Paese dove a finire nel tritacarne mediatico della “distruzione” dell’altro pochissimo ci vuole.

E infatti, non solo nel primo periodo le voci di dissenso sono state stroncate, ma ancora oggi, diversi sono i medici e gli scienziati che vengono tacciati di ogni male per il sol fatto di sollecitare un superamento dello stato emergenziale, che taluni vorrebbero protrarre all’infinito.

Ecco perché diventa complicato anche mettere a sistema tutte le validissime intelligenze “anti-catastrofiste” che operano in Italia, pur essendoci stati diversi tentativi da parte di noti volti del campo medico e scientifico, che è superfluo richiamare in questa sede.

Come spesso accade in questo nostro Paese, è necessario dunque spostarsi fuori dai confini nazionali per non essere di fatto bloccati da questo meccanismo infernale.

Porgendo così l’orecchio verso l’altra parte dell’Oceano, il buon Silvestri, con una moderazione quasi di marca stoica, e con un garbo istituzionale non indifferente, già in piena pandemia puntellava di piccole evidenze quotidiane la realtà del virus, riportando quando emergeva dalle ricerche, dai reports, nonché dalla connessione tra i fatti. Sottolineando tutto ciò che emergeva di buono e di positivo.

Forse anche per questo approccio “differente” rispetto a quello visto in TV, o per non esser parte di comitati ufficiali legati alla politica italiana, o per lavorare negli USA o anche solo – in ragione del fatto di essere tra i promotori del c.d. Patto per la Scienza – per la sua posizione “inattaccabile” dall’armata del “partito del virus”, ossia di quell’agglomerato variegato che vorrebbe chiudere per sempre il Paese sotto una teca di plexiglass con un capillare controllo poliziesco della popolazione (finalizzato a “scaricare” sui cittadini gli errori commessi dal ceto politico passato e presente) e che è pronto ad attribuire patenti di “negazionismo” e di “complottismo” a chiunque osi porre qualche dubbio sulle scelte operate e sull’ipoteca del lockdown, il contributo di Guido Silvestri è stato diluito tra le mille voci contrarie o non rilanciato a dovere sulla grande stampa nazionale.

E mentre le amministrazioni pubbliche mandavano lanciafiamme e autobotti di inutile disinfettante ad irrorare le strade per combattere una ipotetica gocciolina di saliva infetta sopravvissuta alla naturale disidratazione sul manto di asfalto, con un virus così forte, fortunato e baldanzoso da riuscire a replicarsi saltando dal malcapitato che avesse calpestato il residuo di uno starnuto dalla suola delle scarpe al suo sistema respiratorio, l’evidenza scientifica e la retta ragione di ricordavano che un coronavirus dovrebbe seguire le regole della sua “famiglia” di appartenza.

E che per essere limitato nella diffusione, necessitava in primis di piccoli, saggi e salutari accorgimenti igienici che dovrebbero essere la norma, e non solo una regola eccezionale durante un’emergenza: non andare in giro in luoghi affollati, soprattutto chiusi, se si ha febbre, tosse, malessere generale, non parlare avvicinandosi al viso dell’altro a pochi centimetri di distanza (vizio odioso), non portarsi le mani sulla bocca e sul naso, almeno senza prima averle ben lavate.

Ed invece, abbiamo visto gente che riversava quintali di detergenti sulla spesa effettuata al supermercato, persone bardate con una sorta di scafandro sanitario mentre correvano da sole per le strade di campagna, ed una continua caccia all’untore degna dei miglior episodi manzoniani.

I motivi più profondi di questi atteggiamenti privi di senso, contro ragione, possono essere rintracciati non tanto nella paura del virus (esistono infatti tantissimi patogeni che vengono a contatto con noi ogni giorno), quanto in un vero e proprio regresso dell’uomo “occidentale” completamente scristianizzato e che oggi, succube dell’illusione scientistico-utopistica figlia della “teomimesi” (“eritis sicut Deus, scientes bonum et malum”) ha un terrore patologico della morte, una vera e propria tanatofobia individualistica che si estrinseca in quella che possiamo definire “atanasietà”, ossia rimozione completa del poter-dover morire: la morte è impossibile all’Uomo che crede di essere Dio (“non morirete affatto, anzi”), e quindi Ἅγιος ἀθάνατος (come si ripete nel Trisagion).

Ma se questo aspetto così profondo non riguarda e non può riguardare la scienza (rectius le scienze) o le scelte della politica, e chiama invece drammaticamente in campo una Chiesa troppo spesso succube di un episcopato fin troppo mondanizzato, certamente il vero sapere scientifico da un lato e il ruolo della Politica dall’altro possono aiutare a vivere meglio.

E se quella sana dose di ottimismo – che venendo dalla conoscenza del reale, non è altro che frutto buono del realismo – che Silvestri ha fornito ogni giorno ha fatto in modo che una rete di scienziati e di medici si mettesse in moto per collaborare, dimostrando che ipotetico ed eventuale vaccino e terapia al plasma, anticoagulanti ed anticorpi monoclonali, cure domiciliari e rafforzamento del sistema immunitario, fattori climatici e predisposizioni genetiche, cortisone e ossigenoterapia, non sono nemici uno dell’altro ma fattori ed ausili differenti che concorrono ad un unico fine, in Italia si corre ancora a mettere in cattiva luce tutti coloro che osano guardare in faccia la realtà sostenendo che non si possa fare dell’emergenza continua la norma, e che di fatto ci avviamo verso una situazione molto più stabile e tranquilla.

Probabilmente dalla pandemia ad una sorta di “endemia” che, con la giusta dose di prudenza, potrebbe o far scomparire del tutto le manifestazioni del Covid-19, o rappresentare una fase molto simile ai raffreddori stagionali, con la capacità di gestire con estrema tranquillità e senza panico e dramma alcuno un eventuale ed ipotetico ritorno di fiamma.

Perché sulla famosa seconda ondata, non ci sono affatto certezze! Anzi, taluni sostengono che potrebbe trattarsi più precisamente una terza ondata, alla luce della constatazione che il virus circolava già in autunno e che già in gennaio si erano manifestate strane sindromi respiratorie molto simili a quelle poi esplose in marzo (e fare delle indagini in proposito sarebbe utile). Ma che sia seconda o terza, l’eventuale e del tutto ipotetica nuova ondata dovrebbe essere, sempre se ci dovesse essere, molto meno intensa e più facilmente curabile di quella esplosa in marzo.

Per l’epidemiologo lombardo Paolo Gulisano (noto a diversi italiani per aver sottolineato tutte le storture igienico-sanitarie del protocollo sottoscritto tra CEI e Governo e che oggi, a parere dello stesso Gulisano, andrebbe completamente rivisto se non proprio abolito, ma anche per aver salvato da morte annunciata anziani in Lombardia attraverso la somministrazione di alcuni farmaci “da banco”) sarebbe persino imperfetto, dal punto di vista della scienza epidemiologica, parlare in questo caso di “ondate” anche in virtù del troppo facile e non corretto paragone che viene fatto con l’influenza c.d. Spagnola o altri tipi di epidemie (e virus) influenzali.

Certo è che molti ormai concordano nel dire che nell’eventualità il fuoco delle infezioni dovesse riaccendersi in maniera sintomatica, la situazione sarebbe molto più gestibile e per nulla paragonabile a quella vissuta a Bergamo nel mese di marzo.

Per tutta una serie di motivazioni scientifiche, mediche e sanitarie (che chiamano in ballo necessariamente e come condizione fondamentale le decisioni “politiche” adeguate) che le pillole di ottimismo di Silvestri, diventate ormai una pagina seguita da migliaia di utenti, spiegano in maniera chiara anche ai profani.

Ma se la virtù cardinale della prudenza non contrasta con quel sereno e pacato ottimismo che viene dal conoscere (e dal riconoscere) la realtà di ciò che riguarda il virus, bisogna fare i conti anche con la realtà della politica italiana – che nella narrativa catastrofista trova linfa vitale per un’assoluzione generalizzata degli errori commessi oggi e soprattutto ieri – e con tutti i grandi interessi globali che hanno colto nella pandemia una grande occasione (e che negare sarebbe altra forma di “negazionismo”).

Sarà anche per questo che il nostro scienziato emigrato negli Stati Uniti, nonostante il professato ottimismo per natura, ma fortemente ed apertamente critico della “politicizzazione” del vicenda Covid-19 sia negli USA che altrove, tra cui casa nostra, ha voluto utilizzare la metafora della barca che deve attraversare un tratto di mare senza schiantarsi sullo scoglio dell’emergenza sanitaria ma anche senza finire su quello, molto più grosso ed insidioso, del dramma economico-sociale (che sulla salute si riverbera comunque per via mediata).

Del resto, reminescenze dantesche ricordano a noi tutti che anche oggi e da troppo la “serva Italia” è “nave sanza nocchiere in gran tempesta”, diretta tutta verso un naufragio da cui né maggioranza né opposizione hanno le competenze e le capacità per evitare.

La Politica finita tra Scilla e Cariddi, senza che vi sia qualche Ulisse in grado di compiere le scelte meno dannose per superare lo stretto e garantire il νόστος ad Itaca, sì da ridonare giustizia e prosperità ad una Patria da troppo tempo in preda ai proci.

Ma qui, nessuno può incolpare i virologi, i medici, gli scienziati (non sempre esenti da responsabilità, tra cui in primis umane gelosie, vanità e voglia di primeggiare): la colpa è tutta di un sistema politico che ha deliberatamente allontanato le persone di cultura, i più capaci, i meritevoli, coloro che hanno una visione di ampio respiro, per finire in preda alle consorterie di partito e di palazzo.

Se l’Italia affonda per un dramma sociale scatenato ed ingestito, sarebbe ben magra consolazione sapere chi sono i responsabili. Se invece provvidenzialmente si salva, come si spera e crede, è il caso di riformare da subito la Politica. Tornando al merito, selezionando i migliori.

Perché anche in tal caso, c’è bisogno di tornare al reale attraverso la riscoperta della vera essenza della Politica. E che oggi è completamente mistificata, stravolta, tradita

Luca De Netto per loccidentale.it

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