L’UOMO NON E’ UN TOPO

La normalità

La normalità è una condizione non eccezionale, non casuale e non patologica[1]. L’espressione ritorno alla normalità spesso è usata per mascherare una coercizione con metodi repressivi per ristabilire un ordine dal caos, sedare una condizione eccezionale, fissare una direzione. Ma se
scoprissimo che quella che pensiamo sia la normalità è invece la causa di eccessi e patologie, come potremmo ristabilire un ordine? A quale normalità dovremmo ritornare per dare un senso e una direzione?
In questi tempi di isolamento nelle nostre celle di cemento o per i più fortunati in prigioni di cemento con vista mare e giardino, abbiamo la possibilità di gustare quella proprietà effimera e fatua che troppe volte affermiamo ci manchi: il tempo. Il tempo ci dona nuove prospettive, nuovi
specchi in cui contemplare il nostro io, fa riflettere sulla nostra anima e spesso ci rende consapevoli di cosa sia realmente importante. La vita che conducevamo prima di questa pausa, ci appartiene?

La cloaca del comportamento

In un famosissimo esperimento noto come ‘Universo 25’ l’etologo John Bumpass Calhoun[2] gettò un’ombra inquietante sull’utopia di una società perfetta. Costruì un ambiente protetto da malattie e predatori, sistemò approvvigionamenti senza limite di acqua e derrate alimentari, edificò strutture congestionate ma vivibili secondo crismi edilizi compressi, dove si sarebbe sviluppata una nuova società di elementi selezionati. A lungo termine, invece di produrre un nuovo Eden per i fortunati abitanti, dettato dall’abbondanza, si verificò un inferno provocato dalla cenosi. I soggetti al centro dell’esperimento furono dei muridi, i quali svilupparono, a causa del mutamento di condizione da impervio a comodo e da spazioso ad angusto, vari comportamenti deviati. Non potendo più ricoprire il loro ‘normale’ e istintivo ruolo sociale a causa della sovrappopolazione (più topi che ruoli), e
dell’abbondanza nella quale vivevano, mutarono i loro comportamenti dimostrando a un osservatore umano aspetti inquietanti: dall’anafettività naturale per la prole, all’ignavia sociale, dall’iperaggressività all’assesualità e viceversa. Dopo un periodo d’oro dovuto alla cornucopia loro fornita e un aumento della popolazione considerevole, i muridi sprofondarono nel caos sociale autodistruggendo la propria comunità.

L’esito dell’esperimento fu interpretato come monito e traslato alla società umana collegandolo ai rischi della sovrappopolazione e della mancanza di spazio, influenzando l’urbanizzazione a tal punto che i sociologi Claude Serge Fischer e Mark Baldassare la definirono come un’ossessione dagli
occhi rossi nella vita urbana che inseguiva il pensiero contemporaneo[3]. La criticità fu quindi identificata non tanto nella disuguaglianza sociale, ma nella struttura che doveva contenerla. In seguito ci fu uno stemperamento sulla proiezione e sull’impatto che queste premesse ebbero sulla società grazie a critiche sullo studio di Calhoun come quelle dello psicologo Jonathan Freedman[4] che cercò di replicarne gli assunti su soggetti umani o dello storico della scienza, medicina e scienze sociali Edmund Ramsden[5] che ne ampliò le implicazioni, analizzandone l’impatto sulla cultura in
generale e giungendo a conclusioni meno tetre. Sebbene la direzione imposta dalle inferenze suggeriva un potenziale pericolo nel contenitore, veniva trascurato il fatto, ben più determinante, dell’interazione sociale quando questa è stratificata a vari livelli di frammentazione.

L’uomo non è un topo

Sebbene condividiamo il 70% delle sequenze geniche con quelle di un muride, sebbene fornisca un ottimo banco di prova per la sperimentazione farmaceutica o per tecniche di ingegneria genetica come quella del premio Nobel Mario Capecchi e del suo gene targeting, sebbene fornisca spunti
interpretativi come ‘l’Universo 25’, è chiaro che l’uomo non è un topo. L’uomo si adatta all’ambiente e lo plasma a suo beneficio. Quando non può farlo plasma ciò che dà senso e vita alle mura del suo habitat: le relazioni. La ragnatela, lo spessore e la qualità delle nostre relazioni sono fondamentali nell’attraversare crisi sistemiche e sociali dove l’individuo è messo alle strette da svariati fattori perché non sono basate solo ed esclusivamente da impulsi, per dirla alla Paul D. Maclean, rettiliani[6]. Per i topi i ruoli sono stati edulcorati da elementi esogeni e imprevedibili che hanno snaturato la loro collocazione sociale portando alla depersonalizzazione. Ma un muride non possiede la stratificata corteccia cerebrale umana né la stessa compagine cellulare nei livelli di espressione genica come sottolinea Nature[7] che ribadisce l’importanza di studiare direttamente il cervello umano piuttosto che utilizzare organismi modello.
A differenza dei poveri topi di Calhoun noi possiamo rivolgerci interrogativi non solo su noi stessi, ma anche sulla struttura nella quale viviamo, sul tessuto sociale in cui ci muoviamo ed esistiamo, sull’infrastruttura nella quale riversiamo la maggior parte del nostro tempo. A differenza dei muridi abbiamo la facoltà di identificare ciò che è eccezionale, casuale e patologico. Abbiamo la facoltà di chiederci cosa sia normale, cosa aiuti veramente l’intreccio delle nostre relazioni, cosa incoraggi l’uguaglianza sociale, cosa ci renda più umani e meno topi, e, soprattutto, cercare di ritornarvi, alla normalità, nell’assoluta convinzione che non sia un simulacro del distopico ‘Universo 25’.

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/normalita/
[2] https://en.wikipedia.org/wiki/John_B._Calhoun
[3] Fischer CS, Baldassare M. How far from the madding crowd? New Soc. 1975;32:531–3. [Google
Scholar]
[4] Freedman JL. Crowding and behavior San Francisco, CA: WH Freeman; 1975. [Google Scholar]
[5]http://eprints.lse.ac.uk/59888/1/__lse.ac.uk_storage_LIBRARY_Secondary_libfile_shared_repos
itory_Content_Adams,%20J_Escaping%20laboratory_Adams_Escaping%20laboratory_2014.pdf

[6] https://medicine.yale.edu/news/yale-medicine-magazine/a-theory-abandoned-but-still-
compelling/

[7] https://www.nature.com/articles/s41586-019-1506-7

Cristian Puliti

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