C’ERA UNA VOLTA LA CULTURA

E ora abbiamo gli "influencer" che pensano al nostro posto

Lo dicono i dati, lo dice l’evidenza empirica. E allora bisogna iniziare a parlare fuori dai denti. E affermarlo senza falsi timori. Affermare cosa? Che la cultura, in Italia, non serve più a una mazza! Dimenticate quello che vi raccontavano da bambini, cioè che chi studia, chi approfondisce, chi più sa poi ottiene una ricompensa: è tutto falso! Chi lo sostiene? L’autore di questo blog? No, i numeri.

Basti dire infatti che, in questo momento, il libro più letto e il film più visto dagli italiani sarebbero, rispettivamente, “Le corna stanno bene su tutte. Ma io stavo meglio senza”, di tal Giulia De Lellis, di professione influencer e che ha in passato pacificamente affermato di non aver mai aperto un libro in vita propria e “Unposted”, documentario sulla vita di un’altra influencer, Chiara Ferragni, nota per la relazione con il rapper Fedez.

C’è da stupirsi? No. Secondo un recente studio Infodata, l’Italia è infatti il quarto Paese al mondo per numero di analfabeti funzionali, il 28% della popolazione totale. Di chi si tratta? Sono persone in grado di leggere e scrivere ma che non sanno sviluppare un pensiero critico e che, pur riuscendo a leggerli, faticano a comprendere testi semplici come, per fare un esempio, le istruzioni per il montaggio di un oggetto. Si sta parlando, per capirsi, di quelli che condividono indignati meme palesementi falsi su Facebook (i classici “la sorella della Boldrini che guadagna 80mila euro al mese” e via discorrendo), poiché non sono in grado di distinguere la satira dalla denuncia. E, purtroppo, gli analfabeti funzionali lo sono anche “di ritorno”. A volte si tratta infatti di gente anche laureata che, dopo anni trascorsi senza più leggere, inizia a perdere colpi. L’Italia, del resto, è anche il peggior Paese in Europa per numero di lettori: il 60% della popolazione legge meno di un libro all’anno!

E la scuola? Il dato drammatico è che l’abbandono scolastico è elevatissimo: nel 2018 ha abbandonato precocemente la scuola in Italia un totale di 600mila ragazzi, vale a dire il 14,5% dei giovani tra i 18 e i 24 anni. Giovani che ora, in un mercato del lavoro a crescente specializzazione e complessità, hanno per le mani un titolo da scuola media… Per non parlare dei dati Invalsi più recenti, che ci dicono che in cinque regioni del sud i rendimenti in lettura sono insufficienti per il 40% degli studenti delle scuole secondarie di secondo grado! Si tratta, quasi sicuramente, di futuri migranti economici, costretti a fuggire per un posto da manovale chissà dove.

Ignorantoni presenti e futuri che fanno la fortuna di influencer blogger di moda e di esperti di marketing. Che, nella maggior parte dei casi, a loro volta più che colti sono furbi e bravi a sfruttare la situazione. Ma a trarre vantaggio da questo tipo di società sono anche i politici, che hanno vita facile a propinare contenuti banali e immediati. E che, rappresentando una popolazione siffatta, ne sono, purtroppo, il degno prodotto. E, del resto, se una volta i leader di partito indicavano una via, giusta o sbagliata che fosse, oggi invece si limitano a seguire l’umore del popolo dei social

Ma come ha potuto il Paese di Dante, Leonardo e D’Annunzio ridursi in questo stato? Come è stato possibile un simile scempio? Qui non c’entrano gli investimenti pubblici. Non c’entrano i discorsi sulla mancata valorizzazione dell’università e della ricerca, perché parliamo di un atteggiamento generalizzato di indifferenza quando non di ostilità verso la cultura.

La verità è che la colpa è dei “cattivi maestri”. Che non sono solo in televisione, ma anche e soprattutto a casa, a scuola, sul posto di lavoro. La colpa è di una società che esalta il denaro sopra ogni cosa e indipendentemente dai mezzi con cui lo si è ottenuto. La colpa è dei bambini che sentono i padri competere con gli altri per chi ha il SUV più grosso, quasi fosse un’estensione del proprio fallo e come se quello fosse l’unico obiettivo da raggiungere nella vita, la colpa è delle madri che invitano le figlie a partecipare ai concorsi di moda, alle competizioni canore, perché il successo nel mondo dello spettacolo è visto come un viatico verso quel benessere che il lavoro, soprattutto dipendente, non può più consentire.

Tutte cose note, certo. La colpa, però, è anche di quella che Alain Deneault chiama “mediocrazia”: ossia il fatto che, oggi, per fare carriera nelle società capitaliste (e quindi per ottenere quel denaro tanto idolatrato), sia meglio essere degli ubbidienti mediocri, piuttosto che dei brillanti critici. Perché chi viene premiato è chi sgobba senza mettere in discussione la realtà in cui si muove, il sistema. E questo può accadere in due casi: se si evita di farlo per astuzia (cioè se si finge di essere meno intelligenti e colti) o, più frequentemente, perché semplicemente non se ne è in grado. E così nelle aziende fa carriera chi svolge il proprio compitino senza mai discutere le decisioni della dirigenza, nei partiti si sale la gerarchia se si ubbidisce fedelmente a un capo sposandone acriticamente la linea e via discorrendo.

Logico che in un simile contesto la cultura (che, attenzione, non va confusa con il titolo di studio) e il senso critico non solo non possano più essere un valore, ma siano addirittura un peso. Un terribile fastidio. Un intralcio da eliminare. Con tutto ciò che ne consegue.

Cristiano Puglisi per il suo blog su ilgiornale.it

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