C’É UN CINEMA DELLE STANZE VUOTE DOVE OGNUNO TROVA LA SUA MALINCONIA

Noi ormai ci siamo abituati alle americanate ma c'è un libro di Iannone e Cesarini che ci narra un cinema molto più profondo. Si chiama 'Il cinema delle stanze vuote' e lo ha recensito anche Buttafuoco

Melanconia può essere assenza, presagio, impossibilità di conciliarsi con il proprio presente, perdita delle certezze. Tutti tentativi di dare sostanza a questo termine di antica etimologia greca, atto a significare nella teoria di Ippocrate, il prevalere della bile nera, collocata nella milza, sugli altri umori che determinano il carattere dell’individuo.

Nel libro di Isabella Cesarini e Luigi Iannone, Il cinema delle stanze vuote edito da La scuola di Pitagora, si svolge un’analisi della malinconia applicata alla sua resa filmica, tentando un ardito avvicinamento tra movimento e appunto umor nero, la faccia allegra della depressione.

Una cavalcata tra alcuni capolavori della cinematografia che vanno da Germi a Louis Malle, Wes Anderson, Tarkovskij, Fellini e l’inarrivabile Bergman. Tutti grandi nomi della regia che attraverso le loro opere tinteggiano questo stato d’animo già così fuggevole.

Il Germi de L’uomo di paglia o di Un maledetto imbroglio, sa individuare le crepe che minano in profondità le relazioni sociali impedendo agli individui di esprimere il loro autentico sé.

Il fumo della sigaretta perennemente accesa permette di mettere a fuoco ipocrisie e squallore sociale. I colpevoli non lo sono mai fino in fondo, beffati come sono dall’inesorabilità del vivere. Anche nel film di Malle, Le feu follet tratto dall’omonimo romanzo di Drieu La Rochelle, la malinconia del protagonista domina il film ma non si ferma, come in Germi, un attimo prima del gesto risolutivo. Qui l’unica salvezza è il suicidio come atto estremo per trionfare sul compromesso dopo aver constatato l’impossibilità di vivere un amore impossibile.

Ancora un altro modo di filmare l’umor nero, è quello di Anderson che ne Il treno per il Darjeeling ne dà una versione scanzonata.

La ricerca che i tre fratelli compiono della propria madre rimasta vedova e ritiratasi in un convento sull’Himalaya consente loro di fare i conti con la perdita del padre divenendo adulti consapevoli delle proprie responsabilità di padri e mariti. In Tarkovskij è  Nostalghia come rimpianto di ciò che non è stato: non essere divenute madri, non essere sani, non avere una patria. Tutto si rappresenta nella palude: un non luogo, in assenza di movimento.

Nei film di Fellini l’immagine si fa circo di clown e funamboli sempre in bilico tra finzione e realtà, lacrime e risate sul filo alto degli acrobati che danzano.

In Casanova uno stralunato Donald Sutherland è un fantoccio incipriato, che ha sostituito all’amore la meccanizzazione del sesso, in fondo anche questa un’acrobazia da circo. Anche il Benigni de La voce della luna esprime il suo stato d’animo rivolgendosi così al globo celeste: “Mi piace ricordare più che vivere”. E un grande Paolo Villaggio rende universale questo sentimento d’inadeguatezza: “Vedo solo offese, ingiustizie, è questo il progresso, così devono continuare le cose?”.

In Bergman questo sentimento viene indagato ancora diversamente. Ed è qui il capitolo fondante di questo saggio. Che sia la partita a scacchi tra il cavaliere e la morte ne Il settimo sigillo, o Il posto delle fragole, il grande regista svedese, memore anche della sua tormentata infanzia di figlio di un pastore protestante, tra un passato che non torna e un futuro che angoscia, cerca una risposta che possa venire da Dio.

La morte non risponde all’angoscioso interrogativo del cavaliere che pretende “la certezza di Dio”. Essa “non dà risposte né giudizi, è solo un confine”. Si salverà solo chi ha una fede pura o chi sa tornare nel giardino dell’infanzia, il posto delle fragole, e imparerà ad amare.

(di Pietrangelo Buttafuoco, tratto da Il Foglio)

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