ECCO PERCHÈ NON SERVONO GLI IMMIGRATI PER PAGARCI LE PENSIONI

Il presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, Alberto Brambilla, spiega perché la teoria del presidente dell'Inps "è persa in partenza"

Far crescere il lavoro stabile, incentivare le assunzioni e anche le nascite, per non ritrovarci tra 20 anni senza nuova forza lavoro da impiegare, è la ricetta, alternativa a quella di Tito Boeri, per aumentare la sicurezza del sistema nostro sistema pensionistico. A spiegarla al Foglio è Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. Questa mattina il presidente dell’Inps ha presentato la relazione annuale dell’istituto sostenendo che: “Una classe dirigente all’altezza deve avere il coraggio di dire la verità agli italiani: abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema di protezione sociale”, è davvero così secondo lei? “Sarei prudente a sostenere queste posizioni, che mi sembrano più ideologiche che basate sullo stato attuale dei fatti”.

Allo “stato attuale” la fotografia del paese, secondo i dati Istat, dice che sono 5 milioni i cittadini stranieri, l’8,3 per cento della popolazione, e di questi gli occupati ricorprono prevalentemente posizioni non qualificate e solo la metà possiede un diploma, mentre solo uno su dieci ha un titolo universitario. “I dati ci dicono che l’immigrazione è attualmente un costo per lo Stato. D’altra parte l’immigrazione è per sua natura un investimento”, continua Brambilla, “ma l’investimento della Germania non è lo stesso di quello italiano se si considera che da noi gli immigrati sono occupati prevalentemente nella manovalanza a basso prezzo, spesso sfruttati da qualche italiano furbo che li fa lavorare in nero, generando l’effetto di abbassare gli standard lavorativi per tutti. Ecco perché poi si dice che certi lavori gli italiani non li fanno più”.

Quali sono i dati del mercato del lavoro oggi? “In Italia abbiamo 1,38 persone attive per ogni pensionato, un dato piuttosto basso che corrisponde a un tasso di occupazione pari al 61,6 per cento, contro una media europea del 70 per cento. L’obiettivo è portare il rapporto tra lavoratori e pensionati a 1,5, con 24 milioni di impiegati e 16 milioni di pensionati. Al 2038, secondo gli impegni presi a Lisbona dall’Italia, il target è di avere un tasso di occupazione all’80 per cento”. C’è quindi un margine interno di stabilizzazione del sistema, indipendente dai migranti che arriveranno. “Con il 71,7 per cento di uomini e il 51,6 per cento di donne occupati e gli obiettivi che ci siamo posti, siamo proprio sicuri che abbiamo bisogno degli immigrati per tenere in piedi il nostro sistema? Siamo sicuri che gli investimenti che stiamo sostenendo siano indirizzati nel verso giusto?”, chiede Brambilla.

Uno dei problemi con cui fare i conti guardando al lavoro tra qualche decennio è il crollo del tasso di natalità, con l’aumento dell’età media in cui si diventa genitori. “E’ per questo che bisogna investire nelle politiche di sostegno alla maternità, con interventi organici che non si riducano a semplici bonus. Ma anche riducendo il costo del lavoro per permettere ai nostri ragazzi di accedere al mercato del lavoro, tagliando la componente fiscale. Così possiamo portare sviluppo al paese, scegliendo di investire in maniera diversa i costi che già oggi sosteniamo”. Si riferisce ai costi dell’accoglienza? “Non solo, mi riferisco alle spese per sostenere l’immigrazione che si è ormai stabilizzata. Prediamo la spesa sanitaria, si tratta di circa 9,15 miliardi di euro, considerando una spesa pro capite di 1.830 euro per 5 milioni di cittadini. Ma anche all’istruzione, alle prestazioni sociali in generale, ai sussidi per le abitazioni”. Sono soldi che non tornano indietro dalle tasse o dai contributi che gli stranieri versano? “La gran parte dei lavori che gli immigrati svolgono sono in nero ed è lo stesso Stato a non essere in grado di portare ordine e giustizia. La teoria di Boeri è persa in partenza proprio perché è lo Stato italiano a non poter controllare i lavoratori sfruttati nei nostri campi in sud Italia o le tasse che dovrebbero pagare i negozi gestiti da stranieri”.

(tratto da Il Foglio)

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