DARA SHIKOH, IL PRINCIPE SUFI

Noi comunque tifiamo tutti per Awrangzeb, talebano ante litteram

Muhammad Dara Shikoh (letteralmente La Gloria di Dario) nacque nei pressi di Ajmer (Rajastahn), nell’India nordoccidentale, il 20 marzo del 1615 (29 sàfar 1024 dell’egira). Egli era il figlio primogenito del Gran Moghul Shah Jahan e della sua favorita Mumtaz Mahal (m. 1631). Il padre, cui erano nate allora solo figlie femmine, si era recato in pellegrinaggio presso la tomba del grande mistico persiano Mu‛in al-din Chisti (m. 1236) per ottenere con la preghiera la nascita di un figlio maschio. I sovrani Moghul applicarono nel loro Impero una politica illuminata che fece sì che popoli di religioni e usanze diverse convivessero in relativa armonia. La jizya – l’imposta specifica per i non musulmani all’interno dello stato islamico – era stata abolita dall’Imperatore Akbar (m. 1605) il quale concesse il permesso ai convertiti di tornare alle precedenti fedi.

Dara era ancora adolescente quando il padre pose la prima pietra di una meraviglia del mondo, il Taj Mahal, dedicato alla sua favorita da poco scomparsa, Mumtaz Mahal. Crebbe in una corte cosmopolita, colta in cui islamici e indù avevano trovato un saggio compromesso politico per convivere in pace nel subcontinente. Ad Agra, sede della corte, così come a Delhi e a Lahore, gli artisti e i poeti, i mistici e i filosofi di fedi diverse godevano di una libertà all’epoca sconosciuta altrove. La dominazione Moghul prosperava nel nome del pluralismo, della tolleranza e dell’amore per il bello. Già dai tempi di Akbar avevano avuto inizio le traduzioni in persiano dei grandi libri della civiltà induista: l’epica e la filosofia indiana diventarono patrimonio di un altro pezzo di mondo e attraverso i Moghul più tardi arrivarono fino a noi per mezzo degli inglesi. Vennero tradotte il “Mahabharata” e il “Ramayana”, ma anche opere di storia, astronomia e aritmetica. Intanto gli indù, seppur sottomessi a un dominio straniero, entrarono nei ranghi del potere come alti funzionari dello stato e godettero del massimo rispetto.

Dara era il figlio di questo affascinante intreccio di civiltà asiatiche. Nelle sue vene scorreva sangue persiano, indiano, afghano e mongolo. Nonostante dopo di lui fossero nati altri tre figli maschi, il padre lo aveva già scelto come successore. Ma il giovane era più versato nelle pratiche poetiche, che non nell’arte della politica. Scriverà un’opera di immenso valore intitolata MajmaalBahrayn («La congiunzione dei due oceani») in cui comparava l’Islam all’Induismo e alle altre religioni monoteiste per dimostrare che in fondo, sono voci diverse intonate per cantare lo stesso Dio. Per Dara Shikoh i Veda erano le scritture inviate da Allah ai popoli dell’India. Tra tutti i libri rivelati c’è un’intima consonanza: la Torah, i Salmi, i Vangeli, il Corano e appunto, i Veda e le Upanishad. «Così come l’uomo … è un individuo unico nonostante la varietà e la pluralità dei suoi organi e membra e non diviene molteplice in virtù di tale pluralità, allo stesso modo anche l’Essenza divina è unica e non diviene molteplice in virtù delle sue differenti determinazioni» scrisse il principe.

L’inclinazione di Dara Shikoh per gli aspetti esoterici dell’Islam e l’attrazione verso i santi del passato e del presente si manifestarono in lui assai presto, come mostra la Safīnat al-awliyā, una biografia di maestri sufi – ovvero quegli esponenti che della dottrina islamica colgono la parte esoterica ricercando l’unione con Dio attraverso pratiche ascetiche – composta all’età di venticinque anni.

Ben presto il principe si allontanò sempre più dalla politica per avvicinarsi a quel mondo fatto di mistici lontani dai beni del mondo materiale. Fra questi spiccavano Miyan Mir, un eminente sufi nativo del Sistan che giunse a Lahore nel 1575 divenendo uno dei principali esponenti della Qādiriyya cui il principe restò legato anche dopo la morte o il Mullah Shah Badakhsi (m. 1661), principale successore di Miyan Mir, che nel 1634, l’appena diciannovenne Dara fece salvare da un consiglio di ulema che lo aveva condannato a morte per blasfemia. Tale condanna era stata invocata contro il santo a causa delle sue shathiyyat, ovvero le «sentenze estatiche» pronunciate durante gli stati mistici – pericolose agli occhi dell’ortodossia – che ricordavano quelle di Bayazid Bistami (m. 874) e Mansur al-Hallaj (m. 922).

Nei loro frequenti incontri, a Lahore e in Kashmir, Mullah Shah istruì Dara Shikoh nei metodi rituali della Qādiriyya, ordine sufi fondato nel XII secolo che derivava il suo nome dal mistico di origine iraniana ʿAbd al-Qādir al-Jīlānī (m. 1166, Baghdad). Tra Mullah Shah e Dara Shikoh si istaurò anche una corrispondenza epistolare, in parte conservata. Mullah Shah iniziò soprattutto il principe moghul alla dottrina ibnarabiana della waḥdat alwujūd («unicità dell’essere») – secondo cui tutta la realtà fenomenica è un aspetto dell’unica Realtà divina – che divenne il fulcro della visione spirituale e intellettuale del suo discepolo.

Strinse amicizia anche con Baba Lal Das e Banwali Das, due dotti indù, attirandosi l’ira degli ulema conservatori.

Curioso e aperto a ogni confronto, versatile e ricettivo nella sua costante ricerca della verità, Dara Shikoh fu al contempo un vivace organizzatore culturale, degno erede in tal senso del suo avo Akbar. Come Akbar, Dara Shikoh promosse la collaborazione tra dotti e mistici di diverse fedi religiose, fu protettore e punto di riferimento di una cerchia di brillanti studiosi e poeti, e seppe utilizzare le ingenti risorse a sua disposizione per progetti culturali di grande rilievo, quale la traduzione in persiano delle Upanishad.

Ma la bella vita del giovane principe era destinata a concludersi in fretta. L’amato padre il Gran Moghul Shah Jannah, forse dopo qualche eccesso erotico con una bella tredicenne di cui si era invaghito, si ammalò e i suoi tre figli minori si allearono contro Dara Shikoh. Fra di essi spiccava il terzogenito Awrangzeb, abile guerriero e stratega di rango. Al contrario del fratello maggiore Awrangzeb non era interessato all’arte, alla musica e al dialogo, ma era un musulmano devoto all’ortodossia sunnita. Alla lettura delle vite dei santi preferiva il “Principe” di Niccolò Machiavelli del quale applicò spietatamente i consigli.

Awrangzeb giurò fedeltà e amicizia al fratello maggiore, mentre in realtà gli stava dichiarando guerra. Dapprima fece rinchiudere il vecchio padre in una fortezza e poi – approfittando delle sconfitte militari di Dara – si autoproclamò Imperatore. Ebbero inizio decenni di terrore e il declino dell’Impero Moghul. Il vecchio Shah Jahan morirà solo dopo aver visto i suoi figli perire uno a uno sotto la spada di Awrangzeb.

In fuga dallo spietato fratello Dara Shikoh raggiunse Delhi appropriandosi del tesoro statale, ma quando gli giunse la notizia che Awrangzeb si stava avvicinando decise di arretrare a Lahore. La sua rocambolesca fuga ebbe termine solo quando questi lo acciuffò come un delinquente qualsiasi, ad Ahmedabat, nel Gujarat.

Awrangzeb non ebbe pietà: da sempre era stato geloso delle attenzioni e dei privilegi di cui aveva goduto il fratello maggiore, ma soprattutto lo disprezzava perché lo considerava un empio e un infedele.

Il 19 agosto, in una Delhi affollata, Dara Shikoh e il figlio vennero costretti ad attraversare il bazar vestiti di stracci e incatenati a una brutta elefantessa. Awrangzeb sperava che la folla manifestasse disgusto per quei due miscredenti: invece tutto il popolo pianse per quel principe buono.

Non contento di ciò Awrangzeb riunì un consiglio di ulema che condannò a morte il fratello “per ripetute offese alla religione”. Dara Shikoh venne giustiziato il 30 agosto 1659 e come ultima umiliazione il suo cadavere decapitato venne fatto girare sul dorso di un elefante per le vie della città.

Insieme a Dara quel giorno morì il sogno del dialogo interreligioso che aveva contraddistinto l’Impero Moghul. Awrangzeb, che regnerà fino alla morte sopraggiunta nel 1707, oltre a reintrodurre la jizya porterà avanti una politica particolarmente ostile nei confronti della popolazione indù offendendo i loro culti e privandoli dei privilegi di cui avevano goduto sino ad allora. Ma ormai era giunto il Settecento insieme agli inglesi, i quali presto rimpiazzeranno il trono dei Moghul trasformando il subcontinente indiano in una loro colonia.

Si narra che sul finire della sua vita Awrangzeb, ormai diventato un fanatico religioso, vivesse la sua esistenza nel sospetto e nella diffidenza circondato da un branco di figli ribelli e convinto di essere tormentato dal fantasma di Dara Shikoh.

La tragica vita del principe sufi tende a confutare uno degli assunti del pensiero scettico liberale moderno secondo il quale chi si dichiara depositario di una verità universale tende a volerla imporre a tutti gli altri in maniera autoritaria e quindi l’unico antidoto contro l’intolleranza sarebbe quello che Max Weber definì il “politeismo dei valori” ovvero la costatazione che esistono tante verità quanti sono gli uomini. Al contrario per tutta la sua esistenza Dara Shikoh coltivò l’idea che esistesse un’unica verità comune a tutti gli esseri umani e proprio per questo motivo fu aperto al dialogo con uomini dalle opinioni più diverse dai musulmani sunniti, ai maestri sufi sino ai saggi indù. Come già Hegel aveva a suo tempo rilevato l’ateismo infatti non consiste nella negazione formale, materiale e “cosale” di Dio, ma nella perdita di interesse verso la verità.

Gabriele Repaci

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