RIVOLUZIONE CUBANA: FORSE NON NE AVETE CAPITO GRANCHÉ

Anche se un po' ci dispiace infierire sui bolscevichi da collettivo

Nonostante dopo il 1989 abbiamo assistito un po’ ovunque nel mondo al crollo dei regimi del cosiddetto socialismo reale (o alla loro trasformazione in senso chiaramente capitalistico come nel caso della Repubblica Popolare Cinese o del Vietnam) sopravvive nella piccola isola caraibica di Cuba, da ormai più di cinquant’anni, l’ultimo governo (insieme alla Corea del Nord) apertamente comunista.

A cosa si deve tanta longevità? E perchè a dispetto di quanto predetto da molti analisti la dittatura castristra non è crollata come gli altri paesi del blocco sovietico? A tale interessante quesito cerca di dare una risposta Federico Goglio nel suo volume Patria o Muerte. Castro, Guevara e le origini nazionaliste della rivoluzione (Ritter edizioni, 2014). La tesi proposta dall’autore è che la rivoluzione dei barbudos affondi le radici più nel nazionalismo popolare di Josè Martì che nelle teorie economiche di Karl Marx. Infatti secondo il barbuto filosofo di Treviri la rivoluzione socialista sarebbe dovuta scaturire nei cosiddetti «punti alti» dello sviluppo capitalistico. Al contrario, la Cuba di Fulgencio Batista era un paese profondamente arretrato dal punto di vista economico, in cui le poche industrie erano in mano al capitale statunitense e in cui la classe operaia non costituiva che una parte molto piccola della popolazione dell’isola. Quando Guevara si domandò se il proletariato rappresentasse ancora la forza trainante del processo rivoluzionario, la risposta fu categorica: «a Cuba la lotta non è stata diretta dal partito della classe operaia, ma da un movimento policlassista radicalizzatosi dopo la presa del potere politico». Non si può dunque parlare di rivoluzione proletaria in riferimento a Cuba bensì di insurrezione nazional-rivoluzionaria. D’altra parte gli stessi marxisti all’interno del Movimento 26 luglio avrebbero ricoperto un ruolo marginale – se non inesistente – tanto da portare lo stesso Fidel Castro a dichiarare alla stampa di Washington nell’aprile del 1959: «Non siamo comunisti. Ci sono alcuni elementi comunisti nel governo ma essi hanno un’influenza nulla. Io non sono d’accordo con il comunismo. Cuba non esproprierà proprietà private straniere e cercherà, al contrario, investimenti aggiuntivi.»

Anche il lungo viaggio del Che, che tra giugno e il settembre  del 1959 toccò un gran numero di paesi dell’Asia e dell’Africa, non includeva alcun paese «socialista», a parte la Jugoslavia già impegnata nell’organizzazione dei paesi “non allineati” emersa dalla Conferenza di Bandung, ma di nuovo considerata dal movimento comunista semieretica, per tensioni con l’URSS, susseguitesi al soffocamento della rivoluzione ungherese (e alla successiva impiccagione di Imre Nagy, che aveva chiesto asilo politico proprio all’ambasciata Jugoslava). L’itinerario di Guevara conferma che il gruppo dirigente cubano pensava a garantire la propria indipendenza – sia dal blocco sovietico, sia da quello americano – ricercando contatti e alleanze con altri paesi liberatisi dal giogo coloniale, quali l’Egitto, l’India, il Pakistan, l’Indonesia, il Marocco e perfino il Giappone, che allora era un discreto acquirente dello zucchero cubano. A parte la Jugoslavia, un solo paese europeo fu toccato in quel giro, la Spagna governata dall’allora Caudillo Francisco Franco.

A spingere dunque la giovane nazione rivoluzionaria nelle braccia dell’Unione Sovietica sarà innanzitutto il comportamento aggressivo di Washington che cercherà di soffocare il regime castrista sul nascere. Nell’intervista che Juan Domingo Perón rilasciò a Jean Thiriart il 7 novembre 1968 e che apparve originariamente su La Nation Européenne (Paris-Bruxelles), n. 30, febbraio 1969, pp. 20-22, l’ex capo di stato argentino avrebbe dichiarato: «Castro è un promotore della liberazione, egli si è dovuto appoggiare a un imperialismo perché la vicinanza dell’altro minacciava di schiacciarlo. Ma l’obiettivo dei Cubani è la liberazione dei popoli dell’America Latina. Essi non hanno altra intenzione se non di costituire una testa di ponte per la liberazione dei paesi continentali».

Se i rapporti diplomatici fra l’Unione Sovietica e Cuba si strinsero non fu dunque per ragioni di scelta ideologica, ma perchè grazie ad essi la rivoluzione potè sfuggire al soffocamento tentato dagli Stati Uniti bloccando gli acquisti di zucchero e le forniture di petrolio.

Il rapporto con l’Urss si svilupperà negli anni successivi sulla base di un interesse reciproco, ma anche con frequenti conflitti e tante diffidenze reciproche, che confermano come a farlo diventare per vari aspetti soffocante sarà l’atteggiamento della Casa Bianca.

L’accecamento anti-sovietico più ancora che anticomunista  dell’establishment statunitense impediva di cogliere la realtà della rivoluzione cubana. Nessun paese “controllato da Mosca” aveva le caratteristiche della Cuba della prima metà degli anni sessanta. Il potere si appoggiava su gigantesche mobilitazioni dal basso e su una molteplicità di organizzazioni veramente di massa, sui trecentomila miliziani volontari, sulla poderosa Federación de mujeres cubanas (Fmc), che organizzava una percentuale altissima di donne, sui Comitati di difesa della rivoluzione (Cdr), che vigilavano ogni caseggiato, in ogni villaggio, per prevenire attentati ed identificare ogni potenziale nemico della rivoluzione.

Mentre gli Stati Uniti e gli emigrati anticastristi  inasprivano la loro polemica contro Castro “agente di Mosca”, a Cuba negli anni sessanta si sviluppavano altre polemiche, a volte molto aspre, nei confronti di alcuni partiti filosovietici dell’America Latina. Contrariamente a un’opinione diffusa, più ancora di Guevara fu Fidel Castro a sferrare attacchi durissimi al Partito comunista venezuelano, ma anche alla stessa Unione Sovietica, che manteneva rapporti diplomatici e forniva crediti a dittature militari in diversi paesi del continente latino-americano (come aveva commerciato, d’altra parte, con lo stesso Batista fino a tutto il 1958).

Anche sul piano economico, è significativo che Cuba abbia continuato a lungo a preferire gli accordi bilaterali, senza volere entrare nel Comecon. L’integrazione piena dell’economia cubana in quell’area “socialista” attraverso l’ingresso nel Comecon arriverà solo nel 1971-72, dopo che le prospettive di una rottura dell’isolamento nel continente erano sfumate per la morte del Che e le sconfitte di altri focosi guerriglieri e, soprattutto, dopo che il fallimento della grande zafra del 1970 aveva ridimensionato bruscamente le illusioni di poter puntare su massicce esportazioni di zucchero sui mercati europei.

Eppure, l’assimilazione di Cuba al sistema “socialista” non fu mai totale: anche dopo essere entrati nel Comecon, i dirigenti cubani tentarono ancora, alla metà degli anni settanta, la strada della diversificazione produttiva, approfittando dell’occasione offerta dalle banche occidentali, che proponevano petrodollari a bassi interessi a tutto il mondo “in via di sviluppo”.

Un altro che aspetto che rende difficile assimilare l’esperienza cubana a quella di qualsiasi altro paese del “socialismo reale” è il sincero impegno in campo internazionale a favore della liberazione  dei popoli dal giogo dell’imperialismo e del colonialismo.

Quando alla fine degli anni settanta  si delineerà una nuova rivoluzione nel Nicaragua – allora governato dal dittatore filo-statunitense Luis Somoza Debayle – l’appoggio accordatole  da Cuba sarà totale e incondizionato, anche al prezzo di spezzare il dialogo avviato con l’amministrazione Carter, che lasciava sperare in una prossima normalizzazione delle relazioni con Washington, da cui giungevano all’Avana delegazioni rappresentative e segnali significativi.

Va detto che già nel giugno del 1959, quando ancora il futuro della rivoluzione appariva incerto, Castro appoggiò un tentativo generoso, ma sfortunato di ripetere l’esperienza del Granma: duecento dominicani, con la partecipazione di dieci cubani (tra cui un ufficiale dell’Ejercito rebelde Delio Gómez Ochoa) tentarono uno sbarco nella vicina isola caraibica, per abbatervi il regime di Trujillo; ma vennero quasi tutti catturati e uccisi.

Quando, nel 1975, il governo appena costituito dal Mpla (Movimento Popular de Libertação de Angola), praticamente assediato nella capitale Luanda dai gruppi rivali spalleggiati dal Sudafrica, chiese aiuto a Cuba, questa lo fornì con rapidità ed efficienza stupefacenti, riuscendo ad arginare l’aggressione. I Cubani hanno rivendicato sempre il fatto che la loro scelta fu autonoma  ed indipendente da ogni pressione sovietica e ciò è stato ammesso da più parti. Come disse  l’alto funzionario sovietico Anatoly Dobrynin, i cubani inviarono le truppe «di loro iniziativa e senza consultarci». Ciò era così evidente che persino Kissinger, a cui piaceva umiliare Cuba sostenendo che non fosse altro che una marionetta nelle mani dei russi, ci ha riflettuto. «Allora pensavo che [Castro] stesse seguendo le istruzioni dei sovietici», ha scritto l’ex segretario di stato americano nell’ultimo volume delle sue memorie. «Non potevamo immaginare che avrebbe agito in modo tanto provocatorio così lontano dal suo paese, a meno che Mosca non facesse pressioni offrendo appoggio militare ed economico. Le prove oggi disponibili indicano che accadde il contrario».

A distanza di più di mezzo secolo la rivoluzione cubana non solo resiste ma come dimostrano i recenti avvenimenti è riuscita – senza operare un cambio di regime – anche a ristabilire le relazioni diplomatiche con il suo storico antagonista gli Stati Uniti d’America.

Essa dovrebbe essere presa dunque ad esempio per l’Europa che ha perduto la propria indipendenza nel 1945, prima divisa fra blocco sovietico e quello americano e poi, in seguito alla caduta del primo, entrata totalmente nella sfera d’influenza del secondo.

Gabriele Repaci

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2 Commenti su RIVOLUZIONE CUBANA: FORSE NON NE AVETE CAPITO GRANCHÉ

  1. Dino Gerardi // 9 luglio 2015 alle 16:04 // Rispondi

    Buongiorno, bell’articolo. A proposito di Autonomia vi allego il file PDF di un libretto uscito recentemente su Amazon a firma di World-Lab. Cordiali saluti DG

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  2. Analisi vista e rivista nel decennio scorso, questa di Gabriele Repaci…ma nulla toglie al suo rigore e obiettività. A giudizio di molti storici contemporanei, anche il Viet-Nam fu “costretto” al comunismo dalla miopia dell’amministrazione statunitense.

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