GRECIA, ARRIVIAMO!

All'indomani del voto, la domanda a Tsipras è "Possiamo venire anche noi?"

Si è svolto Sabato 4 luglio nella sala Alessi di Palazzo Marino, a Milano, il convegno “Euro o Libertà”  organizzato dalla Lega Nord per discutere in merito al futuro della moneta unica e sulle soluzioni da adottare per uscire da essa.

Tra i relatori vi erano Alberto Bagnai, professore associato di politica economica presso la facoltà di economia dell’Università degli Studi “Gabriele D’Annunzio” di Chieti e Pescara, Claudio Borghi Aquilini (economista ed editorialista, professore incaricato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna Economia degli Intermediari Finanziari, Economia delle Aziende di Credito ed Economia e Mercato dell’Arte) nonché responsabile economico della Lega Nord, Luciano Barra Caracciolo, già membro del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa, eletto nella componente del Consiglio di Stato, tra l’altro autore del libro Euro e (o?) democrazia costituzionale – La convivenza impossibile tra costituzione e trattati europei (Dike Giuridica Editrice),  Armando Siri, ideologo italiano della Flat Tax al 15% e fondatore del Partito Italia Nuova nel 2011 e naturalmente il segretario federale del Caroccio Matteo Salvini.

Nonostante le divergenze di natura politica fra i vari oratori tutti si sono trovati d’accordo su un punto ovvero che l’Euro oggi non è più sostenibile e che vada quindi trovata una soluzione possibilmente concordata per uscirne. Un’unica moneta per 19 economie diverse infatti non è accettabile: essa non può essere che portatrice di disoccupazione, rafforzando l’economie più forti (come ad esempio quella tedesca) a discapito di quelle più deboli (quali la Grecia, la Spagna, il Portogallo ma anche l’Italia). Come spiegato dal professor Borghi, infatti, è naturale che un economia molto competitiva – come quella tedesca – si doti di una moneta forte perchè tutti devono richiederla per poter acquistare i suoi prodotti. Al contrario uno stato meno competitivo, che si trova in uno stato di difficoltà economica, avrà bisogna di una valuta dal prezzo minore poiché i suoi prodotti hanno una richiesta inferiore.

La follia dell’Euro – e soprattutto di coloro che lo hanno costruito – è consistita nel dotare paesi poco competitivi di una moneta forte. Non è dunque un caso che mentre in Grecia la popolazione sia ridotta agli stenti, in Germania vengano registrati record di esportazioni. Un caso non dissimile da quello dell’Argentina di Carlos Menem (1989 – 1999) la quale agganciò il pesos al dollaro americano con i disastrosi risultati che tutti noi conosciamo. Questa constatazione non significa alimentare odio nei confronti di Berlino – come è stato detto da molti commentatori in special modo di sinistra – ma prendere atto che gli interessi economici di paesi come la Germania sono differenti da quelli dei paesi dell’Europa meridionale. La sovranità monetaria – lungi dall’essere qualcosa di «fascista» o reazionario – è il perno fondamentale a cui ogni Stato dovrebbe puntare. Il caso del Giappone è indicativo. Il paese del Sol Levante ha un debito pubblico superiore a 9000 miliardi di euro ( ben al di sopra del 200% del PIL) ma con una banca pubblica che presta soldi allo stato paga tassi di interesse dello 0,1%.

Certo, non è che liberandoci dall’euro e tornando a stampare moneta in proprio risolveremmo i problemi che affliggono la nostra economia. Per fare ciò sarebbe necessario, oltre a un alleggerimento dell’apparato burocratico dello Stato, un vero è proprio «New Deal», simile a quello varato dal presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt (1933-1945) in seguito alla crisi del ’29.

Un’altro punto ribadito dai conferenzieri è la necessità, una voltà usciti dalla moneta unica, di ricondurre la Banca d’Italia sotto il controllo del Tesoro e (ri)renderla regolatrice dei tassi di interesse dei titoli di debito pubblico, togliendo questo potere ai mercati. Non tutti sanno infatti che la crescita dell’indebitamento pubblico italiano a partire dagli anni ’80 non è stata causata, contrariamente a quanto vuole farci credere Grillo, dalla corruzione del ceto politico dello Stivale bensì dal «divorzio» fra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia avvenuto nel 1981. Con questo provvedimento, analogamente a quanto era già accaduto in Francia nel 1973 con la Legge Pompidou-Giscard, la Banca d’Italia veniva sollevata dall’obbligo di comprare titoli di Stato alle aste.

Fino a quella data, le cose andavano in questo modo: quando lo Stato aveva bisogno di soldi, il ministero del Tesoro decideva il tasso di interesse a cui emettere i titoli di stato concordandolo con la Banca d’Italia. Veniva quindi fatta l’asta per vendere i titoli di stato al tasso di interesse prefissato. Quando non tutti i titoli venivano acquistati dai soggetti privati che avevano partecipato all’asta, la Banca d’Italia era obbligata ad acquistare i titoli rimasti invenduti. In tal modo si raggiungeva un obiettivo fondamentale cioè che tutti i titoli venivano venduti e nessuno poteva speculare sul valore di questi ultimi.

Dopo la separazione della Banca d’Italia dal ministero del Tesoro – fortemente voluta dall’allora Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi – le cose sono cambiate radicalmente.

Infatti dal 1981 in avanti, quando lo Stato aveva bisogno di soldi, il ministero del Tesoro bandiva l’asta per vendere i titoli di stato, ma la Banca d’Italia non era più tenuta a comprare i titoli rimasti invenduti. In questo modo il prezzo – e quindi i tassi di interesse che lo Stato doveva pagare – non erano più fissi, ma venivano pesantemente influenzati dalle offerte dei compratori. Ed è ovvio che se vi erano poche offerte, lo Stato doveva aumentare gli interessi al fine di rendere più appetibile l’acquisto dei titoli di stato. In questo modo, dal 1981 in poi, il prezzo dei titoli di Stato non era più deciso dallo Stato ma veniva «fatto» da soggetti privati che partecipavano all’asta.

Cercherò di spiegare questo passaggio fondamentale in termini più semplici. Mettiamo che lo Stato italiano sia un fruttivendolo, che alle 7.00 del mattino si reca al mercato per vendere i propri prodotti. Quando la Banca d’Italia era sottoposta al ministero del Tesoro, lo Stato fruttivendolo aveva la garanzia che quando si chiudeva il mercato, la Banca d’Italia avrebbe acquistato tutta la frutta ancora invenduta al prezzo fissato al mattino. Viceversa, dopo il divorzio tra il Ministero del Tesoro e Banca d’Italia, il nostro fruttivendolo non aveva più alcuna garanzia, e quindi all’approssimarsi dell’orario di chiusura del mercato, era obbligato ad abbassare il prezzo della frutta per riuscire a venderlo ed evitare che gli rimanesse nelle ceste.

È facile capire che i compratori – che non sono delle persona in carne ed ossa ma alcune grandi finanziarie e grandi banche – conoscendo il punto debole del venditore, avrebbero atteso regolarmente l’approssimarsi della chiusura del mercato per portarsi via la frutta a prezzo stracciato.

Con la separazione del ministero del Tesoro dalla Banca d’Italia in sostanza, lo stato si è messo in mano alla finanza privata e agli speculatori. L’operazione del 1981 ha avuto proprio questo significato: chiudere i rubinetti della Banca d’Italia obbligando lo Stato ad andare dagli usurai per finanziare il proprio debito. Ovviamente stati come gli Usa, la Gran Bretagna, il Giappone o la Cina si sono ben guardati dal mettersi in questa situazione.

Nel suo intervento il leader della Lega Matteo Salvini ha ribadito, come aveva già fatto in una sua recente intervista al quotidiano Libero, che anche se il «no» della Grecia al piano di austerity proposto dalla troika significasse per l’Italia perdere la somma di 50 miliardi di euro sarebbe disposto a metterli di tasca sua se la posta in gioco fosse la fine dell’Euro. E ha anche ribadito « Noi stiamo facendo questa battaglia per garantire ai nostri figli un futuro migliore. Non siamo qui per partecipare, siamo qui per vincere questa sfida».

Quella contro la moneta unica è una battaglia per la libertà fatta non contro l’Europa o i popoli europei ma, anzi, per salvaguardarne il benessere e la prosperità. Perché il futuro propostoci dai tecnocrati che comandano a Bruxelles – siano essi di centro, di destra o di sinistra – è la riduzione del nostro continente a  standard economici del Terzo. Mondo.

Gabriele Repaci

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